Germania über Alles, soprattutto sopra noi. O no?

Il calcio tedesco è oramai l’ultima moda: due squadre in finale di Champions con le corazzate Barcellona e Real Madrid spazzate via in semifinale, un dominio indiscusso sul prossimo mercato, le copertine di siti, giornali e videogames, il network degli osservatori e il settore giovanile… Dopo il calcio inglese, ecco il nuovo “modello da seguire” nelle italiche discussioni calcistiche. Forse, più che perseguire miraggi esterofili, basterebbe ricominciare a fare quello che facevamo una volta con il settore giovanile, far fare gli investitori agli investitori, e gli insegnanti di calcio a chi di calcio ne sa. Invece la crisi (ah, la crisi…) porta al voler raggiungere il massimo risultato con minimo sforzo (economico): perché, in sostanza, di abissi finanziari si tratta. E non tanto nella differenza di capitali, quanto nella capacità di programmazione e nel coraggio imprenditoriale, nell’organizzare una squadra non mese per mese, ma in cicli pluriennali.

MODELLO O ISPIRAZIONE? – Certo sarebbe il caso di fare una piccola considerazione: non si può giudicare un movimento calcistico soltanto dalle sue punte di diamante. Il Bayern Monaco è una delle società più titolate d’Europa da sempre, il Borussia un piccolo miracolo economico-organizzativo in una realtà comunque discreta, ci sono alcune discrete squadre (Shalke 04, Bayer Leverkusen) con alti e bassi, ma poi? Il cammino europeo della Lazio ha mostrato ampiamente il livello delle squadre di media (bassa?) classifica come Stoccarda e Borussia Moenchengladbach, presentabili in certe competizioni solo grazie a un buon livello atletico. Il Borussia, per tentare l’assalto alla Champions, ha tralasciato il campionato e i numeri del Bayern fanno il verso a quelli dell’accoppiata Barça-Real: campionato vinto ad aprile, record di punti (84) e di vittorie (27). Il tutto con 6 giornate di anticipo: evidente sintomo di un livello mediocre e della totale assenza di oppositori credibili. Ma allora è davvero il modello da seguire? Certo, per ciò che riguarda serietà e organizzazione non c’è ombra di dubbio. Ma davvero crediamo che società di calcio e istituzioni italiane siano in grado di trovare un accordo, a partire dalla spinosissima questione-stadi? Con la velocità con cui tutto si muove in Italia? Forse fra 20 anni. Ci penseranno. Prima di fare confronti con una società proprietaria dell’Allianz Arena, posseduta per circa il 20% da Adidas e Audi e per il resto da investitori privati che portano sponsor come Lufthansa o Coca-Cola, o con una che spende 1-2 milioni di euro l’anno soltanto per una decina di osservatori (tutto escluso), bisognerebbe guardarsi in faccia e chiedersi davvero chi è il presidente con il coraggio e le capacità (prima fra tutte, l’umiltà di farsi consigliare) di assumersi dei rischi.

ANCORA TU? NON DOVEVAMO VEDERCI PIU’ – Bayern-Borussia è il dualismo tedesco degli ultimi anni: strano a dirsi per chi non segue la Bundesliga, ma sono i giallo-neri ad essere in netto vantaggio nell’ultimo triennio. È l’ennesima ripetizione della leggenda di Davide e Golia: la solidità finanziaria, la tradizione, l’aristocrazia del calcio tedesco da una parte, dall’altra  l’inventiva e la programmazione sulle ali dell’entusiasmo di una realtà che ha visto abbastanza vittorie da conoscerne il sapore, ma non abbastanza per esserne sazia.

QUI BAYERN – Per il Bayern dello scorso anno calza alla perfezione la vecchia definizione affibbiata a Sven Goran Eriksson: “perdenti di successo”. Battuti in campionato per il secondo anno di fila dal Borussia, con l’aggiunta della beffa in finale di Coppa di Germania sempre a tinte giallo-nere, ma soprattutto dall’anno del peggior Chelsea di Drogba che, però, li agguanta proprio quando sembrava fatta e gli sfila la “coppa con le orecchie” da sotto il naso… La cavalcata di quest’anno sembra una pura formalità: il Bayern assomiglia a una di quelle squadrone NBA che subiscono una sconfitta inaspettata nella serie e la partita dopo sommergono gli avversari con 30 punti di distacco. Campionato mai in discussione, Champions da favola con 7 gol fra andata e ritorno a una delle squadre più forti di sempre senza subirne uno, una finalina di Coppa di Germania che sembra soltanto una formalità contro il malcapitato Stoccarda. A ben pensarci, l’unica paura dei tedeschi è partire coi favori del pronostico.

QUI BORUSSIA – Da qualche anno a questa parte, il Borussia deve accontentare due grandi gruppi di persone aventi interessi spesso simili, a volte agli antipodi: i tifosi e gli azionisti. E chi è entrambe le cose. Ora, dove potrebbero essere in contrasto due gruppi di persone che, in fondo, vogliono entrambi che il Borussia vinca? Sui soldi, ovvio. La potenza economica del Borussia non è (ancora?) certo quella del Manchester United: arrivati all’apice, bisogna vendere i pezzi pregiati. E cosi Lewandowski e Gotze sembrano aver già imboccato la strada che porta all’Allianz Arena (spogliatoio di casa), ridimensionando le ambizioni di vittorie nell’immediato futuro del Dortmund portando però nelle casse dei giallo-neri abbastanza soldi da poter riprogrammare il bilancio del prossimo quinquennio almeno. Felicissimi gli azionisti, che ancora una volta raccoglieranno frutti, un po’ meno i tifosi nel vedere l’ennesimo scippo in casa del Bayern, che storicamente fa razzia di talenti nella Bundesliga. “Avidità? Cosa c’è di male?…in fondo è solo una questione di soldi”.

GORDON GEKKO A WEMBLEY – Può sembrare cinico, o comunque poco romantico vedere il calcio in questa maniera: una versione sport-movie di “Wall-Street”, scontro  fra vecchi squali della finanza e giovani yuppie rampanti. Ma la cosa più triste sarebbe la morale: il risultato della finale di Wembley non è così importante, in fondo. Non da modificare le programmazioni delle due società: al massimo, una lieta sorpresa alla voce “incassi”. Così, da buoni calciofili, preferiremo immaginare questa finale come la giusta ricompensa al furto sportivo dello scorso anno contro il Chelsea, con un gol di Robben che finalmente vince una finale e magari penseremo che, in fondo, il calcio è giusto e ti ricompensa sempre. Oppure, da eterni contestatari e sempre dalla parte dei deboli, preferiremo tifare per una squadra che non ha più domani, come le “Riserve” guidate da Keanu Reeves in uno sport-movie demenziale e goffamente reazionario. Magari con gol di Lewandowski su assist di Gotze, perché vincere un trofeo per ringraziare chi ti ha reso grande, società, allenatore, tifosi, è una motivazione più grande del paradosso generato dal giocare contro la tua prossima squadra, e anche se vai via avrai sempre Dortmund nel cuore. Pure se sei nato a Varsavia. E allora godiamoci la finale e basta, nella speranza di non aver bevuto una birra di troppo e vedere Heynckes interpretato da Michael Douglas e  Klopp da Charlie Sheen…

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