Il Lìder Massimo: i 18 anni del Petroliere #2 (1996/97)

Seconda puntata della rubrica dedicata ai volti e alle storie che hanno accompagnato Moratti nei 18 anni in cui è stato il Plenipotenziario del Club nerazzurro.

Siamo alla stagione 1996/97. Quella precedente, che ha visto impegnati sulla panchina dell’Inter tre allenatori (Bianchi, Suarez, Hodgson) si è conclusa, un po’ tristemente, con un settimo posto finale. l’eliminazione ai trentaduesimi di Coppa Uefa e in semifinale in Coppa Italia. Per Moratti una partenza decisamente deludente. Quindi c’è sicuramente da lavorare in sede di mercato per rimettere a posto le cose. E poi bisogna avere un buon manico. Per la nuova stagione il Presidente sceglie colui con cui aveva finito la precedente.

ROY HODGSON – Arriva all’Inter dopo l’esperienza da ct della Svizzera che l’ha posto all’attenzione del Mondo come nuovo allenatore emergente. Sarà anche perché è un rappresentante di quel calcio inglese che tanto gli piace, Moratti se ne innamora e ne pone la carogna sulle spalle di Bianchi, giusto per farlo lavorare tranquillo. Poi quando le strade con l’ex tecnico del Napoli si separano prematuramente, dopo il breve interregno di Suarez, arriva a Milano. Moratti vorrebbe rivedere all’Inter il gioco spumeggiante e divertente che il tecnico ha saputo dare alla Nazionale elvetica. Di divertente in realtà, forse, Mister Roy mostrerà solo il suo essere “very english” in ogni aspetto del suo comportamento, soprattutto nel suo italiano cantilenato che ne fa un novello Stanlio, ma allo stesso tempo molto autoironico, basti pensare agli splendidi duetti con Mister Flanagan della Gialappa e il suo “What is this?”. Poi poco altro , perché l’Inter sotto di lui non è che brilli per gioco e risultati e, anche se arriva un terzo posto e una finale Uefa persa con lo Schalke 04 ai rigori, il senso di incompiutezza è forte e sotto il peso delle critiche non termina neanche la stagione e, dopo la sconfitta in Coppa, lascia baracca e burattini in mano a Castellini per gli ultimi spiccioli di partite. Resteranno a imperitura memoria due sue perle: la bocciatura di Roberto Carlos, “tanto l’Inter ha Pistone”, ma, soprattutto, essere stato l’unico che, in 18 anni, è riuscito a far imbestialire in mondovisione Zanetti (che nell’occasione si spettinò anche) dopo la sostituzione negli ultimi minuti della finale di ritorno di Coppa Uefa.

Gli interventi sul mercato portano facce nuove a Milano:

CIRIACO SFORZA – Arriva dalle esperienze positive nel campionato tedesco e in lui si individua il centrocampista a cui affidare le chiavi della seconda linea nerazzurra. Buona struttura fisica, cervello pensante del centrocampo, dovrebbe essere allo stesso tempo diga e organizzatore della mediana nerazzurra, per recuperare i palloni che Djorkaeff dovrà smistare per le punte. Lo potrebbero aiutare essere un “italiano”, quindi con meno difficoltà di adattamento, ma soprattutto avere in panchina colui che con la Svizzera l’ha portato ad alti livelli. In realtà proprio il fatto di avere in panchina Hodgson è quello che lo salva dall’essere relegato in panchina, perché la fiducia che il tecnico gli dà è, forse, sproporzionata a quello che mostra in campo. E infatti via Hodgson, anche la sua avventura in nerazzurro termina. Il ricordo di lui resta forte solo per un motivo: la maglietta/pigiama di Aldo (indossata da Giacomo) in una scena di “Tre uomini e una gamba”: (Giovanni) ‘Sì però anche tu, ti sembra il caso di dormire con la maglietta di Sforza?’ ‘(Aldo) Eh, quella di Ronaldo era finita!’

