Atletica: la favola di Samia è finita

lunedì 20 agosto 2012
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Alle Olimpiadi di Pechino del 2008 nella delegazione somala si presentò una piccola atleta diciassettenne. Corse i 200 metri facendo registrare l’ultimo tempo (32″16) di tutte le batterie, ma si guadagnò l’affetto e gli applausi del pubblico. Samia era felice come avesse vinto una medaglia, aveva corso la sua gara e sopratutto aveva sfilato nella cerimonia inaugurale con gli atleti migliori del mondo.

ABDI BILE Pochi, forse nessuno, si ricorderanno dell’oro dei 1.500 ai mondiali d’atletica di Roma nel 1987 o del bronzo sempre nei 1.500 ai mondiali di Stoccarda nel 1993. Parliamo di Abdi Bile, un ex atleta somalo. Ed è lui che durante una riunione del Comitato olimpico nazionale a Mogadiscio rivolge una domanda retorica ai presenti. «Sapete che fine ha fatto Samia Yusuf Omar?». La ragazza è morta in una carretta del mare cercando di raggiungere l’occidente. L’incidente sarebbe avvenuto in aprile nel Mar Mediterraneo e solo da pochi giorni alcuni siti internet ne riportano la notizia. Non aveva perso la speranza di trovare un nuovo allenatore che la preparasse per i giochi olimpici di Londra. La storia di Samia è l’altra faccia di una medaglia. Di quella medaglia che vede la storia a lieto fine di Mo Farah, arrivato da rifugiato in Inghilterra che oggi è un eroe nazionale dopo aver stravinto in casa (infatti è naturalizzato) le sue due gare, i 5.000 e i 10.000 metri. «Siamo felici per Mo, è il nostro orgoglio, ma non dimentichiamo Samia», sono state le parole di un Abdi Bile in lacrime.

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