Il Lìder Massimo: i 18 anni del Petroliere #6 (2000/01)

Sesta puntata della rubrica dedicata ai volti e alle storie che hanno accompagnato Moratti nei 18 anni in cui è stato il Plenipotenziario del Club nerazzurro.

Siamo alla stagione 2000/01. L’esperimento Lippi della stagione precedente per tornare a vincere non ha dato esattamente i suoi frutti: è vero che si è tornati alla lotta per i piani alti della classifica, ma, alla fine, il campionato si è concluso con un quarto posto, a parimerito, e la qualificazione alla Champions si è ottenuta solo grazie alle magie del tanto vituperato Baggio nello spareggio di Verona con il Parma; anche in Coppa Italia s’è lottato fino in fondo, raggiungendo la finale, ma poi, senza troppi dubbi, la coppa ha preso la via di Roma, sponda Lazio. In Europa l’Inter non ha giocato. Quindi l’intenzione sarebbe quella di provare a sfruttare di nuovo l’effetto Lippi, motivati anche dal ritorno nel calcio europeo che conta, ma le cose si mettono in modo strano già in estate: la querelle Baggio-Lippi che porta al sacrifico del Divin Codino a favore dell’allenatore non è la partenza migliore, soprattutto agli occhi dei tifosi, anche perché, comunque, tutto pare ammantato da un’aura strana, di poca convinzione, quasi si aspettasse che da un momento all’altro tutto il castello crolli. E crolla. Con tanto rumore. Una torre vien giù d’estate quando, nel preliminare di Champions, la squadra si fa eliminare dai modesti svedesi dell’Helsingborg, l’altra alla prima giornata di campionato quando i nerazzurri lasciano le penne sul campo della Reggina. Il rumore è quello che viene dagli spogliatoi per il discorso con cui Lippi offre l’assist a Moratti per l’esonero. E così è. La stagione è partita con un progetto, fatto anche di scelte importanti, e dopo una giornata è già tutto andato a rotoli. Il Patron nerazzurro cerca di correre ai ripari, e per farlo si affida a:

MARCO TARDELLI – Quando arriva all’Inter, Tardelli ha poca esperienza nel calcio di club (Como e Cesena), ma tanta in Nazionale, soprattutto l’Under 21, che sotto la sua guida diventa una delle migliori formazioni europee, vincendo un campionato continentale e un oro ai giochi del Mediterraneo. Inter e Tardelli si sono già incontrati, quando ancora l’Urlatore di Madrid era un giocatore. Arrivato nello scambio con Aldo Serena nell’85, vive due stagioni non esattamente da ricordare, essendo già avviato verso il finale di carriera che avverrà nel 1988 nelle file del San Gallo in Svizzera. Quando ritorna in nerazzurro da allenatore, nonostante sia una scelta riparatoria, lo fa portandosi dietro buone speranze: arriva, in fondo, da vincente (la conquista del titolo europeo è targata 2000), le sue squadre esprimono un buon gioco, ma soprattutto ha lavorato molto bene con il mondo giovanile e quindi si pensa sia in grado di gestire anche un aspetto che spesso nelle grandi squadre viene messo in secondo piano, sacrificato sull’altare di campioni o di stranieri che si devono far giocare perché ormai li si è comprati. L’Inter ha in rosa quell’Andrea Pirlo che viene definito come una delle più grandi speranze del calcio italiano, e pare che con lui, che ha già conosciuto nell’Under, abbia un posto assicurato. In realtà la scelta si rivelerà una delle più grosse topiche prese dalla dirigenza nerazzurra: la squadra, dopo i primi incoraggianti risultati, entra in una spirale di involuzione tecnico tattica, al punto da essere una delle Inter più brutte della storia dal punto di vista del gioco espresso, ma anche dei risultati, se è vero che sotto la guida Tardelli arrivano il tristemente noto, per i tifosi nerazzurri, 6-0 nel Derby e il 6-1 dal Parma in coppa Italia. E della tanto celebrata linea verde non se ne vede neanche l’ombra, se è vero che di giovani in campo ne scendono pochi, sacrificati a favore di stranieri al limite della presentabilità, e il gioiello Pirlo fa le regnatele in panchina (4 presenze), al punto da essere mandato in prestito al Brescia a gennaio, viatico alla sua cessione definitiva al Milan. Se un giocatore solitamente diplomatico come Zanetti, che difficilmente esprime giudizi personali, soprattutto negativi, lo ha definito il peggior allenatore avuto all’Inter, dandone una definizione al limite dell’incapacità, un motivo evidentemente deve esserci. A fine stagione lascia l’Inter, anche perché a Moratti è già salita la scimmia di Cuper, ma, per una volta, nessuno ne fa una colpa al Presidente.

