Il Lìder Massimo: i 18 anni del Petroliere #3 (1997/98)

Terza puntata della rubrica dedicata ai volti e alle storie che hanno accompagnato Moratti nei 18 anni in cui è stato il Plenipotenziario del Club nerazzurro.

Siamo alla stagione 1997/98. La precedente non è stata del tutto fallimentare, soprattutto se paragonata alle precedenti: il campionato si è concluso con un terzo posto, la Coppa Uefa è stata persa soltanto in finale, ai calci di rigore, con lo Schalke 04, mentre la Coppa Italia, ancora una volta, ha visto l’uscita in semifinale. Nonostante questo le acque si sono agitate parecchio e Hodgson ha lasciato la panchina a poche giornate dalla fine, subito dopo la sconfitta in Uefa e il polverone con Zanetti, al traghettatore Castellini. Quindi Moratti si trova con tutto da rifare, a cominciare dalla scelta dell’allenatore. Per guidare l’Inter in una stagione dalle alte ambizioni viene scelto:

GIGI SIMONI – Simoni un buon allenatore lo è sempre stato. Carriera molto lunga, si fa notare soprattutto negli anni alla Cremonese. La prima chiamata importante arriva da Napoli, nella stagione precedente al suo avvento in nerazzurro, ma non finisce bene. Simoni però resta uno stimabile mister, soprattutto è un “coltivatore di persone”, con la sua aria saggia sa farsi ascoltare ed è in grado di creare un gruppo affiatato. E questa è una cosa che all’Inter, intanto, non si vede da un po’. E’ uomo mite, che lavora in silenzio senza bisogno di troppi riflettori su di sé. E poi dà un buon gioco alle sue squadre, e questo è un qualcosa di cui Moratti sente un bisogno atavico. Ecco perché stavolta invece che puntare su grandi nomi o allenatori rampanti, ci si affida alla concretezza di un uomo fuori dalla mondanità del calcio, e gli si affida dei grandi campioni. L’obbiettivo è quasi centrato perché subito al primo anno le cose girano a mille, con la squadra che gioca e diverte, il gruppo è unito e i risultati arrivano. La squadra è fortemente coinvolta nella lotta per lo scudetto (per molte giornate è in testa alla classifica), ma i sogni si infrangeranno sulla maglia di Iuliano, nello scontro diretto con la Juve (poi campione), in un pomeriggio in cui della proverbiale mitezza di Simoni resterà ben poca traccia, ben celata tra i sacramenti e gli insulti a diverse generazioni della famiglia Ceccarini, dopo aver cercato di far capire all’arbitro cosa ne pensasse della sua conduzione di gara. Si consola con la vittoria della Coppa Uefa, sconfiggendo in finale la Lazio con un secco 3-0. Ha il merito, suo malgrado, di diventare “coscienza di Moratti”: l’anno successivo è confermato, ma con il consueto nasino storto di Moratti, che già pensa più in là, così, complici una serie di risultati non esaltanti, accompagnati da partite un po’ brutte a vedersi, arriva l’esonero. Peccato che arrivi sulla scia dell’esaltante vittoria a “San Siro” con il Real in Champions e mentre Simoni riceve la Panchina d’oro per l’anno precedente. Lo sfacelo che si rivelerà il proseguio della stagione, con il record dei quattro allenatori ingaggiati per un’annata disastrosa, ma soprattutto la consapevolezza di aver sottoposto il buon Gigi ad un trattamento che non meritava, rappresenteranno un errore che ammetterà più volte di aver commesso e un discreto spettro con cui convivere negli anni a venire, aiutandolo forse a diventare meno avventato e passionale nelle decisioni.

Scelto il condottiero, si decide di mettergli in mano una extralusso, quindi si lavora alacremente sul mercato, cercando di portare a casa il meglio, e il  meglio, in quegli anni, ha un nome:

