Sportmain intervista Donata Bergamini: “Verità per Denis”

[Nel 24esimo anniversario della morte di Bergamini, riproponiamo l’intervista fatta due anni fa alla sorella di Denis]

Ventidue anni di lotta contro l’oblio ancora non bastano a ristabilire la verità, ma hanno restituito una certezza: Donato ‘Denis’ Bergamini, centrocampista del Cosenza, la sera del 18 novembre 1989 non si è suicidato gettandosi sotto un camion lungo la Statale 106 Jonica, nei pressi di Roseto Capo Spulico. Denis è stato assassinato e la sua memoria infangata da insabbiamenti, pressapochismo nelle indagini e silenzio dello stesso mondo del calcio. Da quel giorno la famiglia del giocatore, prima il padre e poi la sorella Donata, hanno urlato un’altra verità, ovvero che Denis non poteva essersi suicidato (“Mi piace vivere”, afferma in una delle ultime interviste): solo grazie alla loro tenacia nel giugno 2011 si è riusciti a far riaprire un caso archiviato dalla magistratura nel ’92 come ‘suicidio’. Donata oggi ancora cerca risposte grazie a un sito web e un gruppo Facebook creato da alcuni volonterosi che hanno preso a cuore la vicenda del calciatore calabrese, morto a 27 anni. Far giustizia sarà difficile ma intanto il primo gol (riabilitare la memoria di Denis) è stato realizzato.

SPORTMAIN. Il 18 novembre ricorreranno 22 anni dalla morte di Denis e quest’anno è stato uno dei più importanti per cercare la verità sulle sue ultime. Riaperte le indagini, si parla ora  di omicidio, negando un suicidio che la sua famiglia non ha mai accettato. Avete in mente qualche iniziativa per la commemorazione?

DONATA. Quest’anno, per la commemorazione, Denis sarà ricordato come uomo e  come calciatore. L’evento si svolgerà a Castro Libero e il programma dell’evento è presente sul  gruppo Facebook.

S. E’ singolare che oggi ancora in pochi conoscano la storia di Denis e solo grazie a speciali tv, al web e a “Il calciatore suicidato”, il libro di Carlo Petrini. Ci può fare un suo breve ritratto, lei che lo ha conosciuto come nessun altro?

D. Denis amava vivere, era una persona semplice e generosa, sempre pronto ad aiutare, gli piaceva molto scherzare, era molto legato alla famiglia. Stravedeva per la sua nipotina, ritornava da Cosenza, veniva a prenderla e la portava con lui a fare un giro riempiendola di regali. Sebbene avesse fatto carriera, non ha mai dimenticato i suoi amici d’infanzia, e quando arrivava al suo paese, una sera era dedicata a loro.

S. Ci permetta una domanda: secondo lei, se Denis non fosse rimasto al Cosenza e fosse andato via l’estate prima (sappiamo dell’interesse del suo ex- tecnico Giorgi, che voleva portarlo alla Fiorentina, e del rifiuto della dirigenza del Cosenza a cederlo), sarebbero andate diversamente le cose? E, al di là dell’attaccamento alla tifoseria, perché secondo lei è rimasto in Calabria nonostante i sospetti e l’aria ostile che cominciava a sentire?

D. Certo, non ho dubbi: se non fosse rimasto a Cosenza, le cose sarebbero andate diversamente. La sua vita era il calcio, dove finalmente con impegni e sacrifici l’ultimo anno della sua vita era riuscito a coronare il suo sogno. “Le porte della serie A si erano aperte” poi, a causa di un infortunio subito, con il timore di non riuscire a essere in piena forma, decise di rimanere ancora un anno a Cosenza, con l’ingaggio triplicato. Non mi risulta che Denis nutrisse sospetti e respirasse aria ostile, a parte la telefonata del lunedì prima di morire e la confidenza telefonica che fece a una persona il giovedì della stessa settimana che fu ucciso. Probabilmente, non intuendo la gravità della cosa, trascorse la settimana come tutte le altre, tanto è vero che il sabato mattina incitò i compagni a battere il Messina e, in uno scherzo, tagliò i calzini al capitano della squadra (da un’intervista rilasciata alla ‘Gazzetta del Sud’ il 18-11-1989, giorno in cui è stato ucciso). Inoltre Denis aveva trovato la ragazza della sua vita e aveva iniziato a pensare al suo futuro non solo come calciatore, ma anche come uomo… Il denaro non gli mancava e aveva iniziato i progetti per la ristrutturazione della casa.

S. Cosa risponde a chi insinua che suo fratello avesse qualcosa da nascondere della sua vita privata?

D. Non credo avesse qualcosa da nascondere. Forse l’hanno coinvolto in qualcosa… e ha pagato con la vita.

S. E’ strano, sia pur in un Paese come il nostro dove non sempre si riesce a far chiarezza, che ci siano stati tanti insabbiamenti nell’inchiesta. Secondo lei a cosa si deve il pressappochismo delle prime indagini e il comportamento delle forze dell’ordine quella notte? A distanza di più di 20 anni che idea si è fatta?

D. Ancora oggi non riesco a darmi nessuna risposta.

S.  Che spiegazione avete dato in famiglia all’accaduto? Avete maturato altre idee nel corso degli anni, su chi poteva voler morto Denis? E che fine hanno fatto il camionista coinvolto e la ex fidanzata, visto che ora, riaperte le indagini, queste due figure tornano ad essere testimoni decisivi.

