NBA, sei division in sei settimane: Central division (2/6)

CENTRAL DIVISION – 1) CHICAGO BULLS: Se c’è una squadra NBA capace di subire una netta involuzione a seguito della mancanza del proprio miglior giocatore, quella è Chicago: i Bulls assomigliano clamorosamente a Dr. Jekyll e Mr.Hyde, a seconda che Derrick Rose giochi o meno. Durante la scorsa regular season abbiamo visto la parte buona della squadra della Città del vento, capace di lottare fino all’ultimo con Miami per la supremazia nella Eastern Conference; nei playoff, invece, è successo quello che tutti si auguravano di non vedere, cioè il cambiamento repentino di Chicago dopo l’infortunio al proprio playmaker, a causa del quale ha saltato i Giochi Olimpici e sarà costretto a rimanere in borghese ancora fino a dicembre (nel migliore dei casi). Viene da chiedersi, dunque, quali Bulls vedremo alla ripresa della stagione. É probabile che, sapendo già dell’assenza dell’ex Memphis Tigers, coach Thibodeau abbia preparato i suoi a gestirsi senza il proprio leader, sebbene non ci sia nessuno capace di ricoprire questo ruolo in squadra. Boozer rimane sì un buon giocatore, ma non così decisivo come a Utah dal punto di vista offensivo. Noah è migliorato tanto dal suo ingresso nella Lega, quando era una specie di animale che saltava sotto i tabelloni a prendere i rimbalzi e, in attacco, giocava tutto sulle schiacciate e i tap-in. L’ex Florida ha inserito al proprio arsenale anche un discreto tiro dalla media e, al bisogno, il tiro da 3 punti, ma ancora non è affidabile offensivamente.  Motivo di curiosità sarà, per noi appassionati italiani, l’arrivo di Marco Belinelli, che ha preferito i Bulls rispetto ad altre destinazioni più economicamente remunerative pur di giocare per una contendente al titolo e insieme a Derrick Rose. Qualcuno gli ricordi che il play non ci sarà ancora per un po’. E che le due affermazioni precedenti sono strettamente collegate tra loro. Insomma, i Bulls sono nella elite della (debole) Eastern Conference, ma per noi dietro Miami e Boston.

2) INDIANA PACERS: L’Indiana è uno stato che vive di basket (collegiale e pro), e la rinascita dei Pacers, protagonisti, lo scorso anno di un’ottima annata, è stato motivo di orgoglio per la comunità degli Hoosiers (come vengono chiamati gli abitanti di questo stato). La squadra guidata dal giovane coach Frank Vogel vuole ritornare ai fasti di fine anni novanta, quando, con Reggie Miller in campo, era una delle pretendenti fisse al titolo. Il giocatore franchigia è sicuramente Danny Granger, ma il centro Roy Hibbert sembra destinato a scalzarlo da tale ruolo, nel giro di non molto tempo. Il giocatore da Gerogetown si è guadagnato per la prima volta in carriera (e non certo l’ultima) la chiamata all’All Star Game, frutto degli incredibili miglioramenti mostrati nel corso dell’ultimo anno. Non dimentichiamo anche Paul George, ammirato anche nella gara delle schiacciate, che, al secondo anno nella Lega, si sta rivelando una pedina preziosa come guardia o come ala piccola in caso di assenza del titolare Granger. In cabina di regia, invece, spazio a D.J Augustin, dopo la cessione di Daren Collison a Dallas. Oltre ai giocatori già citati, ricordiamo anche David West, tornato ai livelli dei primi anni di New Orleans dopo un infortunio e Tyler Hansbrough, giocatore molto solido e concreto. La concorrenza nella Eastern Conference, con l’emergere dei Knicks e, soprattutto, dei Nets è aumentata, ma ormai Indiana non è più una sorpresa.

3) MILWAUKEE BUCKS: Lo scambio che alla deadline di marzo ha portato nel Wisconsin Monta Ellis dai Warriors, in cambio, tra gli altri, del centro Andrew Bogut, spesso infortunato, era volto ad aggiungere più pericolosità perimetrale ad una squadra che aveva in Brandon Jennings il miglior realizzatore a 19.1 punti di media, togliendo però all’ex Roma il compito di impostare l’azione, costringendolo anche a subire le attenzioni delle difese avversarie. La trade non ha prodotto del tutto gli effetti sperati, visto che i Bucks sono rimasti fuori dai playoff per il secondo anno consecutivo, però fa ben sperare anche per il futuro. Dal draft sono arrivati la guardia Doron Lamb, estremamente pericolosa dall’arco, e l’ala grande John Henson, giocatore molto interessante in un ruolo in cui la squadra non presenta alternative di grande valore. Come abbiamo avuto già modo di dire, la Eastern Conference lascia spazio ad eventuali sorprese, e Milwaukee potrebbe essere una di queste.

4) DETROIT PISTONS: É strano pensare che Detroit giaccia nel fondo della Conference dopo aver preso parte, dal 2003 al 2008, a sei finali di Conference consecutive, che hanno portato anche un anello (più una finale persa). Di quei vecchi Pistons è rimasto solo Tayshawn Prince, con un ruolo ovviamente ridimensionato dall’età. Oggi, spazio ai giovani, e ce ne sono diversi. Quello che spicca maggiormente, a parte Stuckey, che è sì del 1986 ma ormai un veterano, è Greg Monroe, big man da Georgetown. Monroe è migliorato moltissimo nei due anni di permanenza della Lega, e anche questa estate si è allenato tanto, soprattutto per adattarsi a quello che, presumibilmente, sarà il suo nuovo ruolo, quello di ala grande. Dal draft, infatti, è arrivato Andre Drummond, da UConn, centro di 2.13 dotato di un’enorme apertura alare (229 cm), dal grande istinto per il rimbalzo e la stoppata, ma molto acerbo in attacco. Ci si aspetta molto anche da Brandon Knight, inserito lo scorso anno nel primo quintetto delle matricole. Insomma, dopo anni di certezze, i Pistons sono un work in progress.

5) CLEVELAND CAVALIERS: Anche in questo caso, gli anni di Lebron sembrano molto lontani, e invece ne sono passati solamente due. Ora Cleveland è la squadra del rookie dell’anno in carica, Kyrie Irving. Insieme a lui, l’amico Dion Waiters, arrivato con la 4^ scelta assoluta dello scorso draft. Un azzardo, secondo molti; Waiters possiede un corpo molto solido, sia difensivamente che offensivamente, però, non è un realizzatore naturale, e inoltre è passato dal ruolo di sesto uomo a Syracuse a quello di titolare NBA. Desta sicuramente interessa Tyler Zeller altro prodotto del draft, buone mani, giocatore veloce che corre bene per il campo, l’ideale per il gioco rapido dettato da Irving. A parte loro non molto altro; c’è Tristan Thompson (6^ scelta lo scorso anno), c’è Varejao e c’è tutto quello che serve per finire ancora ultimi nella division.

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