Tra pragmatismo e sogno: la Roma di Andreazzoli

Ci si sofferma troppo poco sull’importanza delle motivazioni nel calcio. Da Zeman ad Andreazzoli, alla Roma non sono cambiati solo modulo e titolari. Zeman è Zeman, da trentanni: 4-3-3, sacrificio e divertimento. La folla romana ha ammirato gli show contro Montella e Allegri all’Olimpico. Ma quando hanno iniziato a divertirsi gli altri, “Zemanlandia” ha chiuso i battenti. Meno dogmatico Andreazzoli (strano a dirsi per un ‘tattico’ di professione), interessato soprattutto a stimolare il gruppo, stanco e sfibrato: primum vivere, dicevano i latini. La Roma, prima di lui, sopravviveva. Tra alti sfolgoranti (sempre meno) e cadute clamorose. Ora la squadra giallorossa ha equilibro e un obiettivo in testa. Dopo la sconfitta all’esordio, due vittorie consecutive: prematuro illudersi, lecito sognare (il terzo posto, ça va sans dire…).

IL PROFILO – Toscano, nato a Massa nel 1953, modesta carriera da allenatore. Poi otto anni di vita a Trigoria, da collaboratore: la giusta distanza per osservare e capire. Finalmente l’occasione di mettere in pratica le conoscenze acquisite. Sul calcio e sulla Roma. Il 2 febbraio 2013 Andreazzoli ha detto di sì al destino (atteso ma mai preteso). La dirigenza giallorossa ha affidato a lui il compito di guidare la prima squadra. Dopo l’esonero di Zeman era necessario ricostruire dalle macerie, e farlo in fretta. Andreazzoli ha trasmesso fin da subito entusiasmo e positività. Assieme alla sicurezza di chi sa cosa fare e di come farla. Amatissimo dai calciatori, le sue parole nello spogliatoio valgono molto. 3-1 per la Samp alla prima, poi però la carica trasmessa si è tradotta in due vittorie di forza contro Juventus (1-0) e Atalanta (2-3).

IL SOGNO – E’ bastata la prima intervista per comprendere il tipo. Necessario abbassare i toni e riportare la normalità. Che a Trigoria vale a dire dimenticare polemiche oziose e dissidi interni. Andreazzoli ha parlato di amicizia e rispetto, sentimento e sogno. Lessico inusuale per chi riduce il calcio, e lo sport, a numeri e agonismo sfrenato. “I campioni non si fanno nelle palestre. I campioni si fanno con qualcosa che hanno nel loro profondo: un desiderio, un sogno, una visione.” Parola del più grande di tutti, Muhammad Ali. Andreazzoli non ha parlato di moduli (“La tattica non conta niente”) ma di uomini. Totti: “Sarà il nostro Colosseo.” Monumento sì, ma eterno. I suoi calciatori, amici fuori e professionisti in campo: “Ho con loro un rapporto affettuoso”. E ancora: “Allenamenti alle 11. Voglio dar loro la possibilità di godere della famiglia, perché farà bene al loro stato mentale e saranno più disponibili”. I tifosi: “Un pubblico unico, da brividi. Voglio che i giocatori sentano il loro entusiasmo”. Come prima di Roma-Juve, riscaldamento sotto la Curva Sud, cuore pulsante del tifo giallorosso. Un sogno collettivo (ma non utopico) di cui tutti ora si sentono partecipi. Era necessario “ritrovare il dolore della sconfitta” e la gioia per la vittoria. In questo, più che nel cambio di tattica (dal 4-3-3 zemaniano al 3-4-2-1) e di titolari (fiducia a Stekelenburg e De Rossi), sta il primo successo di Andreazzoli. Che dopo Bergamo non promette (il terzo posto) ma garantisce (impegno massimo). “Non offrire qualcosa che ancora non possiedi”. Paulo Coelho o Aurelio Andreazzoli?

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