D. L’unica spiegazione vera è che Denis è stato ucciso.

S. Questa è una vicenda che in molti hanno evidentemente voluto oscurare. Non le sembra paradossale pensare che un ruolo decisivo sia stato quello rivestito dal magazziniere del Cosenza, che vi consegnò le scarpe (perfettamente pulite) di Denis e che questa persona sia deceduta poco tempo dopo sulla stessa strada (la statale Jonica) in circostanze poco chiare?

D. Abitando lontano da Cosenza, le notizie sulla morte dei factotum del Cosenza ci sono pervenute da più persone: c’era chi diceva fosse stato un incidente, chi diceva che erano deceduti in circostanze poco chiare… Sarà pure una coincidenza…

D. Ci permetta un’osservazione: suo fratello era molto amato dai compagni e dai tifosi, ma dopo la sua morte il Cosenza calcio e tutti gli addetti si sono chiusi in un silenzio assordante, trincerandosi pesantemente dietro l’archiviazione della magistratura del 1992. Ha qualche rimpianto? Si aspettava un comportamento diverso da chi lo conosceva bene o sosteneva di conoscerlo bene? Qualcuno di loro vi è stato vicino?

R. Si alcuni compagni, molto pochi, ci sono stati vicini e lo sono tutt’ora. I tifosi non l’hanno mai dimenticato: anzi esiste anche la ‘sua’ curva allo stadio  “San Vito” e, in sala-stampa, il suo busto. Per il resto, preferisco non rispondere.

S. Alla fine, per paradosso, molti di quelli che cercano la ‘Verità per Denis’ sono persone che nemmeno l’hanno conosciuto, che si sono appassionati al suo caso, che lo ricordano pur senza mai averlo mia frequentato e che non hanno i mezzi e l’esposizione mediatica per farsi sentire. Il mondo del calcio, al solito, invece ha parole a fiume, telecamere e riflettori solo quando serve a qualche altro interesse. E’ delusa da questo mondo?

D. Se questi giovani che non l’hanno conosciuto hanno voluto riportare alla luce il caso, l’unica spiegazione è che Cosenza non ha mai creduto alla favola del suicidio, pur trincerandosi nell’omertà. Per quanto riguarda i mezzi e l’esposizione mediatica per farsi sentire, se si è creato movimento è stato grazie a loro, da sola non sarei riuscita a smuovere nulla. Per quanto riguarda il mondo del calcio, è vero: nessuno s’interessò al caso di Denis. Dopo il fatto ne parlò Aldo Biscardi, durante il ‘Processo del Lunedì’ e l’unico giornalista sportivo che ci seguì fu Oliviero Beha. Poi se ne parlò con l’uscita del libro del calciatore Carlo Petrini. Ora che i riflettori sono puntati sull’omicidio di Denis, spero che il mondo del calcio ci aiuti: rimarrei delusa in caso contrario, perché sposerei la tesi che in quel mondo il calciatore è solo un numero.

S. Essere passato dal suicidio all’accusa di ‘omicidio a carico d’ignoti’ riabilita la memoria di Denis, ma non la verità storica… Realisticamente, cosa cercate adesso? Ritenete sia ancora possibile arrivare alla verità?

D. Se oggi si è passati all’accusa dell’omicidio volontario, lo dobbiamo al corposo dossier che l’avvocato Eugenio Gallerani ha consegnato in procura, non limitandosi solo a mettere in evidenza le cose esistenti, già sufficienti, ma anche inserendo nuovi elementi, recandosi direttamente sul luogo più volte, girando l’Italia per raccogliere materiale, lavorando ininterrottamente. A distanza di 22 anni, questa svolta per tutti noi è stato solo il primo, importante passo per la ricerca della verità. In attesa del traguardo.

S. Proprio alla verità è intitolato un gruppo di Facebook, Verità per Denis, che ci ha messo in contatto con lei. In più di 20 anni di dubbi, c’è una certezza: è stato il tanto bistrattato web e i social network (che spesso finiscono nei tg solo per le bravate di qualche cretino) a darvi una mano e a far conoscere il caso di Denis. Si tratta di un coinvolgimento davvero impressionante, pensando a quanti ancora oggi cercano di tener viva la sua memoria. Ed è bello sapere che a scoprire tutto il movimento della rete in onore di suo fratello sia stato proprio suo figlio, che si chiama Denis come suo fratello. Che contatti ha con questo gruppo?

D. E’ un gruppo attivo dal 2009: i contatti avvengono su Facebook, per e-mail, telefono: chiaramente tutto questo è stato possibile grazie alla prima manifestazione del 27 dicembre 2009, organizzata a Cosenza, dove era stato chiesto alla mia famiglia di partecipare. Alla mia titubanza, alcuni cosentini hanno preso il treno e mi hanno raggiunto per farsi conoscere. Durante quell’occasione si è creato un clima caloroso, sincero e familiare che ci ha permesso di proseguire il nostro cammino con altre iniziative che ogni volta ci davano la possibilità di conoscerci personalmente e di aumentare il numero degli iscritti al gruppo. E insieme abbiamo creato l’Associazione “VERITA’ PER DENIS”.

Chi ancora non conoscesse la vicenda di Denis, e volesse aderire alle iniziative create in questi anni per far luce sul suo caso, può visitare il sito menzionato sopra,

http://www.veritaperdenis.altervista.org/

e il relativo gruppo Facebook:

https://www.facebook.com/group.php?gid=115626619775

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