RONALDO – Il suo arrivo è un enorme colpo di mercato, frutto di un lungo corteggiamento estivo, infilandosi tra le maglie delle incomprensioni tra il Barcellona e lo staff di Ronaldo dopo appena un anno in blaugrana. Il nome che lo accompagna parla da sé: il Fenomeno. E davvero quello che porta a Milano è fenomenale. Non è un’esagerazione dire che quella vista in nerazzurro sia stata, forse, una delle migliori manifestazioni della “Fenomenalità” di Ronaldo in una squadra di club, sicuramente l’ultima. Giochi di prestigio, accelerazioni devastanti, movimenti di gamba funambolici, gol di pregevole fattura. E tutto questo nonostante negli anni nerazzurri non abbia sempre una squadra alla sua altezza, così da rendere ancor più evidente quanto sia in grado di vincere le partite da solo. Molto spesso vederlo giocare vale già da solo il prezzo del biglietto. Con i tifosi è amore puro, a più d’uno brillano gli occhi a vederlo in campo. E lui ricambia con dichiarazioni d’amore incondizionato, fedeltà eterna, rispetto assoluto per i colori nerazzurri, e per “Papà Moratti”. Ecco, appunto, Papà Moratti. Vi dice niente? Sì perché Ronaldo si dimostra un giocatore dotato di una forza esplosiva, ma in un corpo piuttosto fragile. Subisce un grave infortunio nel ’99 durante una partita con il Lecce, lesione del tendine rotuleo con necessità di intervento e riabilitazione di sei mesi. Il Fenomeno è curato, coccolato e rimesso in piedi con un Moratti che fa tutto il possibile perché il suo gioiello possa tornare in campo. Lo fa nella finale d’andata di Coppa Italia, in cui, dopo qualche minuto dal suo ingresso, il mondo apprende cosa succede ad un tendine quando si rompe completamente, grazie ai replay che mostrano da ogni angolazione il ginocchio che se ne va. Lacrime, commozione, grande partecipazione del mondo calcistico per la sfortuna di un ragazzo che vede addirittura la carriera a rischio. E Papà Moratti in prima linea a fare in modo di rimetterlo in piedi. Fino al 2001 quando in campo ci torna davvero. Si è creato un legame inscindibile? Certo, peccato arrivino le panchine forzate, il 5 maggio, la vittoria ai Mondiali col Brasile e le lusinghe del Real per rimettere in gioco tutto e, grazie ad una poco convincente incompatibilità con Cuper ottiene di andarsene via. Alla faccia di Papà Moratti e del grande amore per i colori nerazzurri. Quello del Real non è più un Ronaldo fenomenale, ma che vince ancora tanto, sempre alla faccia di Papà Moratti. E, stavolta davvero alla faccia di papà Moratti e dello sbandierato amore per l’Inter, nel 2007 accetta la proposta del Milan, per una triste, quanto, forse, inutile passerella, condita pure da gol nel derby (vinto poi comunque dall’Inter) con tanto di mani portate alle orecchie, per un gesto di sfida (nell’insieme) che ha solo il risultato di rompere il sottile filo che lo teneva ancora legato ai cuori nerazzurri. Il “Vaffa” che si prende da Moratti in diretta ne è la sintesi. Poi è arrivato il mesto finale di carriera, i problemi metabolici, l’addio al calcio. E anche nei cuori nerazzurri prevale l’indifferenza. Anche se vederlo seduto ad un tavolo da gioco con un improbabile doppio petto che palleggia con le fiches un po’ di tristezza la mette ancora…

BENOIT CAUET – Centrocampista francese che arriva per “far legna” nella seconda linea nerazzurra. Centrocampista nella accezione “ligabuiana” del termine, è un giocatore che fa il classico lavoro oscuro, cantando e portando la croce, al completo servizio della squadra, sudando le proverbiali sette camice, senza per questo essere al centro dei riflettori. Uomo intelligente e schivo, mai una polemica, mai un comportamento fuori dalle righe. Ottiene il grandissimo rispetto dei tifosi nerazzurri che riconoscono il suo lavoro per la squadra e il suo attaccamento ai colori, che diventano per lui come una seconda maglia. E infatti, dato che la stima per lui si estende anche ai piani alti della società nerazzurra, appena appese le scarpe al chiodo in Svizzera, entra subito nei quadri tecnici nerazzurri e da qualche anno a lui sono affidati settori giovanili dell’Inter. Peraltro con ottimi risultati, se è vero che con i Giovanissimi Nazionali ha conquistato lo scudetto nel 2013. Ecco, grande giocatore e grande uomo. Da qui a pensare di chiamare il proprio figlio CAUET, come ha fatto qualche anno fa Julio Cesar, forse un po’ ce ne passa…

