Il Lìder Massimo: i 18 anni del Petroliere #7 (2001/02)

Settima puntata della rubrica dedicata ai volti e alle storie che hanno accompagnato Moratti nei 18 anni in cui è stato il Plenipotenziario del Club nerazzurro.

Siamo alla stagione 2001/02. La stagione precedente è stata al limite del disastroso, fin dall’inizio. Si comincia subito con l’eliminazione nei preliminari di Champions, faticosamente conquistati la stagione prima nello spareggio con il Parma, ad opera dei modesti svedesi dell’Helsingborg e con la sconfitta nella Supercoppa Italiana ad opera della Lazio (l’Inter la gioca perché i biancocelesti sono Campioni d’Italia, ma conquistano anche la Coppa Italia, sconfiggendo in finale proprio l’Inter, che così può partecipare alla Supercoppa). La sconfitta alla prima giornata porta all’esonero di Lippi e all’avvento di Tardelli in panchina, ma il cambio non porta alcun beneficio, visto che la squadra termina un grigio campionato al quinto posto, condito con l’umiliazione dello 0-6 nel Derby, in Coppa Italia esce ai quarti ad opera del Parma, e anche in questo caso con un imbarazzante 1-6 in trasferta, e in Coppa Uefa, a cui ha avuto accesso dopo l’eliminazione dalla competizione regina, il cammino si interrompe ai quarti di finale. Neanche il minimo dubbio che ci sia bisogno di un deciso cambio di rotta e di una bella rivoluzione, anche perché gli anni passano e Moratti vede i principali obiettivi più allontanarsi che avvicinarsi. Per la guida tecnica decide per un nome che gli frulla nella testa già da un po’:

HECTOR CUPER – L’Hombre Vertical. Così viene soprannominato l’allenatore argentino per il suo essere uomo tutto d’un pezzo: gentile, educato, disponibile, ma anche uomo tenace e soprattutto un grande lavoratore che dai suoi uomini pretende impegno e dedizione, senza mai sfociare nell’arroganza e nel totalitarismo tipico di qualche allenatore in voga nell’epoca, ma cercando sempre di ottenere i risultati creando un gruppo affiatato, giocando sulle motivazioni e l’orgoglio personale dei giocatori. Emblematica l’entrata in campo della squadra, con il tecnico che aspetta all’uscita del tunnel e batte sul petto di ciascun giocatore, all’altezza del cuore, come ad infondere una carica motivazionale da liberare sul terreno di gioco. Per questa serie di motivi viene individuato come l’allenatore giusto per rimettere in carreggiata una squadra allo sbando completo come l’Inter post-Tardelli. Ma anche perché Cuper arriva da un’esperienza spagnola esaltante: prima alla guida del Maiorca e poi del Valencia, raggiunge risultati incredibili e al di fuori dei più rosei pronostici, ma soprattutto lo fa attraverso un gioco bello ed esaltante, che trasforma degli illustri sconosciuti in pedine ambitissime del mercato. C’è solo un problema di fondo, che nasce dall’analisi dettagliata dei risultati spagnoli: con il Maiorca perde la finale di Copa del Rey ai rigori contro il Barcellona e perde la finale di Coppa delle Coppe con la Lazio; con il Valencia centra addirittura due finali consecutive di Champions Laugue, ma le perde entrambe, con il Real Madrid e con il Bayern ai rigori. E’ vero, sono risultati straordinari, rapportati alle squadre di cui si parla, come è vero che a Maiorca ottiene un terzo posto in campionato, miglior risultato nella storia della società e che vinche due Supercoppe di Spagna, una in ciascuna squadra, ma la fama di “eterno secondo” (e, verrebbe da dire, di uomo non esattamente fortunato) comincia ad accompagnare il tecnico argentino. Moratti prova a fare orecchie da mercante alle campanelle d’allarme che suonano, forse perché pensa che il problema in quelle squadre sia stato, più che altro di “materiale umano” e che, quindi, con una squadra che annovera nelle proprie fila gente come Vieri e Ronaldo prima e Crespo poi la situazione possa essere diversa. Invece si deve arrendere all’evidenza, perché è vero che l’Inter è bella a vedersi, gioca bene e fa risultati, ma: la prima stagione si conclude con la beffa del sorpasso all’ultima giornata, dopo una cavalcata esaltante, ma calante nel finale, tanto da consentire il recupero della Juve, fino al fatidico 5 maggio, in cui la sconfitta nella partita all’Olimpico con la Lazio (resa surreale dall’intero stadio unito a tifare Inter, nella paventata ipotesi del rientro della Roma per la vittoria finale) in una gara che sembra già scritta (la Lazio non ha nessun obiettivo da raggiungere) e la contemporanea vittoria della Juve regalano lo scudetto ai bianconeri, e anche in Champions l’avventura termina in semifinale; la seconda stagione, secondo posto in campionato (questa volta per distacco) e di nuovo semifinale di Champions, questa volta eliminato nello storico derby, concluso con due pareggi, ma con il gioco dei gol fuori casa a favorire i rossoneri. La terza stagione, nonostante abbia un rinnovo sancito in estate per altre due stagioni (uno dei classici atti d’impulso di un Moratti, però, visibilmente già stanco della situazione), non la conclude nemmeno, sostituito da Zaccheroni. Il messaggio lanciato ai tifosi è stato comunque forte se è vero che, nel post Calciopoli, la curva ha dedicato a lui e a Simoni uno striscione di ringraziamento, quali vittime principali del sistema incriminato.