FABIO GALANTE – Con la difesa da puntellare, si individua in Fabio Galante, astro nascente del panorama nazionale, il difensore centrale che possa fornire la giusta grinta al reparto arretrato. Arriva dall’ottima esperienza nelle file del Genoa, che ne ha fatto uno dei titolari dell’Under 21, con cui conquista ben due titoli Europei nel ’94 e nel ’96. All’Inter, in realtà, perde un po’ della sua spinta propulsiva, si uniforma un po’ al grigiume generale, al punto che non riceverà mai convocazioni per la Nazionale maggiore. Buona personalità, giusta dose di cattiveria agonistica, lingua niente male da buon toscanaccio, non si può valutare come negativa la sua esperienza triennale all’Inter, coronata anche con la conquista della Coppa Uefa e il sogno scudetto infrantosi sul petto di Iuliano, ma si ha la sensazione che non abbia mai compiuto il salto di qualità che ci si aspettava da lui e che il suo palmares giovanile lasciava presagire. Le lunghe esperienze successive con Toro e Livorno non scalfiranno il rapporto forte che ancora oggi lo lega ai colori nerazzurri. Come il calcio in generale non scalfirà (anzi lo accentuerà) il suo rapporto forte con il mondo femminile, che, favorito da un aspetto sicuramente piacente, lo porterà più facilmente, per tanti anni, più al centro delle cronache rosa che di quelle sportive.

MASSIMO TARANTINO – Come diventare famoso “per non esserci mai stato”. Ovvero come essere popolare più per l’enorme sfortuna personale che per le fortune fatte in una grande squadra. Arriva dalle esperienze al Napoli che lo fanno conoscere a livello nazionale e ne creano la reputazione di difensore affidabile. Lo si individua come pedina per puntellare il disastrato reparto arretrato nerazzurro. L’unica cosa che viene puntellata è, chirurgicamente, il suo ginocchio, dato che si infortuna praticamente dopo il primo saluto in sede e poi nessuno lo rivede più, a parte nella colonna “Infortunati” del tabellino delle partite, dove fa presenza fissa per un’intera stagione. Cosa avrebbe potuto dare all’Inter non lo sapremo mai, anche perché finalmente quando può dire “Tranquilli, ora sto bene!” davanti a lui ci sono i dirigenti del Bologna…

ARON WINTER – Uno con un cognome così non poteva che diventare un giocatore dell’Inter. Centrocampista dinamico, intelligente tatticamente e forte fisicamente, sopperisce nella mediana nerazzurra alle latitanze svizzere e poi ne diventa pedina fondamentale nell’anno di Simoni e della conquista della Coppa Uefa. Arrivato a Milano dopo gli ottimi anni alla Lazio, in nerazzurro gioca due anni ad alti livelli e poi rimane travolto anche lui nella spirale di mediocrità della stagione “dei quattro allenatori”. Così l’anno dopo se ne ritorna all’Ajax a finire la carriera.

YOURI DJORKAEFF – Giocatore dai piedi buoni e dalla grande fantasia, uno di quei giocatori “divertenti” che piacciono tantissimo al Patron nerazzurro, e che, infatti, con lui instaura un rapporto speciale e un legame forte. Benché probabilmente anche lui a conti fatti abbia fatto vedere all’Inter meno di quello che le sue grosse potenzialità avrebbero consentito, l’esperienza in nerazzurro è da considerarsi positiva perché è autore spesso di prestazioni da voti alti in pagella, è artefice di giocate sopra la media, offre assist invitanti per il reparto avanzato e non disdegna il gol (che alla fine saranno una trentina). Uno su tutti: 5 gennaio 1997, partita con la Roma, il pallone ribattuto si impenna in posizione defilata destra e lui decide di sforbiciare le gambe in cielo per anticipare il colpo di testa del difensore, con una coordinazione perfetta, tale da conferire al pallone una traiettoria imparabile. Uno dei più bei gol visti in serie A, di sicuro il più bel gol (votato per acclamazione) della storia dell’Inter, tanto da diventare l’immagine sugli abbonamenti dell’anno successivo, ma soprattutto da restare a imperitura memoria nelle menti di tutti i tifosi nerazzurri. Il piglio dell’artista ce l’ha ancora oggi che è diventato un dj e un musicista di discreto calibro.

