Il Lìder Massimo: i 18 anni del Petroliere #1 (1995/96)

Prima puntata della rubrica dedicata ai volti e alle storie che hanno accompagnato Moratti nei 18 anni in cui è stato il Plenipotenziario del Club nerazzurro.

Da quel lontano 18 febbraio 1995, quando prese la squadra dalle mani di uno stanco Pellegrini, ai giorni attuali in cui si è completato il passaggio delle quote di maggioranza a Thohir, sono passati 18 anni. Un ragazzo a 18 anni diventa maturo, e anche Moratti in questi anni ha raggiunto una sua maturità. Una maturità che l’ha portato dagli errori di gioventù da “collezionista di figurine” che acquistava grandi nomi senza una vera logica tecnico tattica, raccogliendo solo delusioni e, soprattutto, le prese in giro del mondo calcistico, alla concretezza legata al dopo Calciopoli, che ha portato gli anni d’oro delle vittorie in serie e degli storici trionfi, fino alla raggiunta consapevolezza attuale, dopo qualche stagione di ritorno all’anonimato e alle delusioni cocenti, che lui, da solo, all’Inter non bastava più, soprattutto se si voleva fare un nuovo salto di qualità. 18 anni da plenipotenziario e da Presidente, esclusa la breve parentesi Facchetti, in cui ha inseguito sogni, avvallato scelte, firmato contratti. Insomma 18 anni di volti e storie. Questa rubrica, quei volti e quelle storie cercherà di ripercorrerle, soffermandosi su quelle più significative.

Stagione 1995/96, la prima. L’allenatore è Ottavio Bianchi. Non l’ha scelto lui, ma ereditato da Pellegrini. Ha guidato la squadra negli ultimi mesi e, dato che le cose non sono andate poi così male, Moratti decide di confermarlo e affidargli la sua prima Inter. Inaugurando così una delle caratteristiche più peculiari del Patron nerazzurro: la fiducia a orologeria, ovvero “ti affido la squadra, ma mi son già invaghito di un altro, quindi attento a quello che fai”, con le lancette dell’orologio che finiscono, però, già la loro corsa più o meno il giorno dopo della firma del contratto. Quindi per la maggior parte delle panchine nerazzurre si può parlare di coppia di allenatori: quello ufficiale e lo spettro di quello che sarebbe (sicuramente) arrivato dopo di lui. Per Bianchi lo spettro si chiama Roy Hodgson, al tempo ct della Svizzera, ma astro emergente della conduzione tecnica. Che il suo posto, dopo la breve parentesi Suarez, lo prende davvero. Del primo mercato di Moratti fanno parte:

SEBASTIAN “AVIONCITO” RAMBERT –  E’ uno dei calciatori più famosi dell’Inter. Suo malgrado. Sì perché nell’Inter colleziona sì e no due presenze e neanche in campionato. Però è “Quello che è arrivato con Zanetti” e in tutti gli speciali sulla carriera del Capitano, quando si mostra le prime immagini della presentazione a Milano, lui è quello a cui sono dedicati tutti i flash dei giornalisti. D’altronde arriva da cannoniere di razza dell’Independiente, autore di tanti gol festeggiati con il gesto dell’aeroplano, da cui il soprannome che si porta dietro. I soloni del calcio pontificano: la nuova stella del calcio segnerà caterve di reti e quello lì coi capelli a puntino andrà sicuramente in giro in prestito a farsi le ossa. In realtà l’unico aeroplano che vediamo è quello che si riporta in Argentina Rambert.