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Mentre per il mercato, tanti sono i nomi nuovi che vestono la maglia nerazzurra:

FRANCESCO TOLDO – Prosegue la tradizione dei grandi portieri che hanno indossato la maglia nerazzurra. Una cosa è innegabile: l’Inter, che sia stata vincente o imbarazzante, ha sempre avuto tra i pali pezzi da novanta, che, anzi, spesso, hanno contribuito a limitare i danni, da Zenga a Pagliuca, da Peruzzi a Frey, da Julio Cesar ad Handanovic. E, appunto, Toldo, che arriva all’Inter come uno dei migliori portieri italiani, come mostrato negli anni di Firenze, ed europei, come reso evidente nell’esaltante cammino della Nazionale agli Europei del 2000, in particolare nella semifinale con i padroni di casa dell’Olanda, in cui parò addirittura tre rigori. E anche in nerazzurro non sfigura. E’ uno dei protagonisti dei successi sfiorati negli anni di Cuper, con prestazioni sempre ad alto livello, come quella a Valencia in Champions League, che lo mettono costantemente in ballottaggio con Buffon per il ruolo di titolare in Nazionale. E arriva addirittura ad entrare in un’azione gol contro la Juve in campionato, quando, salendo all’ultimo minuto su un calcio d’angolo, entra nella mischia che porta il pallone sui piedi di Vieri per il gol del pareggio, che a lungo viene attribuito allo stesso Toldo perché il tocco di Vieri avviene quasi sulla linea. Insomma, ha rischiato di segnare quanto Quaresma in maglia nerazzurra… Un grande atleta, un grande uomo, ma soprattutto un professionista esemplare, come dimostrerà all’arrivo in squadra di Julio Cesar, che nel giro di poco tempo lo relegherà alla panchina. Dopo l’ovvio disappunto iniziale, pur senza mai scenate o prese di posizione, Toldo è entrato in una nuova consapevolezza: si è messo al servizio del compagno, offrendogli un supporto tecnico, ma soprattutto non facendogli mai pesare la sua figura alle spalle, contribuendo alla crescita esponenziale del brasiliano, ma soprattutto al servizio dei colori nerazzurri, decidendo, anche quando le offerte non mancavano, ed ancora con qualcosa da dare, di legare la sua carriera all’Inter fino alla fine, aiutando il gruppo sia umanamente, che con prestazioni ottime quando chiamato a sostituire un Julio Cesar non sempre al top della forma fisica. La parziale consolazione è che rimane, comunque, uno dei protagonisti di tutte le vittorie degli ultimi anni dell’Inter e che resta, innegabilmente, un uomo del Triplete. Appese le scarpette al chiodo continua la collaborazione con la società, per la quale, a conferma delle grandi doti umane, è uno dei consiglieri del Progetto Inter Campus. Attualmente riveste il ruolo di preparatore dei portieri dell’Under 21.

