“Bye bye, London”. Il punto su volley indoor e beach volley

giovedì 16 agosto 2012

A mente, e cuore, ancora caldi per la bellissima avventura londinese, si può cominciare a esprimere qualche considerazione su quanto ha offerto la pallavolo olimpica. Credo sia unanime il consenso e l’ottimo giudizio espresso da parte di tutti gli addetti ai lavori: impianti indoor e all’aperto stracolmi di gente, nessuna polemica di particolare rilievo a guastare l’atmosfera, altissimo livello tecnico-agonistico e ottimo spettacolo. Bellissimi anche il livello delle immagini, la qualità delle telecronache (con Andrea “Lucky” Lucchetta che, come sempre, spezza il mondo in due, tra chi non lo apprezza e chi lo adora) e la copertura mediatica. Unica nota negativa: personalmente provo un po’ di rammarico a pensare che, a differenza di Pechino, solo una minima percentuale di italiani abbia potuto assistere in modo compiuto e completo a tutti i giochi. La semi-esclusiva SKY ha portato a un livello altissimo della qualità tecnica delle telecronache e a una copertura magnifica di tutti gli avvenimenti, compresi i cosiddetti minori. Pensare al fatto che solo una minima percentuale di italiani abbia potuto ammirarla, accresce però dispiacere e ‘senso di incompiutezza’.

ON THE ‘BEACH’ – Venendo alla parte tecnica cominciamo ad analizzare quanto avvenuto nel beach volley. Nelle donne il livello è ancora cresciuto tantissimo rispetto a quattro anni fa, dove l’avvento delle cinesi motivatissime aveva già contribuito ad innalzarlo. Nonostante ciò, a vincere sono state ancora le solite mostruose statunitensi May e Treanor. Ottime le nostre Cicolari e Menegatti, che hanno avuto solo la sfortuna di trovare queste due fenomenali atlete americane nei quarti di finale. Unanimi però i consensi che le nostre portacolori hanno saputo ottenere ovunque… peccato solo che questi non facciano medagliere. Il futuro e il presente sono comunque loro. In campo maschile il risultato italiano è stato identico, ma maturato in modi e circostanze molto differenti. Lupo e Nicolai non partivano certo con il favore dei pronostici ma, lungo andare, hanno saputo creare aspettative enormi. Hanno alterato prestazioni normali, che li hanno fatto qualificare per gli ottavi di finale solo grazie a centesimi di punti, ad altre stratosferiche come nella vitoria contro gli ex campioni olimpici Dalhausser e Rogers. Alla fine, accanto alla grande soddisfazione per tutti gli elogi ricevuti (da segnale Nicolai probabilmente miglior muro del torneo), rimane un pizzico di amaro in bocca perché con Nummerdor e Schull forse si poteva riuscire a fare un’altra impresa per approdare nella zona dove ci si giocava le medaglie. Alla fine la vittoria ha sorriso ai tedeschi Brink e Reckermann, che hanno saputo essere molto tosti e quadrati, secondo la miglior tradizione teutonica. Questa è stata forse la più grande sorpresa di tutto il volley olimpico.

VOLLEY INDOOR – Nell’indoor maschile e femminile non ci sono state infatti sorprese eclatanti, salvo quelle relativamente piccole dell’eliminazione nel girone della Serbia nel maschile e della grande pallavolo espressa dalla Corea del Sud e Giappone nel femminile. Prova ne è che io stesso, senza bisogno di grandi sforzi di fantasia, abbia indovinato le finaliste, tanto nel maschile quanto nel femminile. Lo stesso equilibrio all’interno delle stesse finali era ampiamente prevedibili. Casomai sono stati il livello e lo spettacolo offerto da queste squadre che sono andati ben oltre le aspettative.

IL TORNEO FEMMINILE – In campo femminile abbiamo riscontrato molto alto nel girone in cui non era stata inserita l’Italia, tant’é che tutte hanno faticato molto per qualificarsi e sono uscite subito possibili grandi come la Turchia e la Serbia; ulteriore prova ne è il numero di vittorie delle squadre provenienti da questo girone negli scontri incrociati con quelle provenienti dall’altro (il solo Giappone ha prevalso 3-2 nei quarti contro la Cina). Lo stesso Brasile si era trovato in difficoltà ed era stato inizialmente una specie di rivelazione negativa del torneo. Vedo come chiave di lettura di questa insicurezza iniziale, nell’aver faticato nei primi terribili incontri e, in particolare, perso malamente contro la terribile Corea del Sud. Il gioco offerto dalle asiatiche, fatto di difese impossibili che prolungano all’infinito le azioni, è da sempre di quanto più deleterio esista per il gioco e la mentalità brasiliana. Una specie di kriptonite per superman. Una volta superato lo choc e ripresisi nel gioco e nella convinzione, le atlete di Zé Roberto sono tornate competitive come e forse più di prima.

