Il Lìder Massimo: i 18 anni del Petroliere #5 (1999/2000)

Quinta puntata della rubrica dedicata ai volti e alle storie che hanno accompagnato Moratti nei 18 anni in cui è stato il Plenipotenziario del Club nerazzurro.

Siamo alla stagione 1999/2000. Quella appena conclusa è stata una delle annate più fallimentari della gestione Moratti, sotto tutti i punti di vista: gestionali, con la pessima ed affrettata decisione di esonerare Simoni, che non risolverà i problemi, ma anzi porterà a due ulteriori cambi, per giungere al non invidiabile record di quattro allenatori nella stessa stagione, e di risultati, dato che il campionato si concluderà con un ottavo posto (quindi niente coppe europee per la stagione successiva), mentre in Champions League la squadra si fermerà ai quarti e in Coppa Italia alle semifinali. C’è quindi bisogno di un forte scossone all’ambiente, perché le ambizioni dell’Inter, ma soprattutto di Moratti sono ben altre. Serve cambiare innanzi tutto la mentalità, che deve diventare vincente e se serve affidare la guida a chi questa mentalità la possiede, il Presidente un nome, che peraltro gli frulla in mente da un po’, ce l’ha:

MARCELLO LIPPI – E che Marcello Lippi sia un Vincente con la V maiuscola è, d’altronde, innegabile. Arriva dalla Juve dove in 5 stagioni ha conquistato 3 scudetti, una Coppa Italia, 2 Supercoppe Italiane, ma soprattutto una Champions, un’Intercontinentale e una Supercoppa. Poco importa che nell’ultima annata sia stato esonerato dai bianconeri e sostituito da Ancellotti. Il problema fondamentale, agli occhi dei tifosi nerazzurri, è uno solo: Lippi è “La Juve”. Il suo nome si lega in modo troppo forte e troppo pesantemente alla odiata rivale e, soprattutto, ai suoi recenti successi e questo al tifoso più oltranzista un po’ pesa. Però è tanta la fame di vittorie del popolo interista e troppo fresco lo scotto della stagione precedente, ma, soprattutto, tanto innegabile la bravura tecnica di Lippi, che, alla fine, i tifosi accettano di dare credito all’allenatore. In fondo anche Trapattoni arrivò da vincente in bianconero, ma nel giro di qualche anno riportò le vittorie, a suon di record, anche all’Inter e, ancor oggi, resta uno dei tecnici più amati, quasi il suo “passato sbagliato” non fosse mai esistito. Purtroppo per i tifosi nerazzurri, per Lippi non sarà così:  le vittorie non arriveranno mai (solo due finali perse, Coppa Italia e Supercoppa Italiana, sempre con la Lazio) e alla fine il legame con i tifosi non si salderà mai, dando sempre l’impressione di un altezzoso distacco, esacerbato anche dai dualismi creati con i beniamini dei tifosi, primo fra tutti Roberto Baggio. Alla fine della prima stagione, che si chiude con un quarto posto e una qualificazione alla Champions conquistata nello spareggio con il Parma (peraltro proprio grazie al tanto odiato Baggio), pone un aut aut tra la sua riconferma e quella del Divin Codino. Moratti, ancora una volta, fa la scelta sbagliata: cede Baggio, che andrà a far ancora meraviglie in provincia, nel Brescia, e conferma il tecnico, che, quasi a voler dimostrare che anche la sua sopportazione dei colori nerazzurri è giunta al limite, si fa eliminare ai preliminari di Champions dall’Helsingborg e, dopo la sconfitta alla prima giornata con la Reggina, butta lì la famosa scenata dei giocatori da appendere negli spogliatoi e da prendere a calci nel sedere e dell’allenatore da cacciare. Stavolta Moratti la capisce e lo accontenta. L’anno dopo tornerà alla Juve e dirà di essere sempre stato bianconero anche quando era sotto altri colori, ma soprattutto tornerà a vincere. I tifosi nerazzurri riuscirà finalmente a farli esultare in una calda estate del 2006, quando, alla guida di una squadra con in campo un fondamentale Materazzi, riporterà in Italia la Coppa del Mondo.