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EMRE – Fa parte dell'”onda turca” che sembra travolgere l’Inter di quegli anni, a partire dall’arrivo di Sukur. Effettivamente fa parte della generazione d’oro del calcio turco, rappresentata da calciatori dalle buone qualità tecniche, che si mettono in evidenza grazie ai buoni risultati della nazionale (che arriverà al bronzo ai mondiali del 2002) e delle squadre di club, il Galatasaray su tutte (Coppa Uefa e Supercoppa Europea 2000). E proprio dalla squadra di Istanbul proviene Emre Belozoglu, che in giallorosso gioca fin da giovanissimo, contribuendo alle principali vittorie di quegli anni. Giocatore brevilineo, centrocampista dai piedi molto buoni, Emre è il giocatore con cui Moratti spera di riportare la fantasia e le geometrie nella linea mediana nerazzurra. Benché arrivi a Milano giovanissimo (21 anni), il giocatore è dotato di una certa personalità che non disdegna di mostrare in campo, complici anche lineamenti da sicario russo. Lotta a centrocampo, non si tira indietro anche se c’è da provare giocate di fino, e fin dall’inizio non soffre di timore reverenziale verso giocatori più grandi di lui, al limite della supponenza, che forse costituirà il suo limite principale. Diventa un elemento importante del centrocampo di Cuper, soprattutto il secondo anno, quando è autore anche di tre gol, poi il suo rendimento va scemando di pari passo alle presenze in campo e così nel 2005 se ne va in Inghilterra, senza infamia e senza lode. Se si pensa che il suo limite sia stata la sovrastima di sé stesso, essere stato nominato nel 2004 da Pelè come uno dei 125 migliori calciatori viventi non ha giocato a favore del ridimensionamento del suo ego…

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OKAN BURUK – Terzo rappresentante della suddetta “onda turca”, arriva nel pacchetto con Emre dal Galatasaray. Più grande di lui, quindi più maturo, ma meno dotato tecnicamente, condivide con il compagno successi in club e Nazionale. Centrocampista pure lui, con struttura fisica simile, basso e compatto, ma con caratteristiche nettamente diverse, più votate al contenimento e alla rottura del gioco avversario che alla fantasia e alla fase offensiva, benché, alla fine, porti a casa due gol. Tanto più modesto e tranquillo del connazionale, quanto meno impegnato in campo. Incubo di ogni telecronista per le pericolose assonanze del suo cognome, anche lui vive il momento migliore al secondo anno di Cuper, e poi lascia l’Inter un anno prima di Emre per tornare in Turchia.

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ANDRES GUGLIELMINPIETRO – E’ uno dei tanti rappresentanti di quella sorta di sfida sotterranea esistente tra le due squadre di Milano, per cui “se gioca male da te, aspetta che lo prendo io e ti faccio vedere come si fa giocare” che ha portato tanti giocatori ad alternarsi sulle due sponde del Naviglio. Spesso come operazione a sé stante, spesso come parte di uno scambio. Benché molte operazioni siano risultate azzardate da entrambe le parti, a voler essere sinceri è sempre stata soprattutto la società rossonera a giovare di queste operazioni (i vari Pirlo, Seedorf, Brocchi, Muntari lo testimoniano), per cui quella dell’Inter assume, negli anni, un po’ i contorni della sfida a trovare il “campione perduto”. Guly non è uno di questi. Dopo il primo anno folgorante a Milanello, coronato dallo scudetto, la discesa è stata lenta e inesorabile, fino ad arrivare ai margini della rosa. Il trasferimento alla Pinetina non giova. Centrocampista dalle lunghe leve, uomo di fascia, dovrebbe essere l’uomo adatto al gioco sulle corsie laterali, pronto all’assist per le torri dell’attacco nerazzurro. In realtà non entra mai nelle dinamiche della squadra, e dopo due anni e una trentina di presenze va in prestito al Bologna.