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La mediocrità della stagione viene anche giustificata dalla mediocrità del mercato, che vede arrivare:

ROBBIE KEANE – L’irlandese arriva all’Inter quando ha appena vent’anni, sull’onda delle buone cose fatte vedere nel Coventry City. Attaccante brevilineo, unisce la velocità e l’atleticità a un buon senso del gol e al carattere tipico dei giocatori britannici. In più spazia un po’ in tutte le zone dell’attacco e può diventare uomo assist. Con queste caratteristiche e per la ben nota predilezione di Moratti per il calcio britannico, arriva a Milano. Dopo la positiva esperienza Ince e dopo aver fallito l’aggancio ad altri giocatori d’oltremanica lungamente inseguiti nelle passate stagioni, il Presidente ci riprova e, stavolta, prova a puntare su un giovane dalle buone prospettive. Quello che stoppa Keane sono soprattutto due cose: la giovanissima età, che associata alle classiche difficoltà di adattamento dei giocatori della Terra d’Albione sul suolo italiano, ne rende gli inizi piuttosto incerti, nonostante i 3 gol distribuiti in altrettante coppe, ma soprattutto l’incontro con il “mentore dei giovani” Tardelli, che lo vede poco e lo utilizza ancor meno, lo relega in panchina fino ad avvallarne il ritorno in Inghilterra nel mercato invernale.

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FRANCISCO FARINOS – Il centrocampista spagnolo arriva in nerazzurro come uno dei “Cuper Boys”, precedendo, tra l’altro, di un anno l’arrivo dell’allenatore a Milano, ovvero come uno degli ingranaggi principali attorno a cui ruotava il centrocampo del sorprendente Valencia di Hector Cuper, finalista di Champions contro il Real. E’ una squadra che esprime un calcio efficace e bello a vedersi e Moratti, che insegue ormai da anni il miraggio del bel gioco, pensa che far suo uno dei perni della squadra, inseguito da mezza Europa, come tutti i suoi compagni, possa essere la soluzione. In realtà forse l’ambiente ideale di Farinos era proprio quella squadra e quel centrocampo, perché in nerazzurro non mostra mai neanche una parte del talento di quello che è stato uno dei migliori prospetti del ruolo. E non vale neanche la scusante della pessima annata tardelliana, perché quando all’Inter arriva il suo mentore, quell’Hector Cuper che l’ha lanciato alla ribalta internazionale non è che le cose cambino granché. Anzi lo stesso allenatore ne avvallerà la cessione in prestito nella stagione 2002/03 al Villareal. Torna per un’ultima stagione l’anno successivo, ma visto che nulla cambia nel trend mediocre della sua permanenza in nerazzurro, nel 2004 torna definitivamente in Spagna. L’unico ricordo piuttosto forte che rimane di lui in nerazzurro è quello che lo ritrae con i guanti da portiere nel ritorno dei quarti di Coppa Uefa 2001/02 con il Valencia, quando Toldo si fa espellere a cambi ormai esauriti e lui si offre di mettersi tra i pali, contribuendo alla strenua resistenza a difesa del gol qualificazione di Ventola nell’assedio finale degli spagnoli.

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HAKAN SUKUR – L’attaccante turco, quando arriva a Milano, è già reduce da una non esaltante stagione in Italia nelle file del Torino, ma le buone cose fatte vedere nel campionato turco con la maglia del Galatasaray, ma soprattutto con la Nazionale del suo paese agli Europei del 2000, catturano l’interesse degli emissari nerazzurri e di Lippi che ne avvalla l’acquisto. “Pennellone” alto e longilineo, si distingue per la forza nel gioco aereo, un buon tempismo e senso della posizione, una discreta difesa del pallone grazie alle imponenti caratteristiche fisiche e anche, a volte, insospettabili doti atletiche. Il problema è che la maggior parte di queste cose la vede solo il pubblico turco, perché l’esperienza all’Inter non è esattamente delle più memorabili. Tanto impegno, tanta corsa, ma errori numerosi, a volte anche banali e che rinverdiscono un po’ il mito di qualche attaccante da barzelletta della storia dell’Inter. Alla fine il fatto che ci provi sempre non lo rende nemmeno uno dei più invisi alla tifoseria, ma una stagione può bastare e, dopo 34 presenze e 6 gol, di cui uno, dato non da poco, nel Derby, la sua avventura a Milano può considerarsi conclusa. Ci prova ancora a Parma e poi al Blackburn, ma poi deve arrendersi e tornare nell’unico posto dove riesce a rendere per quello che sa: al Galatasaray.