Scelto il condottiero anche il mercato deve essere all’altezza di una stagione dalle grandi ambizioni, e, insieme a giocatori utili, serve un pezzo da 90:

CHRISTIAN VIERI – E pezzo da 90 lui lo è davvero, inteso come 90 miliardi, il prezzo che viene pagato alla Lazio per portarlo a giocare in nerazzurro. Non ci sono dubbi: calcisticamente parlando Bobo quei soldi li vale e li è valsi tutti. Attaccante completo, forte fisicamente, opportunista d’area, capace di segnare in tanti modi, di testa, di piede, in progressione, su rigore. Arriva all’Inter che tanto ha segnato, un po’ dovunque sia stato (Toro, Ravenna, Venezia, Atalanta, Juve, Atletico Madrid, Lazio) e in nerazzurro non smette di farlo. Alla fine le reti saranno 123 in sei stagioni. Tante castagne toglierà dal fuoco e tanto farà sognare i tifosi nerazzurri con il solo rammarico di non aver portato a casa quanto prodotto, in termini di trofei, visto che alla fine, all’Inter, ingoierà tanti bocconi amari (su tutti: il 5 maggio) e vincerà solo una coppa Italia nell’ultima stagione in nerazzurro. Nonostante questo, quasi incredibilmente, è molto difficile connotare Vieri come “uomo da Inter”, nonostante, alla fine, sia la squadra in cui ha militato per più tempo e con cui ha segnato di più. Personaggio particolare, gossip man per eccellenza, viste le frequentazioni amorose mai banali, tanto orso e schivo nella vita sportiva, quanto casinista e festaiolo fuori dai campi di gioco, senza che questo comunque incida mai pesantemente sul suo rendimento. In campo scende, si impegna, segna, contribuisce alle vittorie, ma non dà mai l’impressione di avere un attaccamento sviscerato alla maglia. Bobo, forse è più appartenuto al calcio che ad una squadra vera e propria e, per questo, ancor oggi è difficile connotarlo con una sola maglia, nonostante tutto quello che abbia fatto per l’Inter. Forse molto contribuisce anche il fatto che lasciata la Pinetina ha sentito l’impellente bisogno di accasarsi a Milanello, quasi più a spregio che per una reale esigenza sportiva, visto che la sua avventura in rossonero si chiude già a gennaio. O ancor di più il fatto che, avendo scoperto di essere stato seguito e controllato dall’Inter negli anni in nerazzurro si sia prodigato in una causa per lesioni morali e psicologiche con la richiesta anche della revoca di titoli sportivi ai nerazzurri (conclusasi in realtà solo con un risarcimento per violazione della privacy). Insomma, nonostante la gratitudine, difficilmente ad un interista verranno le lacrimucce a ripensare a Bobo, come potrebbe succedere per un Ruben Sosa, uno Zamorano o un Roberto Baggio. Soprattutto se poi uno accende la tv e lo vede in giro per il mondo insieme a Delvecchio ad ancheggiare e dimenarsi a tempo di musica…

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GRIGORIOS GEORGATOS – Un altro dei famosissimi “eredi di Roberto Carlos”. L’Inter lo pesca nel campionato greco, acquistandolo dall’Olympiakos dove fa vedere buone cose. E’ un difensore brevilineo, muscolatura potente nei quarti inferiori che lo porta ad essere veloce ma anche potente nelle conclusioni. A dirla così sembrerebbe il ritratto di Roberto Carlos. E le prime partite fanno gridare al miracolo: l’Inter ha trovato l’erede del brasiliano! A questo punto il giovane difensore comincia una battaglia personale con una delle “malattie” psicologiche più famose del calcio: la saudade. Che sarebbe comprensibile in un sudamericano che parte giovane da casa e tra sé e gli affetti più cari ci mette di mezzo un oceano. Un po’ meno, sinceramente, in un greco, che poi tutta questa strada per tornare a casa o per farsi raggiungere dai cari non la deve fare. Eppure è così: la tristezza pervade il buon Georgatos che cala vertiginosamente nel rendimento e, in estate, chiede di poter tornare in Grecia. Un anno in prestito all’Olympiakos e poi sembra pronto per riprovare nella tanto avversa Milano. Ma la spirale negativa è ormai imboccata e non è che ne esca mai definitivamente. Quindi viene ceduto e se ne torna per sempre in Grecia.