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ADRIANO – Uno dei più grandi esempi di come il talento possa essere bruciato sulla pira del successo e della popolarità, trasformando in fumo doni di natura che avrebbero potuto portare a ben altri successi. Arriva all’Inter dalla spremitura della “rapa Vampeta”, ovvero, vista la disastrosa permanenza in nerazzurro, almeno dalla sua cessione se ne ricava qualcosa: in questo caso l’arrivo di Adriano a Milano, come un giovane illustre sconosciuto attaccante brasiliano dalle buone prospettive. Chi quella sera d’estate 2001, guardò svogliatamente l’amichevole con il Real Madrid e altrettanto svogliatamente commentò: “Ma la punizione la facciamo battere a quello nuovo lì?”, avrà ancora davanti agli occhi la potenza e la velocità con cui il giovane Adriano scaraventò la palla in gol: si era ancora a guardare la posizione di tiro del giocatore che già la palla era conficcata nell’angolino della rete. Nasceva in quel momento la storia di amore/odio tra Adriano e l’Inter. Un giocatore dalle doti fisiche e tecniche straordinarie: potenza corporea imponente con cui difendere i palloni, unita ad una velocità esplosiva in grado di lasciare lì più di un avversario, ottimo controllo di palla, tempismo e opportunismo e una potenza di tiro devastante, soprattutto nei calci piazzati. Un attaccante d’area, ma anche un giocatore in grado di andare a recuperarsi i palloni e portarli fino al gol. Dopo i primi approcci in nerazzurro si decide di mandarlo a maturare prima a Firenze in prestito e poi a Parma in comproprietà. Visti gli ottimi risultati lo si fa tornare in fretta e furia alla base, e gli inizi sono estremamente incoraggianti. Adriano conquista l’attacco nerazzurro e diventa una pedina fondamentale in grado di cambiare la partita da solo. Quando conquista palla a centrocampo e, per “Caressiana” definizione, “diventa verde”, non ce n’è per nessuno, contenerlo è quasi impossibile. Tanti gol, al punto di diventare il miglior marcatore della storia nerazzurra in Champions League. Ma alle enormi doti tecniche, corrisponde una fragilità psicologica altrettanto grande: la pessima gestione del successo, le cattive frequentazioni, soprattutto quando torna in patria, il vizio dell’alcool, ma soprattutto la perdita di una figura di riferimento fondamentale come quella del padre, ne minano la carriera, dalla professionalità, al comportamento, al rendimento, fino alla salute fisica e psicologica. Vince lo scudetto nel 2007, ma nel 2008, complice anche la scarsa fiducia che gli mostra Mancini, supportata anche dall’inizio dei problemi suddetti, torna in Brasile al San Paolo, per recuperare la forma fisica e mentale. Torna nella stagione 2008/09 e trova sulla panchina Mourinho, che ha tutta l’intenzione di recuperarlo, soprattutto dal punto di vista psicologico. Ma anche lui deve scontrarsi con i mostri che invadono la vita del brasiliano, che lo portano spesso a comportamenti non professionali, puniti regolarmente dal tecnico portoghese, fino all’aprile del 2009, quando, partito per rispondere ad una convocazione in Nazionale, non tornerà più. Il ritorno nelle file della Roma nel 2010 sarà solo un triste e mal riuscito tentativo di colpo di coda. Nonostante alla fine abbia fatto vedere belle cose e abbia contribuito alle vittorie di club e Nazionale, al mondo del calcio resta l’enorme interrogativo di cosa avrebbe potuto diventare.