FRANCESCO MORIERO – Quello che si dice un capolavoro di mercato: alla Roma non sanno più che farsene e lo cedono al Milan, l’Inter nel frattempo fa firmare un pre-contratto ad Andrè Cruz del Napoli, difensore che interessa anche ai rossoneri; ne nasce così uno scambio, con l’Inter che per l’operazione si trova a pagare la simbolica cifra di un milione di lire. Cruz si perde completamente, mentre Checco Moriero vive letteralmente una nuova vita. Sgroppate sulla fascia a ciclo continuo, cross pennellati per gli attaccanti, dinamismo ed atleticità da ragazzino, gol, anche di pregevole fattura (basti pensare la rovesciata in Coppa Uefa con il Nechatel Xamax), l’invenzione del gesto dello sciuscià per premiare i gol capolavoro di Recoba e che poi sarà più volte usato per festeggiare anche i suoi, tutto contribuisce a farlo entrare nel cuore dei tifosi. Ma soprattutto a farlo rientrare nel palcoscenico del calcio che conta dalla porta principale, grazie ad una di quelle annate in cui tutto sembra girare per il verso giusto, fino alla riconquista della Nazionale e alla partecipazione ai Mondiali del 1998. Alla fine conquista solo una Uefa (a cui contribuisce in modo determinante), e negli anni successivi non si mostra più all’altezza del primo, fino alla cessione al Napoli, ma quell’unico, fantastico, anno lo lega indissolubilmente alla storia dell’Inter.

TARIBO WEST – Uno dei giocatori più pittoreschi che abbiano calcato l’erba di San Siro. Un armadio a quattro ante, tutto muscoli, un sorriso a denti sparati in bocca un po’ casualmente, ma soprattutto la testa pelata e lucida con solo due codini a mo’ di corna, decorati con i colori della squadra in cui sta militando. Si fa notare quando milita nell’Anderlecht e l’Inter lo acquista per dar peso con la sua prestanza atletica alla linea difensiva. Il buon Taribo non sarà ricordato come uno dei migliori difensori che abbiano vestito la maglia nerazzurra, ma come un personaggio sicuramente sì. Dotato di un’innata carica di simpatia, sa farsi ben volere da compagni e dirigenti (al punto che Simoni chiamerà un cane con il suo nome), meno dagli avversari, soprattutto quando se lo vedono arrivare addosso in tutta velocità come un autotreno e non sempre in perfetta coordinazione. Mitico resta lo scambia di battute con Lippi, non esattamente uno dei suoi estimatori: “Dio ha detto che devo giocare”, “Strano, a me non ha detto niente!” la risposta del mister. Unico problema che lo affligge è la “latitanza”: in occasione di pause e festività torna nella sua Nigeria, si sa quando parte, ma non si sa esattamente quando e se tornerà. Quando ricompare, per giustificare il suo ritardo adduce eventi luttuosi, al punto che, a detta dei dirigenti dell’Anderlecht, quando militava in Belgio usò la morte della stessa nonna per almeno quattro volte. Lasciata l’Inter ha una brevissima e quasi impalpabile militanza nel Milan. Ritiratosi dal calcio si è autoproclamato pastore pentecostale, dirigendo una chiesa da lui fondata alla periferia di Milano. Con sempre i colori nerazzurri nel cuore.

DIEGO SIMEONE – Il Cholo è sempre stato un giocatore sanguigno, di grande carattere e personalità, capace di trasmettere la sua grinta ai compagni e di spronarli anche in modo energico, insomma un leader e un trascinatore. All’Inter viene acquistato dopo quanto di buono fatto vedere nell’Atletico Madrid, proprio per portare nella mediana nerazzurra queste sue caratteristiche. E dopo un inizio un po’ stentato e poco convincente, la fiducia di Simoni che gli affida le chiavi del suo centrocampo, viene ampiamente ripagata, perché il Cholo ne diviene un cardine fondamentale. E presto diventa un idolo dei tifosi, che apprezzano sempre i giocatori di carattere che danno tutto per la maglia. Si crea un legame molto forte che non si interrompe neanche quando Simeone lascia l’Inter (per presunte incomprensioni con Ronaldo) e approda alla Lazio, dove si toglie le soddisfazioni sportive che in nerazzurro ha solo sfiorato. E non si interrompe neanche quando, il 5 maggio 2002, Simeone è uno dei migliori in campo per la Lazio e segna anche uno dei quattro gol, senza esultare.

ZE’ ELIAS – Brasiliano atipico, pochi leziosismi e tanta concretezza, con un gioco basato più sulla forza fisica e sulla distruzione del gioco avversario che sulla fantasia e l’impostazione. Un mastino di centrocampo, con uno sguardo truce, favorito anche da due folte sopracciglia che gli conferiscono un’aria poco raccomandabile. Funziona ad alti livelli solo una stagione, probabilmente contagiato dallo stato di grazia che vive l’intera formazione, in cui contribuisce alla conquista della coppa Uefa anche segnando un gol al Neuchatel Xamax, corredato di esultanza con una corsa sfrenata a centrocampo urlando “Sono forte!”. Poi un lento declino e già dopo due anni termina la su avventura in nerazzurro, salvo poi diventare un osservatore dell’Inter in Brasile qualche anno dopo.