LE RAGAZZE DI BARBOLINI – Nella finale per la medaglia d’oro, credo che la differenza sia stata determinata della battuta e, di conseguenza, la ricezione. Più solida quella brasiliana che ha permesso alla formazione verdeoro di esprimere appieno il proprio potenziale. Meno continua quella statunitense che ha costretto la palleggiatrice ad un gioco spesso troppo scontato e i suoi forti martelli ad andare spesso incontro a muri già solidamente piazzati. Parere personale: miglior giocatrice del torneo la coreana Yeon-Koung Kim e, della finale, la brasiliana Jaqueline. Riguardo alla nazionale femminile non mi sento affatto di condividere alcune critiche che le sono state mosse: forse si poteva fare di più ma, di fatto, si è usciti per una sconfitta in quello che probabilmente è stato il più bel match di tutto il torneo femminile. In pratica è successo quanto accaduto allo squadrone di Velasco a Barcellona 1992: uscire da un girone più facile ha fatto arrivare meno mentalmente preparati allo scontro decisivo dei quarti (perché si può dire quello che si vuole, ma il vero scontro decisivo per far propendere l’ago della bilancia fra negativo e positivo in una spedizione olimpica è proprio quello). Unico appunto alla squadra di Barbolini potrebbe essere una certa mancanza di pazienza nell’affrontare una squadra come la Corea del Sud che è stata in grado di creare la propria forza dalla foga agonistica avversaria.

LA SUPER-FINALE MASCHILE – In campo maschile abbiamo potuto assistere a due tornei: quello degli umani e quello, ristretto a due squadre, dei superteam che si sono contesi l’oro nella finalissima. Dal punto di vista dell’equilibrio, dello spettacolo e del livello offerto, credo che questo incontro possa essere tranquillamente accostato alle finali maschili di Montreal ’76 e Atlanta ’96 (rispettivamente Polonia-URSS e Olanda-Italia) e a quella femminile di Seul ’88 (URSS-Perù). Primi due set di dominio verdeoro: poi, i russi hanno inventato qualcosa che probabilmente nessuno si sarebbe aspettato da una scuola nota per essere fortissima fisicamente e tecnicamente, ma molto lineare dal punto di vista del gioco e della fantasia. L’allenatore Alekno, con pochi cambi di uomini ma tanti spostamenti di ruolo, ha completamente rivoluzionato la squadra e, soprattutto, il gioco prima del terzo set. Questa partita meriterebbe pagine e pagine per un’appropriata disamina: provo a violentare il mio ego e a evidenziare solo pochi punti salienti. Nel vertiginoso cambio di ruoli del 3° set, la Russia ha tolto ogni punto di riferimento agli avversari. Il tipo di formazione schierata nell’occasione non era mai stata provata in nessuna gara ufficiale e, in una pallavolo dove ormai è quasi più importante conoscere il gioco avversario che il proprio, ha completamente disorientato i brasiliani. In tutti i time-out e nei cambi di set si è visto Bernardinho e il suo secondo fare il diavolo a quattro sfruttando ogni centesimo di secondo per offrire informazioni ai propri atleti, richiamandoli anche a turno in panchina per offrire “lezioni ad personam”.

LA… NOVITA’ RUSSA – La cosa più sconvolgente e rivoluzionaria della novità russa credo sia stata il proporre qualcosa di assolutamente non nuovo, stravolgente o improvvisato. Di fatto, schierando anche atleti fuori ruolo, Alekno ha riproposto il gioco più semplice ed efficace di quello visto negli ultimi 50 anni: quello degli Stati Uniti anni ’80 di Doug Beal. Fateci caso, i pilastri erano i medesimi: due soli grandi ricevitori in campo a prendersi praticamente tutto l’onere della ricezione (in questo caso l’eterno Tetjukhine e il libero Sokolov); un ‘martellone’ con caratteristiche anche da centrale, da opposto in stile Timmons, come Muserskij, con l’incombenza di schiacciare la maggior parte dei palloni, e quello a muro di non far passare nessuno dal posto quattro avversario; grandissima difesa fatta di cuore e coraggio; ‘pipe’ ridotta ai minimi termini; gioco pulito, lineare ma spinto verso il proprio posto quattro e due; e, infine, centrali con il compito di alternare salti ‘a sangue’ sul pari ruolo avversario a momenti in cui l’imperativo era rallentare e toccare tutti i palloni, in modo da togliere certezze all’attacco brasiliano. Avete notato anche voi una similitudine quasi perfetta? Grandissimo merito l’aver saputo proporre ed applicare questo gioco a partita in corso. Anche in questo caso, ecco i miei due MVP: migliore di tutto il torneo il palleggiatore brasiliano Bruno e, della finale, il centrale-opposto russo Dmitrij Muserskij.

I RAGAZZI DI BERRUTO – Riguardo ai nostri maschi posso solo ribadire come abbiamo fatto veramente il massimo, e forse qualcosa di più. Hanno vinto il torneo degli umani pur non partendo da favoriti. Con il cuore, la tattica, il gioco e un po’ di buona sorte (sorteggio nelle semifinali, Bulgaria senza l’asso Kazisky), hanno saputo mascherare i limiti di una coperta che spesso si mostrava corta in diversi punti, soprattutto se confrontata con quella di alcuni avversari. In particolare la Polonia, che inizialmente aveva impressionato come gioco e individualità, ha pagato carissima la giornata negativa contro l’Australia (di cui avevo sottolineato la crescita nel mio ultimo articolo, NdR) e il successivo sorteggio degli accoppiamenti fra le seconde e terze dei gironi che l’ha messa di fronte alla Russia. Nonostante tutti i cambi ipotizzabili, con il famoso senno di poi, ed eventuali possibili altre combinazioni favorevoli, credo che oltre questo bronzo, oggi come oggi, non saremmo mai potuti arrivare… Ergo: bravissimi a tutti!

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