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SERGIO CONCEICAO – Arriva a Milano dopo aver vinto tanto con il Porto, con la Lazio e dopo anche la buona parentesi di Parma. Ala destra dal dribbling rapido ed efficace, con una forte cattiveria agonistica, dotato di rapidità, ma soprattutto di precisione nei cross, è, nelle intenzioni degli uomini di mercato nerazzurri, come per Guly, l’uomo assist ideale per le bocche da fuoco interiste. Questo nelle intenzioni, perché in realtà a Milano delle caratteristiche del portoghese si vede soprattutto il carattere fumantino e poco altro, perché nei due anni che resta nella città del Duomo, le prestazioni di un certo spessore si contano sulle dita di una mano, quasi come i cross decenti che riesce a mettere in area. La fase calante prosegue anche nei successivi ritorni in Lazio e Porto. Si riprenderà solo nell’esperienza belga con lo Standard Liegi, quando però saranno ancora i suoi “fantasmi” interiori ad avere la meglio, visto che per l’aggressione a un arbitro rimedierà tre anni di squalifica in Belgio.

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MOHAMED KALLON – L’Inter acquista il giovanissimo attaccante della Sierra Leone già nel 1997, ma, dopo averlo fatto girare, con alterne fortune, per mezza Italia (Bologna, Genoa, Cagliari, Reggina, Vicenza), lo porta in prima squadra solo nel 2001. La prima stagione è la migliore che disputa in nerazzurro, anche perché, complice i ciclici infortuni che colpiscono gli attaccanti titolari dell’Inter, ha modo di giocare molto e di rendersi protagonista insieme a Ventola, con cui regge le sorti dell’attacco nerazzurro, senza far rimpiangere i più quotati compagni, contribuendo all’ottima stagione interista culminata con la beffa dell’Olimpico. Poi negli anni successivi, chiuso dai campionissimi dell’attacco dell’Inter, gioca sempre meno, segnando comunque ancora qualche gol, fino al 2004 quando si trasferisce al Monaco. Resta comunque il ricordo della splendida cavalcata di un anno che sembrava predestinato (si diceva “se stanno fuori Ronaldo e Vieri e al loro posto segnano perfino Ventola e Kallon, deve per forza essere l’anno buono”), che gli avrebbe potuto regalare la gloria eterna e che invece lo macinò nell’incubo del 5 maggio.

