C’era una volta #8: Franco Selvaggi

GLI INIZI – Nato il 15 maggio del 1953 a Pomarico in provincia di Matera, Franco Selvaggi esordì in Serie A il 30 dicembre del 1972 con la maglia della Ternana. E’ la 13a giornata di campionato e l’avversario di turno è la Fiorentina: il risultato finale fu in favore dei viola, che si imposero per 2-1 grazie alla doppietta di Clerici. Selvaggi provò la gioia del gol soltanto alla 27a contro la Juventus in un 2-3 all’ultimo respiro in favore dei bianconeri. L’anno successivo fu acquistato dalla Roma, con la quale giocò però solo due partite ufficiali e, dopo una nuova ma breve parentesi alla Ternana, si trasferì in Puglia, a Taranto. Con la squadra rossoblù disputò ben 5 campionati di Serie B, mettendo a segno 22 reti in 146 partite, un ottimo trampolino di lancio verso il calcio che conta. Basso di statura, che compensava con un’eccellente rapidità e una ragionevole propensione al gioco corale, fu soprannominato “Spadino” anche per la misura ridotta del piede. 

IL GRANDE SALTO – Il rosso e il blu furono i colori che caratterizzarono la sua successiva destinazione: Cagliari, neopromosso in Serie A (1979), fu la sua nuova squadra, una scommessa che Selvaggi non aveva intenzione di perdere. Nella prima stagione realizzò 12 reti finendo 4° nella classifica marcatori, e in 85 presenze ufficiali andò a segno 28 volte. Erano gli anni in cui Spadino, Marchetti, Lamagni e Brugnera consentirono al team sardo di restare nella massima serie per altri 4 anni prima della retrocessione del 1983.

L’ESPERIENZA IN NAZIONALE – Con le unghie e con i denti si conquistò la convocazione in azzurro: dall’Under 21 con la quale segnò una doppietta all’esordio, passò ben presto in prima squadra debuttando nella partita contro la Germania Est. Altre due partite non gli permisero di timbrare il cartellino e di provare la gioia del gol con la Nazionale, ma la convocazione di Bearzot per i mondiali in Spagna spazzò via ogni tristezza e malumore. Chiamato come ventiduesimo, il suo compito più arduo avveniva fuori dal campo: avrebbe dovuto infatti condividere la camera con Marco Tardelli, sofferente d’insonnia. Snobbato da tanti per il suo ruolo quasi marginale, Spadino ha sempre ribadito che anche lui ha contribuito “qualificazione dell’Italia, l’ho vinto (il Mondiale, ndr) allenandomi giorno per giorno coi miei compagni che giocavano, (…) l’ ho vinto sopportando Tardelli per quaranta giorni e, soprattutto, per quaranta notti”. Non era certamente l’ultima ruota del carro, Cagliari gli permise di crescere e di farsi notare per le sue doti calcistiche e caratteriali, Gigi Riva fu un grande punto di riferimento nel suo percorso di maturazione. Uno sviluppo personale che sfociò appunto nell’esperienza spagnola dell’82’, e nonostante non andò mai in panchina, Selvaggi ricorda con piacere quei momenti: “Noi riserve (gente come Dossena, Bordon, Vierchowod, Massaro, lo stesso Causio) avevamo il dovere morale di essere parte integrante di un progetto che aveva la sua base soprattutto nello straordinario affiatamento”. E i risultati furono soddisfacenti.

VERSO IL TRAMONTO – Dopo l’avventura in Spagna uscì definitivamente dal giro della Nazionale e approdò al Torino di Bersellini esordendo nel pareggio a reti inviolate contro il Palermo. Nella goleada di settembre contro l’Avellino, Selvaggi mise a segno la sua prima rete con la maglia granata, e da lì furono altri 14 centri. L’Udinese e l’Inter lo accolsero nelle annate successive, e San Benedetto del Tronto fu la sua ultima dimora: nella città marchigiana appese le scarpe al chiodo e si ritirò dal calcio giocato. Dopo un breve periodo trascorso come presidente del Matera, intraprese la carriera di allenatore: nel ’92/’93 fu protagonista col Catanzaro, poi con Taranto, Matera, Castel di Sangro e Crotone. Al momento è docente della Scuola allenatori del Settore tecnico FIGC. 

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