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VAMPETA – Nei tardi anni 90 Marcos André Batista Santos, detto Vampeta, è spesso al centro delle cronache sportive perché prima con il PSV, insieme a Ronaldo, e poi con il Corinthians in patria si mette spesso in evidenza per le innegabili doti balistiche da tipico centrocampista brasiliano dotato di fantasia. Moratti, che non sa restare insensibile ai piedi buoni e alla fantasia in campo, ne resta folgorato e comincia un lungo corteggiamento, per diversi anni infruttuoso. Quando ormai sembra esser stata messa la classica pietra sopra, un po’ a sorpresa, nell’estate del 2000, Vampeta arriva in nerazzurro. E qui diverrà famoso per i suoi attributi. Ma per uno strano gioco di preposizioni, non per quelli “con” le gambe, ma per quelli “tra” le gambe. Sì perché, con il proverbiale tempismo che spesso caratterizza le scelte di mercato nerazzurre, Vampeta arriva a Milano all’inizio di una spirale involutiva che lo farà sparire completamente dalle cronache sportive e dal calcio di vertice nel giro di pochi anni (si ritirerà nel 2008, dopo aver cambiato 9 squadre in 7 anni, racimolando pochissime presenze in giro per il mondo e ancor meno gol), cosicché l’unico motivo di interesse nei suoi pochissimi mesi passati a Milano, sarà l’aver posato completamente nudo per una rivista gay. Gioca solo 8 partite ufficiali nell’Inter, di cui solo una in campionato, lasciando molto poca traccia di sé, a parte l’unico gol segnato nella Supercoppa Italiana persa con la Lazio. A gennaio viene ceduto al PSG, scambiato con Dalmat.

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STEPHANE DALMAT – Centrocampista francese, che arriva a 21 anni a Milano dopo le buone cose fatte vedere in Francia tra Lens, Marsiglia e PSG. Entra nello scambio con cui l’Inter si libera per disperazione di Vampeta, e senza dubbio è la squadra che ci guadagna. Giocatore brevilineo, tozzo, ma compatto fisicamente, ha le caratteristiche dell’incontrista che spezza il gioco, ma anche l’intelligenza tattica adatta per impostare l’azione di centrocampo, unita a delle doti atletiche importanti. E’ un giocatore di cui la bistrattata linea mediana dell’Inter ha bisogno e, infatti, dopo una fase di adattamento iniziale diventa un elemento importante per il gioco dell’Inter, soprattutto con Tardelli, ma anche con Cuper. L’Inter è convinta di aver trovato il centrocampista del futuro, in realtà, lentamente, nei due anni con l’Hombre Vertical, la sua stella perde di smalto e, quando, dopo tre stagioni, lascia l’Italia per approdare in Inghilterra, la sua cessione pare un naturale approdo.

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CRISTIAN BROCCHI – Con un cognome così, devi per forza giocare al di sopra della media, per non essere vittima di facili battute, per non essere un “Nomen omen”. E lui, alla fine dei conti, non lo sarà mai, anche se alla fine forse renderà meno di quelle che sembravano essere le sue prospettive negli anni giovanili. Si mette in mostra soprattutto nelle due stagioni al Verona, protagonista della promozione in serie A e apprezzato perno del centrocampo scaligero nel primo anno in massima serie. Compatto fisicamente, ottimo incontrista e anche con un buon senso del gol, l’Inter lo segue in modo importante, e, viste anche le dichiarate simpatie per i colori nerazzurri del ragazzo, l’approdo in nerazzurro sembra il matrimonio ideale. In realtà l’unica stagione all’Inter, complice anche diversi infortuni, oltre al grigiume generale di tutta la squadra, non è esattamente da ricordare. Così la società l’estate successiva decide di scambiarlo con i rossoneri per Guglieminpietro. Come spesso è accaduto negli anni, lo scambio è tutto a favore del Milan, ma soprattutto il giocatore ne fa una questione personale (e qualche maligno potrebbe dire, anche, a ragione), cominciando una “faida” personale con i colori nerazzurri che si traduce in partite giocate a toni elevati tutte le volte che li incontra sulla sua strada negli anni successivi, sia che indossi la maglia (soprattutto) del Milan, che quella della Fiorentina, che quella della Lazio.

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ANTONIO PACHECO – Esperienza in nerazzurro tutt’altro che memorabile. Anzi, è già una sfida ricordarsi che sia stato un tesserato dell’Inter, avendo messo insieme due sole presenze, una in campionato e una in coppa. La sua vicenda è però emblematica per due aspetti: innanzi tutto il potere di cui godono certi procuratori, visto che il suo acquisto fu letteralmente imposto da Paco Casal, rappresentante di Recoba, nell’ambito di uno dei rinnovi contrattuali del suo assistito; l’altro la scarsa considerazione che godeva già a gennaio Tardelli, visto che in merito all’acquisto non fu neanche interpellato, al punto che, durante un’intervista, in cui gli veniva chiesto un giudizio sul giocatore, l’allenatore se ne lavò pilatamente le mani, ammettendo tranquillamente di non conoscerlo, essendo stato acquistato del tutto a sua insaputa.