MAURIZIO GANZ – Lui bomber di razza lo è davvero. Arriva dall’Atalanta e in due stagioni non fa rimpiangere i soldi spesi per lui: è stato comprato per risollevare le sorti dell’attacco nerazzurro, e lui fa a pieno il suo dovere. Al punto che per lunghi periodi le sue marcature diventano una costante, e soprattutto un salvagente per molte prestazioni di un periodo non brillantissimo dell’Inter. Da qui il soprannome “El segna semper lu”. All’inizio della terza stagione soffre l’arrivo di gente come Ronaldo e Zamorano, vede gli spazi per lui troppo chiusi e dopo qualche panchina si inalbera e chiede a gran voce di essere ceduto. A dicembre così viene accontentato e, per rendere più bruciante la separazione, accetta le offerte del Milan. E quando segna in un derby di coppa Italia esulta che manco Tardelli ai Mondiali dell’82. Con i rossoneri, in due stagioni colleziona più panchine dell’esperienza nerazzurra (anche se da panchinaro conquista uno scudetto) e segna un terzo dei gol, ma, a quanto pare, per lui, nel Milan va bene anche così. Che non abbia avuto le idee sempre chiarissime lo dimostra un po’ anche il percorso dopo l’abbandono al calcio professionistico, visto che nel 2010 scende in campo nelle file della Padania nei tornei tra Nazionali non riconosciute dalla FIFA, mentre l’estate scorsa gioca nella Nazionale Italiana Beach Soccer…

PAUL INCE – E’ forse l’unico colpo proveniente dalla Premier League che Moratti sia riuscito a portare a segno. Grande appassionato di Calcio Inglese, in tutta la sua carriera di presidente si è innamorato di diversi giocatori a cui avrebbe fatto i ponti d’oro per arrivare all’Inter: Giggs, Cantona, Roy Keane, Gerrard. Alla fine l’unico che riesce a portare a Milano è proprio “The Gov”. Che come buona parte dei britannici che si rispetti, arriva in Italia e arranca in modo spaventoso, al punto di far dubitare più d’uno della scelta. In realtà il centrocampista ha solo bisogno di carburare, perché una volta che inquadra la situazione e si prende sulle spalle il centrocampo nerazzurro, non lo molla più e anche per i tifosi interisti diventa “the Governor”. Ha solo un grosso difetto: una moglie. E con un paio di attributi probabilmente più consistenti di quelli del buon Paul, se è vero che, dopo due stagioni, dichiaratasi stanca di Milano, decide che è l’ora di tornare in Inghilterra e il marito deve abbassare la cresta, ringraziare tutti, scusarsi con Moratti e tornare in Terra d’Albione. A Liverpool.

ROBERTO CARLOS – Una delle perle del mercato nerazzurro, in tutti i sensi. In positivo perché arriva in sordina dal campionato brasiliano per occupare un posto sulla fascia “orfana di Brehme” ormai da tempo immemorabile. Neanche il tempo di capire se quel ragazzotto tarchiato portatore di sano di due prosciutti al posto delle cosce, possa fare al caso dell’Inter, che alla prima partita scaraventa in porta una punizione con una potenza che non si vedeva dai tempi di Mark Lenders. E con conclusioni analoghe alla fine di gol ne segnerà 7. Una velocità disarmante con cui ara letteralmente la sua fascia, non esattamente una sicurezza in difesa, ma un cursore che entra prepotentemente nelle azioni d’attacco nerazzurre. L’Inter ha trovato il suo nuovo laterale sinistro? Tutto il mondo calcistico è d’accordo… a parte Mister Hodgson che al grido di “Noi tanto abbiamo Pistone”, dopo solo una stagione avvalla la cessione al Real Madrid. E qui sta la perla in negativo: lui riempie la bacheca di trofei di squadra e personali, all’Inter resta una fascia “orfana di Roberto Carlos” per almeno un decennio.