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CLARENCE SEEDORF – All’Inter arriva dopo l’esperienza al Real Madrid e dopo che in Italia c’è già passato, nelle file della Samp. Centrocampista estremamente dinamico, forte fisicamente, intelligente sia dentro che fuori dal campo e dalle gradi doti balistiche. Peccato che all’Inter non ci sia un allenatore che lo faccia giocare in un ruolo a lui congeniale, impegnandolo prevalentemente da esterno. Di lui in nerazzurro a parte il look con i lunghi dread, si ricorda soprattutto la fantastica doppietta con due castagne dai trenta metri infilate all’angolino, con cui pareggiò una gara con la Juve che i bianconeri stavano vincendo 2-0. E che portò lo juventinissimo Pippo Baudo a comunicare, sbigottito, il risultato dal palco di Sanremo, vista la contemporaneità della gara, dopo aver annunciato ridanciano il doppio vantaggio dei suoi. Poi, dopo il 5 maggio, in un’altra delle splendide perle del mercato nerazzurro, ritenuto inadatto al centrocampo interista, viene preso dal Milan in uno scambio con Coco (!). Una volta messo nella giusta posizione di campo, è di fronte agli occhi di tutti cosa Seedorf abbia fatto (e vinto) per il Milan. Con buona pace dei gomiti interisti….

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ANGELO PERUZZI – E’ uno dei fidati che arrivano al seguito di Lippi. All’Inter c’è Pagliuca e non ci sarebbe bisogno di un altro portiere, ma da subito è chiaro che l’ex Samp non rientra minimamente nei piani del nuovo tecnico, che in porta vuole colui che è stato la saracinesca negli anni d’oro della Juve. Non è quello esplosivo degli anni bianconeri, ma resta un portiere affidabile, anche se non insormontabile, ma in questo ha una grossa componente anche la difesa piuttosto allegra di quell’anno. Non un’esperienza negativa quella nerazzurra, ma, benché sia lungi dall’essere un portiere finito, come dimostreranno gli anni successivi alla Lazio (con il culmine del titolo mondiale da terzo portiere), dopo appena una stagione, si decide di puntare sul ritorno del giovane Frey e il cinghialone può rispondere alle sirene biancocelesti, dove avrà il tempo di vincere ancora qualcosa.

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VLADIMIR JUGOVIC – Altro uomo di Lippi. Intelligente tatticamente e dotato di ottimo senso della posizione e tempismo negli interventi, nei centrocampi di Samp, Juve e Lazio, tutte squadre con cui ha vinto qualcosa, è stata una pedina fondamentale. All’Inter ci arriva a trent’anni compiuti e quando ormai è chiaro che è solo un lontano parente di quello che era stato uno dei migliori stranieri della Serie A. Già da subito il suo acquisto pare poco comprensibile, sospettando che non abbia più molto da dare al centrocampo nerazzurro, e i due anni in cui gioca all’Inter non fanno che confermare, a parte qualche singola partita, questa impressione.

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CHRISTIAN PANUCCI – Arriva all’Inter dopo gli anni d’oro vissuti con Milan e Real Madrid, affascinato dalla “sfida Lippi”: vuol tornare a vincere in Italia, ritiene il tecnico un vincente, e quindi decide di accettare la proposta che gli viene fatta e tornare sull’altra sponda di Milano. In realtà quello che non mancherà mai a Panucci è un caratterino niente male, che cozza in modo irreparabile contro l’ego di Mister Lippi. Emblematico e “terminale” è l’episodio del rifiuto di entrare in campo del difensore, chiamato a subentrare ad un compagno nel finale di una partita. Tante panchine, prestazioni non indimenticabili, sfide a cornate con l’allenatore: una stagione inutile, tanto ai fini della carriera del difensore, che avrà modo di rifarsi alla Roma, che a quelli delle prestazioni della squadra nerazzurra, che l’anno successivo lo lascerà andare al Chelsea.

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LUIGI DI BIAGIO – E’ stato uno dei ragazzi terribili del Foggia di Zeman e poi è maturato nella mediana giallorossa. Quello che arriva a Milano è, quindi, uno dei migliori interpreti del ruolo, che in nerazzurro non delude le aspettative. Uomo d’ordine del centrocampo, ottimo organizzatore della fase mediana, fisico massiccio che gli conferisce buone doti di incontrista, efficace nello spezzare il gioco avversario e intelligente tatticamente per impostare la ripartenza della propria squadra: queste sono le caratteristiche che ne fanno uno dei perni fondamentali del centrocampo nerazzurro, in un crescendo che, dopo le incertezze iniziali, raggiunge il culmine negli anni con Cuper. All’Inter esprime il massimo della sua carriera, purtroppo senza portare a casa nessun trofeo, neanche con la Nazionale. A fregarlo sempre gli ultimi momenti: l’ultima giornata, il 5 maggio, quando sfiorò lo scudetto; gli ultimi minuti della Finale con la Francia quando andò vicino alla più che meritata conquista dell’Europeo 2000. Quando lascia l’Inter nel 2003 per approdare al Brescia la sua parabola calante è già iniziata.

