[Kronika Sportowa #3] Da “San Siro” al Macchu Picchu: agiografia di Gianni Comandini

[Cronache pallonare semiserie di un ragazzo che, intanto, insegue un sogno a Wroclaw, Polonia ovest] 

Quasi ogni rubrica calcistica che si occupi di slow football o amenità varie, prima o poi finisce per imbattersi nella storia di un calciatore che, per una serie di fattori, è destinato a rimanere nella memoria collettiva degli appassionati di calcio, pur non avendo meriti apparenti. Stiamo parlando di Gianni Comandini. Kronika Sportowa, ovviamente, non poteva esimersi di accodarsi a coloro che l’avevano preceduta, nel narrare le gesta di questo personaggio, dalla parabola calcistica assolutamente anomala, e per certi versi fantascientifica.

THIS IS HARDCORE – Gianni Comandini nasce a Cesena il 18 maggio 1977. Non si hanno notizie risalenti alla sua infanzia. Lo ritroviamo già grande e vaccinato con la maglia della squadra della sua città natale. E’ una prima punta di peso, forte di testa, con la bella abitudine di buttarla dentro. Buca la rete a ripetizione nella stagione 1997-98. Bell’ anno quello. I Pulp danno alle stampe “This is Hardcore”, il loro album più maturo, i ragazzini di tutto il mondo impazziscono per Milla Jovovich, protagonista de “Il Quinto Elemento”, e io comincio a vincere una serie incredibile di campionati del mondo a Fifa ’98, alla guida delle Isole St. Kitts & Nevis. Roba che se il mio vicino di casa fosse stato Bobby Robson, minimo minimo ora allenerei il Tottenham.

Image and video hosting by TinyPic

B-MOVIE – E’ il 1997-98 dicevamo, e i 18 gol di Comandini spingono il Cesena a non conquistare un bel niente in quel campionato di Serie B, neanche una misera qualificazione ai play-off. Poco male, perchè il ‘Cumenda’ viene ingaggiato dal Lanerossi Vicenza, senza Lanerossi ormai, che smaltita la sbornia europea di Don Francesco Guidolin, si è trovato inopinatamente in Serie B. I berici non ci stanno e affidano a quel giovane di belle speranze le chiavi dell’attacco per tornare subito in serie A. E così avviene. Comandini diventa capocannoniere della serie cadetta con 20 gol, e il Vicenza torna nell’Olimpo. Intanto, quella vecchia volpe di Ariedo Braida ha fiutato l’affare.

UN TAJUT DI CHEL BON Nell’estate del 2000, dopo aver sbattuto sul tavolo un tajut di Tocai (quando ancora si chiamava così, prima che il nome venisse fregato degli ungheresi, sic transit gloria mundi), Ariedo, nella natia Precenicco, sentenzia: “quel ragazzo deve essere nostro”. Fu una buona stagione per il Tocai quella lì, tanto da contribuire alla costruzione di uno dei Milan più forti di sempre, con gente del calibro di Drazen Brncic, Federico Giunti, José Mari. E Comandini appunto, che in attacco si ritrova a fare il portabirre a Bierhoff, e a dare ripetizioni di italiano a Shevchenko. In poco tempo Comandini si rende conto che la considerazione che la società ripone in lui e’ quella che potrebbe avere Umberto Eco nei confronti di Salvo del Grande Fratello. Qualcosa non funziona, Berlusconi scopre che Zaccheroni alle ultime elezioni ha votato Romani Prodi, l’ambiente si deteriora, Costacurta minaccia di lasciarsi con la Colombari, e infine all’apice dello psicodramma la guida tecnica viene affidata al duo Tassotti-Cesare Maldini. Il vecchio Cesare è uno che nei giovani ha sempre creduto, anche quando tutti gli davano contro, a costo di sacrificare totem intoccabili. Chiedere a Baggio cosa ne pensa a riguardo. Maldini capisce che Comandini può diventare qualcuno, e decide di puntare forte su di lui, in allenamento comincia a gridagli “mmmonaaaa”, e tutti sanno che quando Maldini comincia a dare del “mmmonaaaa” a qualcuno con tre emme e quattro a, è segno di stima incondizionata.