ALVARO RECOBA – Sono tante le definizioni che si potrebbero spendere per lui, ma soprattutto sono molteplici i giudizi che si potrebbero dare della sua carriera, positivi, negativi o, addirittura tutti e due assieme. Solo con una definizione non si sbaglierebbe mai: Pupillo di Moratti. Sì perché Recoba arriva per espressa volontà del Presidente, che non nasconderà mai le simpatie per lui (basti ricordare la maglietta indossata da Moratti nella partita a porte chiuse di Champions in cui tutta la dirigenza andò in tribuna a tifare con addosso una maglia nerazzurra) e che probabilmente sarà l’artefice principale della lunga carriera in nerazzurro del Chino. La presentazione è devastante: alla prima gara di campionato con due siluri dalla distanza (da cui nasce il famoso gesto dello sciuscià) di rara precisione, rimette in piedi la partita con il Brescia dopo il vantaggio delle ‘rondinelle’. E non sono i soli gol di simile fattura segnati in quella stagione. Capendo di avere un piccolo fenomeno, ma che necessita di maturare e di giocare, viene mandato a Venezia, dove mostra tutto il suo enorme potenziale. Tornato in fretta e furia in nerazzurro comincia la lunga travagliata telenovela tra l’Inter e il Chino, che arriverà fino al 2007. Sì, perché comunque, per tutta la sua carriera, Recoba darà sempre l’impressione di non aver dato per quelle che realmente erano le sue potenzialità, un campione mai diventato un fuoriclasse, due piedi fatati al servizio di una testa non sempre lucida. Così i tifosi dell’Inter passano dagli osanna quando è in giornata e da solo può vincere una partita (su tutte la gara con la Samp, ribaltata negli ultimi spiccioli di partita), agli insulti, quando la sua indolenza in campo diventa quasi dannosa per le sorti dell’intera squadra. Il giudizio è tutto sommato positivo, e alla fine si toglie la piccola soddisfazione di partecipare al primo scudetto di Mancini nell’ultima stagione in nerazzurro, segnando anche un gol su calcio d’angolo all’ultima giornata, ma nelle menti di tutti i tifosi nerazzurri resterà sempre un gran senso di incompiuto e il dubbio di cosa avrebbe potuto essere.

A completare gli arrivi di quella stagione: Paulo Sousa, perché si pensa che per rispondere alla rimonta della Juve possa essere una buona idea ingaggiare a gennaio un ex campione della Juve stessa, peccato che ormai sia anche quasi un ex giocatore e la sua militanza in nerazzurro, alla fine, non risulti memorabile; Luigi Sartror, altro ex juventino, difensore proveniente dal Vicenza dove fa vedere buone cose, che ne prospettano un radioso futuro, purtroppo mai sviluppato a pieno, anche per diversi infortuni che ne hanno costellato la carriera, e che all’Inter resterà una sola stagione; Luca Mezzano, altro giovane di belle speranze mai realizzate fino in fondo, che arriva dopo le buone prestazioni con il Torino, ma che in nerazzurro raccoglie solo 4 presenze prima di cominciare un lungo giro per l’Italia; Francesco Colonnese, riccioluto difensore proveniente dal Napoli, di quelli con la giusta dose di cattiveria agonistica, che vive la sua stagione di grazia nel primo anno, sfiorando anche la convocazione ai Mondiali, prima del lento declino che ne sancisce la cessione alla Lazio; Martin Rivas, una delle “perle” di mercato nerazzurro, capelluto difensore uruguaiano arrivato dal Danubio, che subisce una delle più fantasiose gestioni dell’era Moratti, dato che, mostrati praticamente da subito i suoi limiti tecnici, viene mandato in prestito al Perugia, poi torna in nerazzurro per un intero anno vissuto tra panchina e tribuna senza mai vedere il campo, quindi va in prestito al Malaga, fino al 2002 quando la società si decide a cederlo al Penarol.

E insieme a questi gioca Javier Zanetti… (continua)

Le puntate precedenti:

Il Lìder Massimo: i 18 anni del Petroliere #1 (1995/96)

Il Lìder Massimo: i 18 anni del Petroliere #2 (1996/97)

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