Ippica italiana: crisi sempre più nera

martedì 7 febbraio 2012

2012 ANCORA SENZA CORSE – Alle soglie del quarantesimo giorno di sciopero, per l’ippica italiana la situazione sembra essere ancora in alto mare. Non è bastata la manifestazione di metà Gennaio svoltasi a Roma, ne le promesse di un appassionato ippico di vecchia data come il Ministro delle Risorse Agricole Mario Catania (che peraltro in un periodo di crisi generale come questo non può certo fare miracoli): la speranza di avere un montepremi pari a quello delle ultime stagioni è definitivamente tramontata.

“ROSSO” SU TUTTA LA LINEA – Negli anni scorsi l’UNIRE, l’ente che gestisce l’ippica italiana, ha beneficiato dallo Stato di almeno 150 milioni di Euro a fondo perduto per sovvenzionare 43 ippodromi fra trotto e galoppo. L’ente era (ed è) però perennemente indebitato, a causa del crollo delle scommesse, del pubblico, dell’interesse generale e di una gestione a dir poco scriteriata dei fondi, e anche se il Ministro dovesse riuscire a strappare ancora un pur minimo contributo al governo il montepremi subirà un taglio come minimo del 60%, ed a pagare saranno in prima battuta gli impianti, i cavalli e gli addetti ai lavori, perchè il numero delle corse, ed i premi al palo delle stesse, sono destinati a crollare. Qualche ippodromo infatti ha già alzato bandiera bianca, annunciando la cessazione dell’attività con conseguente sgombero dei cavalli di stanza nei vari centri di allenamento.

CHI RISCHIA – L’ippica ha dato lavoro in questi anni a 50mila persone, e per molte di queste il mantenimento del proprio impiego è questione di mera sopravvivenza, come per tante altre categorie che hanno protestato in questo inizio di 2012. A loro non può che andare tutta la solidarietà possibile, ma è innegabile che l’ippica si sia distrutta con le proprie mani, pensando solo ad incassare durante i periodi di vacche grasse, incurante dei continui segni “meno” che venivano dalle scommesse, dagli spettatori, dalla regolarità delle corse, dall’interesse dei media e via dicendo. A partire dal 1995 (data dell’introduzione delle scommesse “a riversamento”) i segnali di calo sono sempre stati allarmanti, ma il “bubbone” è scoppiato solo negli ultimi due anni, quando è apparso ormai impossibile continuare a mantenere un sistema che faceva acqua da tutte le parti e che è riuscito a far disaffezionare il vasto pubblico che non più tardi di quindici anni fa affollava gli ippodromi e le agenzie ippiche per seguire lo “sport dei Re”.

FUTURO NERO – Sul web impazzano le discussioni fra addetti ai lavori e semplici appassionati. La confusione è totale: l’UNIRE, nella persona del presidente Ruffo, temporeggia e non sembra cavare un ragno dal buco, le associazioni di categoria sono molteplici (allenatori, proprietari, driver, commissari ecc.) e sempre in disaccordo fra loro, gli scommettitori si dirigono ormai verso altri lidi come le scommesse sportive od il poker on line. Intanto le agenzie ippiche continuano con la trasmissione delle corse estere, e aspettano una riforma delle scommesse, assolutamente prioritaria, di cui tutti parlano (alcuni da molti anni) ma che tarda ad arrivare, anche per l’assoluta ignoranza a riguardo della stragrande maggioranza dei “responsabili”. Sembra probabile una soluzione “all’italiana”: ripresa delle corse a metà Febbraio con in palio quel poco che rimane in cassa, sperando nei prossimi mesi in qualche miracolo che venga dall’alto, magari con un ulteriore contributo dalle slot machine, che servirebbe peraltro unicamente a rimandare il punto di non ritorno di sei-sette mesi. Nemmeno un brodino, per un movimento che dovrebbe essere ricostruito dal primo mattone, ed in cui attualmente da salvare c’è davvero poco se non i cavalli (gli unici incolpevoli) e quegli appassionati veri che se ne prendono cura. Ma in un periodo in cui sono a rischio perfino le pensioni e la cassa integrazione, per l’ippica italiana sembra davvero arrivato il momento dei titoli di coda.

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