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VRATISLAV GRESKO – Il massimo rappresentante degli “eredi di Roberto carlos”, la quintessenza della “maledizione” lasciata su quella fascia dall’asso brasiliano, l’apoteosi della fallimentare ricerca di un degno sostituto, ma anche soltanto di un terzino sinistro decente. Tutto ciò solo perché il buon Vratislav arrivò a Milano con la data di scadenza già scritta: 5 maggio 2002. Arriva a Milano su espressa richiesta (!) di Tardelli, appena insediatosi sulla panchina, perché ne è rimasto impressionato dopo averlo incontrato con l’Under 21. E in realtà, all’inizio, la scelta non sembra neanche così strampalata, perché Gresko inanella una serie di buone prestazioni che a più d’uno fa pontificare: ecco l’erede di Roberto Carlos! Ricordando una scena dello splendido Frankenstein Junior, immaginiamo che a quella frase, ormai alla Pinetina si sentissero nitrire cavalli. E infatti anche stavolta le Cassandre fanno il loro dovere: il giocatore slovacco comincia ad alternare prove decenti ad altre decisamente da dimenticare. E, così, va avanti per due stagioni. Fino, appunto, al 5 maggio 2002, la fatal data della storia nerazzurra, quando da un suo intervento contro ogni logica degli insegnamenti da scuola calcio, nel tentativo di un appoggio all’indietro al portiere, serve Poborsky per il gol del 2-2, che farà da trampolino di lancio al 4-2 finale e alla perdita dello scudetto all’ultima giornata. La cessione immediata nel mercato estivo non desta neanche il minimo commento da parte dei tifosi tanto sembra scontata e naturale. Ci fossero stati ancora i “Fenomeni parastatali” della Gialappa, l’avremmo visto probabilmente lasciare Milano a bordo di un Ape Car…

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A completare il mercato di questa stagione: Marco Ballotta, che arriva all’età di 36 anni e resta una stagione a far da secondo a Frey; Fabio Macellari, difensore proveniente dal Cagliari, che dopo le presenze costanti nelle prime partite con Lippi, con l’arrivo di Tardelli trova sempre meno spazio, fino alla cessione a fine stagione; Bruno Cirillo, sanguigno difensore proveniente dalla Reggina, che resta una sola stagione e che rimane celebre in ambito interista per essersi presentato, quando militava nelle file del Siena, di fronte alle telecamere nel postpartita con labbro e zigomo tumefatti per un pugno ricevuto dopo un acceso diverbio con Marco Materazzi; Stefano Lombardi, difensore proveniente dal Napoli, che resta solo pochi mesi, senza nessuna presenza e a gennaio è già ceduto al Perugia; Michele Serena, difensore con un discreto bagaglio di esperienza in giro per l’Italia e l’Europa (Atletico Madrid), che viene a chiudere la carriera in nerazzurro dopo tre anni con poche presenze e tanti infortuni; Marco Ferrante, arrivato a gennaio come speranza d’esperienza per l’asfittico attacco nerazzurro, ma che evidentemente ha la sua dimensione ideale a Torino, da dove arriva e dove ritorna dopo la breve parentesi milanese condita con un solo gol; Anselmo Robbiati, attaccante di fantasia e piedi buoni, che inspiegabilmente, in due stagioni non trova il minimo spazio in squadra, mandato un anno in prestito a Perugia, l’altro a Firenze; Sixto Peralta, un altro degli stranieri in transito dalla Pinetina, buono solo per le statistiche, che arriva, colleziona tre presenze e poi viene mandato in giro per il mondo in prestito, fino alla cessione nel 2003; Corrado Colombo, giovane attaccante proveniente dall’Atalanta, che, prima di passare in prestito al Torino a gennaio, fa in tempo a inanellare una presenza in campionato, ma soprattutto una in Coppa Uefa, contro il Ruch Chorzow, condita dal gol.

E insieme a questi gioca Javier Zanetti… (continua)

Il Lìder Massimo: i 18 anni del Petroliere #1 (1995/96)

Il Lìder Massimo: i 18 anni del Petroliere #2 (1996/97)

Il Lìder Massimo: i 18 anni del Petroliere #3 (1997/98)

Il Lìder Massimo: i 18 anni del Petroliere #4 (1998/99)

Il Lìder Massimo: i 18 anni del Petroliere #5 (1999/00)

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