NWANKWO KANU – Il capostipite dei giocatori che possono avvalersi del “Premio Riconoscenza” nei confronti di Moratti. Comprato dall’Ajax, che invece si avvale del “Premio Sòla” di quell’anno, alle visite mediche precampionato gli viene diagnosticata una grave malformazione cardiaca, che ne compromette l’attività sportiva e ne mette a repentaglio la vita. Moratti, invece di rispedire al mittente la fregatura e rivalersi sugli ajacidi colpevoli di non aver mai sottoposto ad esami corretti il ragazzo, prende a cuore (nel vero senso della parola) il caso del giovane giocatore e, non solo non rescinde il contratto, ma paga pure il delicato intervento e tutta la riabilitazione che ne consegue. Manco un padre con un figlio. La storia fa il giro del mondo, Moratti appare come un salvatore e Kanu professa gratitudine eterna. “Papà” Moratti gli ha salvato la carriera e, probabilmente, anche la vita. E quale ciliegina migliore e commovente, che non segnare proprio nella gara del ritorno in campo? Tutti felici, tutti contenti. Tutti, a parte il buon Nwankwo, a cui le presenze col contagocce, necessarie per il suo pieno recupero nei mesi successivi, cominciano a star strette. Mostra insofferenza e, complice anche un’Inter che nonostante la conquista della Uefa non è esattamente una squadra ai vertici Europei, a ottobre del 1999 vede nell’Arsenal un bel trampolino per coronare le sue ambizioni. Alla faccia di “Papà Moratti” e del suo grande cuore. E effettivamente all’Arsenal, a cui non par vero di avere un giocatore praticamente messo a nuovo, vince davvero tanto. Sempre alla faccia di “Papà Moratti” e del suo grande cuore….

IVAN ZAMORANO – Un vero e proprio idolo della Curva nerazzurra. Arriva dal Real carico reti e di trofei personali e di squadra, ma non dà mai l’impressione di essere appagato. Soprattutto non dà mai l’impressione di non spendere tutte le gocce del suo sudore per i colori per cui sta giocando. Giocatore vero, uomo vero, sembra quasi portare sulle sua spalle l’orgoglio e la fierezza di un intero popolo, quello cileno, che vedono in lui il principale rappresentante (in quegli anni i cileni in giro per l’Europa sono molto pochi e non brillano certo come lui) della loro identità nazionale. Un idolo in patria, ma anche un idolo in campo. Lotta, grinta, sudore, cuore, tutto quello che può esaltare un tifoso lui li mette sul terreno di gioco. Anche se non gioca bene di lui non si può mai dire che non si sia impegnato. E segna tanti gol, e dove non può segnare si mette al servizio dei compagni d’attacco. Suo uno dei tre gol con cui l’Inter regola la Lazio nella finale di Coppa Uefa. Ma anche un genio del marketing: quando arriva Ronaldo che chiede (e ottiene) il numero 9, lui non fa una grinza, prende la maglia numero 18 e ci piazza un + in mezzo tra i due numeri. E la vendita delle sue magliette va alle stelle. Un must a cui non si può rinunciare.

A completare la lista degli arrivi ci sono: Andrea Mazzantini, portiere che arriva a Milano dopo le buone stagioni in Spezia e Venezia, ma che all’Inter deve rivestire il difficile ruolo di secondo di Pagliuca, quindi con pochi spiragli e poche possibilità di vedere il campo; Armando Pantanelli, che all’Inter arriva perché notato da Hodgson durante un’amichevole contro il Carpi, ma per fare addirittura il terzo portiere; Jocelyn Angloma, roccioso difensore proveniente dal Torino, ma che ha speso i suoi anni migliori nel Marsiglia del (poi) scandalo Valenciennes e che dopo un solo anno lascia l’Italia per entrare nel Valencia-sorpresa di Cuper; Arturo Di Napoli, prodotto del vivaio nerazzurri che ritorna a gennaio dopo il girovagare per l’Italia tra prestiti e comproprietà e che riparte per il suo “tour”, questa volta senza ritorno, dopo appena 7 presenze e nessun gol con la maglia nerazzurra.

E insieme a questi gioca Javier Zanetti…. (continua)

Le puntate precedenti:

Il Lìder Massimo: i 18 anni del Petroliere #1 (1995/96)

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