MARCO BRANCA – Arriva all’Inter nel mercato invernale, quando appare ormai un po’ cotto dopo tanti anni ad alti livelli, e invece segna subito tanto, entrando nelle grazie di società e tifosi, e regalandosi ancora tre anni a buoni livelli prima del lento declino. I rapporti con Moratti restano talmente buoni che terminata la carriera calcistica e intrapresa quella dirigenziale, lo arruola subito come osservatore e poi gli affida le redini dell’area tecnica. Insieme a Oriali. Entra a gamba tesa nel mercato, soprattutto quello post Calciopoli, portando a casa perle come Ibraimovic ed Eto’o, rivalutando gente data per finita come Snejder e Lucio, facendo scoprire al mondo Maicon e Julio Cesar, riportando all’ovile un Pandev tutto nuovo. Un Signore del Mercato. Riesce perfino a far fuori Oriali. Ecco. Dopo arrivano Zarate, Jonathan, Schelotto, Kuzmanovic, Pereira, Silvestre, vengono mandati via a calci Lucio, Julio Cesar, Snejder, Pazzini e nel mercato invernale della passata stagione scopriamo anche che “se riusciamo a prendere qualche buon giocatore ok, altrimenti l’Inter va più che bene così“. E, fatti due calcoli, si capiscono diverse cose….

FELICE CENTOFANTI – Uno dei giocatori più pittoreschi che abbiano calcato i campi di serie A. Pizzetto alla moschettiere, ma, soprattutto, una folta chioma di capelli riccioluta. L’Inter lo acquista per cementare la difesa. Il 1995 è il primo anno dei numeri fissi. Alla Pinetina si decide che i numeri verranno assegnati attraverso un’asta, e il buon Felice vince quella per il numero 9. Così Moratti, amante del gioco offensivo, si ritrova ad avere come primo Numero 9 un difensore, e si altera non poco. Per di più per la prima parte della stagione sono più le volte che il 9 resta in panchina, solo con Hodgson Centofanti si ritaglia i suoi spazi. E non delude, soprattutto dal punto di vista dell’impegno e della verve agonistica, difensore sanguigno che non tira mai indietro la gamba, tanto che nonostante resti una sola stagione e giochi poche partite, diventa un idolo della Curva.

CAIO – La definizione di “persona qualunque” insieme a Tizio e Sempronio gli calza a pennello. Arrivato coi soliti squilli di tromba di giovane fenomeno brasiliano grazie alla (unica) stagione precedente giocata ad alto livello in Brasile e ricca di gol, sparisce quasi subito nel dimenticatoio. E quando l’anno successivo passa al Napoli per il “rilancio definitivo”, per dimostrare che è stata l’Inter a non capirlo, arriva il flop definitivo che lo reimbarca su una nave per il Brasile con la sacca vuota di gol. Ma carica di tutti i giochi di parole, le battute e i titoli di giornale che un cognome così può aver generato in due anni.

A completare il quadro degli acquisti, assieme ad un Marco Landucci, che fa l’ultima stagione in serie A da secondo a Pagliuca senza mai vedere il campo, si annoverano: Benny Carbone, fantasista brevilineo dai piedi buoni, che arriva però in una fase non felicissima della sua carriera, che si risolleverà solo negli anni successivi in Premier League; Salvatore Fresi, arrivato dalla Salernitana, autore di stagioni in nerazzurro tra luci ed ombre, ma senza mai confermare le aspettative che si nutrivano su di lui quando era un giovane prospetto tra le file della Salernitana; Fabio Cinetti, ex Primavera nerazzurra, di ritorno dalle esperienze a farsi le ossa nelle serie inferiori, per un anno da riserva e poco più; Alessandro Pedroni, che arriva dopo le ottime stagioni nella Cremonese, come giovane promessa, mai realizzata, visto l’esiguo numero di presenze, e che alla fine, forse, resterà celebre solo per aver infortunato gravemente Futre alla prima partita in serie A del portoghese, quando lui ancora militava con i grigiorossi; Alessandro Pistone divenuto famoso più che altro per essere stato lo scomodo erede di Roberto Carlos fino al trasferimento in Premier League.

Poi insieme a questi è arrivato Javier Zanetti(continua)

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