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LAURENT BLANC – L’Inter lo prende per conferire esperienza alla difesa nerazzurra, nella zona centrale, nell’anno dell’addio al calcio dello Zio Bergomi. Tempismo negli interventi, lunghe leve che gli permettono di arpionare palloni, potente stacco di testa, sfruttabile anche nelle fasi d’attacco: quando arriva all’Inter è ormai nella fase calante della sua carriera, ma certe doti nei grandi campioni restano immutabili, e questo gli permette di vivere due anni in nerazzurro di discreto livello. Avrà ancora modo di vincere una Premier a Manchester prima di appendere le scarpette al chiodo nel 2006. Oggi è diventato un allenatore di buon livello che è già stato più di una volta accostato alla panchina nerazzurra, anche perché molto stimato da Moratti. Anche se non è più Presidente e non potrà più far valere a pieno il suo potere decisionale per portare a Milano uno dei suoi proverbiali pallini, l’impressione è che le strade dell’Inter e dell’attuale tecnico del PSG siano destinate ad incontrarsi ancora.

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IVAN RAMIRO CORDOBA – Al contrario di quanto si diceva poco sopra per Vieri, Cordoba è sicuramente un “Uomo Inter”, in un ipotetico giochetto in cui associare una sola squadra ad un giocatore, per lui non potrebbe che essere quella nerazzurra. Arrivato a Milano nel gennaio del 2000, quando ha 24 anni, proveniente dal campionato argentino, resta all’Inter per 13 stagioni, fino al 2012, quando appende le scarpette al chiodo, diventandone però immediatamente un dirigente. Arriva come difensore dotato di una velocità esplosiva nelle gambe, e, da subito, mostra questa sua dote: brevilineo, muscolatura delle gambe al di sopra della media, per gli avversari è quasi impossibile andargli via in velocità e, spesso, chi in un azione gli va via di due metri, nel giro di pochi secondi viene recuperato e distanziato, a sua volta di altri tre. Velocità, tempismo negli interventi, buono stacco aereo nonostante la statura, buon senso della posizione anche in area avversaria che gli permette di segnare gol spesso fondamentali, ma soprattutto grande abnegazione ed impegno costante, nonché un immediato attaccamento alla maglia: questo ne fanno da subito un beniamino dei tifosi. Non c’è una stagione in cui non si sappia dove giocherà la seguente, il suo nome non è mai nelle liste di partenza, così vive tutta la storia recente dell’Inter, dai grandi fallimenti alle gioie più forti, con un professionismo esemplare, anche quando, negli ultimi anni, la sua presenza in campo non è più così costante. Uno sguardo da indio che può sembrare truce, ma che incute timore solo agli avversari, perché il cuore di Ivan è enorme: è il fondatore dell’associazione “Colombia te quiete ver” per il sostegno e l’assistenza a bambini bisognosi nella sua terra d’origine. Ha legato la sua vita all’Inter a doppia mandata, quando appende le scarpette al chiodo il suo passaggio in società sembra solo un naturale atto dovuto.

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A completare il mercato di questa stagione: Fabrizio Ferron, che arriva dalla Samp, dopo una vita all’Atalanta, per fare il secondo di Peruzzi, e che, come lui, resta una sola stagione; Dario Simic, difensore croato, che, tra alti e bassi, resta quattro stagioni in nerazzurro, prima di andare al Milan a vincere coppe e scudetti; Cyril Domoraud, difensore della Costa d’Avorio, messosi in mostra nel campionato francese, soprattutto nelle file del Marsiglia, ma che a Milano non saprà ripetersi in modo altrettanto efficace, né sulla sponda nerazzurra, né su quella rossonera, quando sarà coinvolto in uno dei tanti infruttuosi scambi, quello che porta in nerazzurro, Helveg; Adrian Mutu, giunto giovanissimo a Milano, quando le caratteristiche che poi mostrerà in Chelsea, Juve e, soprattutto, Fiorentina, sono solo intuibili, ma su cui, dopo una manciata di presenze in una mezza stagione, si deciderà di non puntare fino in fondo, mandandolo in comproprietà a Verona, all’inizio di un viaggio che non lo porterà più in maglia nerazzurra.

E insieme a questi gioca Javier Zanetti…(continua)

Le puntate precedenti:

Il Lìder Massimo: i 18 anni del Petroliere #1 (1995/96)

Il Lìder Massimo: i 18 anni del Petroliere #2 (1996/97)

Il Lìder Massimo: i 18 anni del Petroliere #3 (1997/98)

Il Lìder Massimo: i 18 anni del Petroliere #4 (1998/99)

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