IL CAPOLAVORO Si giunge al giorno del derby. Per il Milan e’ stata una stagione disastrosa, per l’Inter è l’ennesimo anno di m***a. Ronaldo è fuori dai giochi a causa del quattordicesimo infortunio in due anni, al posto di Marcello Lippi sulla panchina è arrivato Marco Tardelli, uno che sarebbe riuscito a non qualificarsi al Mondiale con il Brasile di Didì – Vavà – Pelè e Moratti, che dal nervosismo è arrivato a sei pacchetti di Nazionali al giorno, ha cominciato ad acquistare senza criterio gente dall’elenco telefonico. Insomma, una tragedia epocale. In questa cornice l’11 maggio 2001 ascende al cielo Gianni Comandini, per la gioia di tutti gli agiografi sportivi e dei nerd di ogni epoca. Ascende al cielo e lo fa per ben due volte, la seconda volta letteralmente sulle spalle di Matteo Ferrari. Caso vuole che il trionfo personale di Comandini coincida con uno dei risultati più clamorosi nella storia del derby della Madonnina: 6-0. Insomma, uno di quei risultati per cui le prese per il culo durano minimo dieci anni (nove, in questo caso, finché l’Inter non ha restituito il favore), e per cui i protagonisti entrano nella leggenda.

GLI ULTIMI ANNI La stagione finisce, tutti prospettano per Comandini un futuro radioso, e infatti nel settembre del 2001, viene ingaggiato dall’Atalanta, compiendo quella parabola che tutti i giocatori sognano. La società orobica stacca un assegno da 30 miliardi, per quello che è entrato nella storia come uno dei pacchi più grandi di sempre. Comandini comincia a soffrire di ripetuti problemi alla schiena. Non viene curato bene, e lui poco a poco comincia a stufarsi di giocare a calcio. D’altra parte dopo che sei entrato nella Storia per aver segnato due gol in un derby che tutti ricorderanno per l’eternità, quali altre ambizioni puoi avere? Comandini gioca tre stagioni all’Atalanta segnando 7 gol, un’apparizione fugace al Genoa, il ritorno all’Atalanta per poche partite nel 2004-2005, infine l’ultima stagione con la maglia della Ternana.

LA”SINDROME DI NAKATA” A 29 anni, arriva il ritiro, causato da quella che viene comunemente conosciuta come la “Sindrome di Nakata”. Comandini capisce che oltre al calcio c’è molto altro, e comincia a girare il mondo. Qui il personaggio diventa leggendario, assumendo un’aurea quasi cristologica, e ce lo immaginiamo barba incolta a predicare passi del Vangelo secondo Albertini, a folle di Vratislav Gresko in paesaggi esotici come il Macchu Picchu, il deserto Simpson in Australia, o il ponte di Vallericcia. Quando torna a Cesena, dove ha aperto un ristorante al termine dell’universo, Comandini gioca ancora a calcio con la Polisportiva Forza Vigne, nel campionato CSI, per l’orgoglio di Giovanni Lindo Ferretti. Nel tempo si è diffuso il mito che giocasse in porta. Falso. Per diverse partite ha invece giocato come libero. D’altra parte, quale ruolo sarebbe potuto essere più indicato per un tipo così? In un’intervista rilasciata un anno fa ha dichiarato: Ho rinunciato a tanti soldi, vero. Ma quanti anni in più di vita ho guadagnato? Questi 7-8 ho fatto quello che volevo fare, e ciò non ha prezzo”E scusate se è poco.

Le cronache precedenti:

[Kronika Sportowa #1] Stefano Napoleoni, il viaggio dell’eroe

[Kronika Sportowa #2] Tu mi Iturbe

4 Comments

  • Grazie ragazzi, per me è un piacere scrivere 🙂 edo, la somiglianza tra nakata e comandini sta tutta nello stesso modello di zaino che hanno scelto una volta appesi gli scarpini al chiodo 😉

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *