Il Lìder Massimo: i 18 anni del Petroliere #4 (1998/99)

Quarta puntata della rubrica dedicata ai volti e alle storie che hanno accompagnato Moratti nei 18 anni in cui è stato il Plenipotenziario del Club nerazzurro.

Siamo alla stagione 1998/99. La precedente è stata sicuramente un’annata positiva: campionato vissuto da protagonista, in testa alla classifica per lungo tempo, fino alla rimonta della Juve e alla partita delle beffe, con un secondo posto finale; eliminazione ai quarti di Coppa Italia, ma soprattutto vittoria della Coppa Uefa sconfiggendo in finale la Lazio con un secco 3-0. Visto l’ottimo risultato ottenuto, Moratti decide di confermare Simoni, ma quasi da subito sembra perdere fiducia in lui, anche a fronte di una partenza non indimenticabile e, soprattutto, di un gioco non eccelso. Così, cogliendo la palla al balzo di un pareggio raccolto in rimonta, nonostante la vittoria 3-1 con il Real Madrid in Champions League in corso di settimana, che significa qualificazione agli ottavi, prima della fine dell’anno arriva l’esonero, comunicato, con un perfetto tempismo, proprio nel momento in cui il tecnico riceve la Panchina d’Oro per l’annata precedente. Presto Moratti si renderà conto dell’avventatezza e della sconsideratezza della scelta. Intanto come sostituto viene scelto

MIRCEA LUCESCU – Moratti è alla ricerca del bel gioco, e Lucescu è uno che sa far giocare bene le sue squadre. Poco importa che le squadre che ha allenato in Italia si chiamino Pisa e Brescia (quindi si tratterebbe della prima esperienza con una squadra in lotta per traguardi importanti) e che l’ultima esperienza italiana, quella con la Reggiana, si sia conclusa con un esonero dopo appena 10 giornate (con 4 punti raccolti). Lucescu è uomo colto, esperto, simpatico, parla un ottimo italiano, ma soprattutto conosce approfonditamente il nostro calcio. Eppure, probabilmente, non è l’uomo adatto a guidare una squadra come l’Inter di quegli anni o forse arriva semplicemente al momento sbagliato, in una squadra di giocatori molto legati al precedente mister, e che, soprattutto, in buona parte, non stanno ribadendo l’annata di grazia precedente. Così il bel gioco resta un miraggio, i risultati non arrivano e, ancor prima del finale di stagione, dopo una pesante sconfitta con la Samp, dà le dimissioni.

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Così serve un terzo allenatore. Mancando poco più di due mesi alla fine del campionato si affida nuovamente la squadra ad un traghettatore come Luciano Castellini. Ma dato che i risultati continuano a non arrivare e la situazione è sempre più avvilente, per chiudere la stagione, Moratti fa ricorso ad un quarto allenatore e chiama il suo “uomo di fiducia” e ormai buon amico Roy Hodgson.

Il mercato cerca di rinforzare una squadra che ha fatto bene l’anno precedente. E poi, al fine di portare all’ennesima potenza il bel gioco e la fantasia della squadra, Moratti si regala, e regala ai tifosi dell’Inter, l’uomo che rappresenta la Fantasia nel Calcio italiano:

ROBERTO BAGGIO – Cosa abbia rappresentato Roberto Baggio nel panorama del calcio italiano e internazionale non serve certo questa rubrica a spiegarlo. All’Inter ci arriva un po’ in ritardo sui tempi: i primi contatti risalgono al momento dell’addio alla Juve. Il passaggio in nerazzurro sembra cosa fatta, ma qualcosa nella gestione della trattativa non aggrada il Divin Codino, che all’ultimo dice no e si accasa al Milan. Poi arriva il Bologna, in cui Baggio si ritrova e, grazie alla tranquillità che la provincia assicura, ma soprattutto grazie al fatto di essere una perla attorno a cui ruota un’intera squadra, per non dire un’intera città, torna a giocare a livelli stratosferici. Moratti, che comunque ha mantenuto sempre degli ottimi rapporti con lui, nell’estate del 1998 ci riprova, e stavolta ci riesce. L’avventura in nerazzurro vivrà di alti e bassi, più per il fatto di non essere più un elemento imprescindibile della squadra, che fa sentire i vari allenatori che si alternano sulla panchina dell’Inter maggiormente autorizzati a lasciarlo molte volte in panchina. Oppure per il fatto di essere sempre e comunque un idolo dei tifosi, che ancora riesce ad emozionare le folle, e se c’è un tecnico un po’ egocentrico che soffre di protagonismo, avere ombra risulta un pesante problema. Comunque, anche se non è quello dei tempi della Viola o della Juve, né il rinato della Dotta, Baggio resta Baggio e vederlo in campo fa sempre piacere e porta emozioni. Due partite su tutte resteranno indelebili nella memoria dei tifosi: la partita con il Real Madrid nella fase a gironi della Champions, in cui entra sull’1-1 a metà secondo tempo e con due invenzioni regala in pochi minuti il 3-1 finale tra l’apoteosi del Meazza, e lo spareggio Champions del 2000 contro il Parma, in cui, nonostante sia già chiaro che l’anno successivo lascerà la squadra, con una doppietta regala la qualificazione ai nerazzurri in quel di Verona, uscendo tra gli Osanna dei tifosi. Lascerà l’Inter a causa dell’aut aut posto da Lippi, della cui scelta Moratti avrà modo di pentirsi più di una volta negli anni a venire, soprattutto quando Baggio andrà a rinascere (nuovamente) a Brescia, mentre Lippi rimarrà appeso ad un attaccapanni di Reggio Calabria alla prima giornata del campionato successivo. Gli ottimi rapporti mantenuti con Moratti e con tutto l’ambiente nerazzurro ne hanno auspicato più volte un ritorno a livello dirigenziale.