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MARCO MATERAZZI – Uno dei principali idoli della recente generazione di tifosi nerazzurri. Capopopolo, istrione, uomo vero, con un carattere forte modellato dalle vicissitudini della vita, fin da giovanissimo, entra di prepotenza tanto nei cuori dei tifosi nerazzurri, quanto in posti “anatomicamente diversi” dei tifosi di quasi tutte le altre tifoserie, che lo vedono come fumo negli occhi e non mancano di farlo notare con pesanti cori di insulto in ogni stadio in cui entra. Arriva all’Inter dopo aver girato diverse squadre del centro-sud, dopo l’esperienza inglese nell’Everton e soprattutto quella al Perugia, dove si afferma come difensore goleador, dato che, grazie ai suoi gol di testa, su rigore o su punizione, arriva a 12 centri stagionali, record per un difensore. Il rapporto con i tifosi dell’Inter comincia già qualche anno prima, visto che è il capitano del Perugia che, in un piovoso pomeriggio, in una partita oltre il limite della giocabilità, batte di misura la Juve, consentendo alla Lazio il sorpasso scudetto all’ultima giornata. Viene scelto dall’Inter per rinforzare la perforabilissima difesa nerazzurra, grazie alle sue caratteristiche fisiche e tecniche: fisico statuario, non veloce, ma a cui ovvia con il senso della posizione e la cattiveria agonistica ed è dotato della malizia e dell’esperienza necessaria per far sentire la sua presenza all’attaccante avversario, spesso non solo metaforicamente, ma con “colpi d’avvertimento” ben assestati. Si fa la nomea di spaccaossa, anche perché non lesina interventi sopra le righe e al limite del codice penale (sia dentro che fuori da campo, basti ricordare il già citato episodio con Cirillo). Tutto questo, unito al fatto che non si tiri mai indietro e all’innegabile attaccamento ai colori della maglia, lo rende ben presto un beniamino dei tifosi. Il rapporto con loro rischia di interrompersi solo prima del 2006, quando, non sentendo più la fiducia attorno a sé, pensa di accettare le sirene rossonere, e sarà solo l’intervento diretto di Facchetti a riportarlo “sulla retta via”. Poi nel 2006 vive l’anno perfetto: nonostante non parta tra i titolari, grazie all’infortunio di Nesta, e al gol segnato subito nella partita d’esordio con la Repubblica Ceca, è uno dei principali protagonisti della conquista della Coppa del Mondo del 2006, segnando il gol del pareggio in Finale, causando l’espulsione di Zidane e segnando il suo rigore nella lotteria finale; tornato in nerazzurro da eroe, è uno degli artefici della conquista del quindicesimo scudetto, con prestazioni di altissimo livello e tanti gol segnati (10), tra cui la doppietta nella partita decisiva con il Siena. Gli anni successivi non saranno ai livelli di quella stagione, ma sarà comunque sempre tra i principali attori, anche perché i tifosi non smetteranno di osannarlo e tifarlo anche quando le presenze si ridurranno drasticamente. Ha un enorme feeling con Mourinho, che, nonostante non gli assicuri il posto fisso in squadra, lo tiene in grande considerazione, al punto di farlo entrare all’ultimo minuto della finale di Champions, solo per permettergli di dire “io c’ero”. E al punto di scendere dalla macchina per tornare ad abbracciarlo per un ultimo saluto prima di lasciare l’Inter per raggiungere Madrid, nella celebre scena immortalata dalle telecamere. Molto inferiore il feeling con Benitez, l’ultimo tecnico che lo allenerà prima del ritiro nel 2011. Lo smoking bianco nella festa scudetto 2007; la maschera di Berlusconi dopo la vittoria in un Derby; la maglia “Nun è successo” dedicata alla Roma; quella in risposta allo striscione preso in mano da Ambrosini che consigliava un posizionamento alternativo dello scudetto; quella “Rivolete anche questa” dedicata agli juventini e sfoggiata il giorno della vittoria in Champions: sono solo alcune delle iniziative che hanno contribuito a cementare il rapporto tra lui e i tifosi. E’ e sarà per sempre uno dei simboli principali del quinquennio di vittorie nerazzurre, uno degli uomini del Triplete.

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A completare il mercato di questa stagione: Alberto “Jimmy” Fontana, che arriva ultratrentenne all’Inter per fare da secondo a Toldo e che si dimostrerà sempre all’altezza della situazione e della sua lunga carriera nelle poche partite in cui potrà giocare; Pasquale Padalino, difensore reso celebre soprattutto dagli anni di militanza in maglia viola, ma che in nerazzurro, complice anche un infortunio, non collezionerà neanche una presenza; Gonzalo Sorondo, difensore uruguaiano, che non vive a Milano i suoi anni migliori e che, dopo aver raggranellato 11 presenze in due stagioni, viene spedito in prestito in giro per l’Europa per diverse stagioni, fino al 2006, quando avviene la cessione definitiva; Nelson Vivas, difensore argentino, il cui ruolo principale in carriera è stato quello di riserva di qualche altro compagno più dotato, che non ha dismesso neanche nelle due stagioni all’Inter, racimolando 19 presenze.

E insieme a questi gioca Javier Zanetti… (continua)

Il Lìder Massimo: i 18 anni del Petroliere #1 (1995/96)

Il Lìder Massimo: i 18 anni del Petroliere #2 (1996/97)

Il Lìder Massimo: i 18 anni del Petroliere #3 (1997/98)

Il Lìder Massimo: i 18 anni del Petroliere #4 (1998/99)

Il Lìder Massimo: i 18 anni del Petroliere #5 (1999/00)

Il Lìder Massimo: i 18 anni del Petroliere #6 (2000/01)

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