NICOLA VENTOLA – Arriva all’Inter giovanissimo, dopo le stagioni nel Bari in cui si è fatto conoscere come attaccante dal grande opportunismo e senso del gol. In nerazzurro gioca una stagione discreta, poi viene mandato in giro a farsi le ossa e torna in nerazzurro con Cuper dopo una buona stagione all’Atalanta. Vive da protagonista l’annata dello scudetto perso il 5 maggio, quando si alterna con Kallon a sopperire alle assenze di Ronaldo in uno dei suoi innumerevoli infortuni, e per poco non riesce a compiere la missione fino in fondo. Poi l’anno successivo va in prestito al Siena e ufficialmente la sua carriera in nerazzurro finisce. Anche per lui resta la convinzione che, nonostante le sporadiche stagioni da protagonista, soprattutto in provincia, sia stato uno dei grandi talenti che non hanno reso per quello che avrebbero avuto nelle potenzialità.

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SEBASTIEN FREY – Portiere emergente del calcio francese, arriva all’Inter segnalato da Zenga. Il primo anno ha poco spazio, iniziando come terzo e poi essendo promosso a secondo dietro a Pagliuca dopo la cessione di Mazzantini, anche se riesce a ritagliarsi un manciata di presenze. Mandato a maturare a Verona, dove contribuisce alla salvezza della squadra, torna all’Inter per fare da titolare nel dopo Peruzzi. Non ha ancora le dimensioni di un frigorifero come l’ultimo anno a Genova, ma è un giovane portiere agile e scattante. Mostra le potenzialità che poi saranno più evidenti negli anni di Parma e Firenze e che darà sempre l’impressione di una certa miopia da parte dei selezionatori francesi, che gli offriranno pochissime possibilità di vestire la maglia dei Blues. Ma è l’annata sbagliata, quello dello sfacelo del dopo Lippi, che necessita di una profonda rivoluzione. Toldo è alle porte e per lui c’è solo la cessione.

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MIKAEL SILVESTRE – Ecco il primo dei mitici “eredi di Roberto Carlos”. L’Inter è sempre alla ricerca di un tappo per la voragine che la sconsiderata decisione di Hodgson ha creato, mentre il vero Roberto Carlos fa cose mirabolanti in terra madrilena. Nel 1998 si pensa di averlo individuato nel giovane difensore francese, resosi protagonista nel Rennes. Sarà la giovane età, sarà il peso dell’enorme responsabilità, ma il ragazzo non rende minimamente secondo le attese, diventando presto bersaglio di scherno e fischi da parte dei suoi stessi tifosi. Gli anni successivi al Manchester United dimostreranno che le potenzialità di Silvestre c’erano tutte, che la sua scelta non era stato un azzardo e che forse era sufficiente sapere aspettare e dare, magari, una prova d’appello dopo la pessima annata di tutta la squadra. Ma la maledizione della fascia sinistra ha mietuto un’altra vittima.

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GILBERTO – Dovrebbe essere il sostituto di Silvestre, e quindi un altro ipotetico erede di Carlos, per di più brasiliano. Il buon Gilberto arriva dal Brasile con la “poco influente” raccomandazione di Ronaldo e trova ad aspettarlo questo carico di aspettative. Già dopo le prima partite che lo vedono in campo nasce la leggenda che, in patria, fosse un giocatore di calcetto. In realtà arriva dal Flamengo, ma le doti pedatorie mostrate non aiutano a scacciare le voci, perché, davvero, è inguardabile: una delle più grosse bufale di mercato pescate dall’Inter. Poco importa che poi negli anni successivi si districhi nel campionato Brasiliano e arrivi a disputare due mondiali, segnando anche un gol, il povero Gilberto resterà al centro di barzellette per gli anni a venire.

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ANDREA PIRLO – Sembra incredibile, ma uno dei più grandi giocatori del calcio italiano è passato anche dall’Inter, dove è stato trattato né più né meno che come un pacco postale. E’ vero che all’Inter ci arriva giovanissimo, a 19 anni, dopo le buone stagioni nel Brescia; è vero che quando arriva è ancora considerato un trequartista e al suo arrivo ha davanti un certo Roberto Baggio; è vero che non è ancora arrivato Ancelotti a spostarlo davanti alla difesa nel ruolo che lo lancerà a livello mondiale; è vero che è ancora un ragazzo immaturo con una faccia tutt’altro che simpatica e un’espressione un po’ spocchiosa, ma nulla può giustificare una delle più grosse topiche di mercato per cui l’Inter e gli interisti si mangeranno le mani fino ai gomiti. Dopo gli scampoli di partita della prima stagione viene mandato in prestito a Reggio Calabria dove comincia a dimostrare le sue grosse potenzialità e la sua precisione nelle punizioni. Torna alla base dopo un anno e per lui sembra spianarsi la strada quando, dopo l’addio di Lippi, arriva sulla panchina dell’Inter Tardelli, che tanti giovani ha lanciato con la sua Under 21 vincente e che Pirlo l’ha già allenato sfruttandone le capacità a livello europeo. Sembra di sentire la musichetta del “Ti piace vincere facile” e ancor prima che Tardelli si sieda sulla panchina ci si chiede se Pirlo sia maturo per fare il titolare fisso. In realtà il problema non si pone, perché “il grande mentore di Pirlo e dei giovani in generale” il buon Andrea lo fa giocare meno di qualsiasi altro allenatore, sembra proprio non vederlo, e addirittura a gennaio ne avvalla la cessione in prestito nuovamente al Brescia, prodromo della cessione definitiva al Milan. Un altro “genio” che dà la sua sentenza, e stavolta senza neanche un Pistone da buttar lì, con la storia che stabilirà, ancora una volta tristemente per i tifosi dell’Inter, chi aveva ragione.

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CRISTIANO ZANETTI – Con un cognome così all’Inter si trova una porta aperta a prescindere. Zanetti, in realtà, è vittima di una gestione un po’ tribolata nelle fasi iniziali, perché arriva dalla Fiorentina, ma viene subito mandato in prestito a Cagliari. A fine stagione Capello lo vuole alla Roma e lì va, conquistando lo scudetto con i giallorossi. Così solo nel 2001 l’Inter lo riacquista dalla Roma e finalmente può giocare con la maglia nerazzurra. Gli anni di Roma lo lanciano come uno dei migliori interpreti del ruolo a livello nazionale e l’Inter ne sfrutta la scia negli anni di Cuper, che gli affida le chiavi del centrocampo. Ottimo giocatore, ma estremamente fragile fisicamente, è vittima di numerosi infortuni, che, complice anche l’arrivo nel centrocampo dell’Inter di temibili concorrenti come Veron e Cambiasso, lo relegano sempre più ai margini della squadra, fino alla cessione, a parametro zero, nel 2006, alla Juve in serie B.

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A completare gli arrivi stagionali: Dario Simic, difensore croato con buona corsa e buon tempismo, ma senza la personalità necessaria per diventare un elemento indispensabile del reparto arretrato nerazzurro, che, per lo strano giochino esistente tra le due squadre milanesi per cui “se è andato male da te, lo prendo io e ti faccio vedere che era un campione e tu non lo sapevi usare” (dopo l’esperienza Pirlo è doveroso provare, anche se, dopo di lui, raramente si ripeterà il miracolo) che porta, negli anni, ad un notevole viavai di giocatori, tuttora in corso, approda al Milan dove non è che giochi molto di più, ma resta molti più anni e, soprattutto, vince molto di più; Zoumana Camara, difensore francese, arrivato forse troppo giovane e immaturo in Italia, che non vestirà mai la maglia nerazzurra in gare ufficiali e, dopo un non esaltante prestito all’Empoli, tornerà in Francia, dove, con la maturazione, vivrà i suoi anni migliori; Ousmane Dabo, centrocampista francese di buone prospettive, come avrà modo di dimostrare sia a Vicenza, dove l’Inter lo manda in prestito, che poi negli anni della Lazio, ma che in nerazzurro mostra solo a sprazzi nelle poche occasioni che gli vengono concesse; Mauro Milanese, difensore italiano proveniente dal Parma, che fa della fisicità e dell’intimidazione, visto lo sviluppo muscolare associato ad un viso da mastino, le sue caratteristiche, ma che a Milano resta solo una stagione.

E insieme a questi gioca Javier Zanetti… (continua) 

Le puntate precedenti:

Il Lìder Massimo: i 18 anni del Petroliere #1 (1995/96)

Il Lìder Massimo: i 18 anni del Petroliere #2 (1996/97)

Il Lìder Massimo: i 18 anni del Petroliere #3 (1997/98)

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