Defense wins games: il trionfo dei Seahawks al Super Bowl

É stato un dominio totale, quello dei Seattle Seahawks, campioni del Super Bowl XLVIII, primo titolo della loro storia. É stata una partita particolare, perché se è vero che la difesa dei Seahawks (al pari di Peyton Manning) era ampiamente sotto i riflettori, in pochi avrebbero pronosticato una prestazione così travolgente, a livello di cattiveria agonistica e aggressività, sfociata in un risultato nettssimo. Vediamo più precisamente cosa è successo.

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MENTALITÁ E PREPARAZIONE – Non c’è niente da fare: i Seahawks sono entrati in campo più cattivi e determinati, consci probabilmente di aver impostato (soprattutto a livello difensivo) una partita pressoché perfetta, con i giocatori più adatti per fermare l’attacco dei Broncos, che solo con cinque minuti sul cronometro del secondo quarto sono riusciti a trovare il loro primo down, e che è rimasto a secco per 3 quarti, fino al TD di Demaryus Thomas. La linea difensiva di Seattle ha asfissiato la o-line di Denver, mentre la secondaria è riuscita a contenere il reparto ricevitori avversario, impedendogli di trovare spazi in campo aperto. Tutto ciò ha complicato terribilmente il lavoro di Manning, che su 49 tentativi di passaggio ha subito 20 QB pressures (più un sack), e gli ha impedito di lanciare per grandi guadagni: le statistiche di Demaryus Thomas recitano 13-118-1, arrivate però grazie a tracce corte come screen e shallow. Per quanto riguarda Welker (8-84-0), il matchup diretto con Walter Thurmond lo ha indubbiamente favorito, avendo raccolto contro di lui 64 yard, mentre sono solo 22 quelle guadagnate contro altri marcatori (i linebacker e Kam Chancellor, autore di 9 tackle, un intercetto e una presenza difensiva costante e asfissiante, che, volendo trovare un highlight, si può riassumere nel tackle, tanto duro quanto regolare, per impedire proprio a Welker un primo down. Probabilmente sarebbe stata lui la scelta più giusta per il premio di MVP).

Se poi a tutto questo aggiungiamo l’apporto nullo dei RB di Denver, che hanno collezionato solo 27 yard su corsa, merito, neanche a dirlo, della linea di Seattle, allora capiamo che i meriti della compagine di Pete Carroll vanno ben oltre i demeriti della squadra guidata da John Fox, scesa in campo comunque meno cattiva e sicuramente meno organizzata (al di là dello splendido lavoro fatto dagli avversari). La difesa ha risentito moltissimo dell’assenza dei vari Miller, Wolfe e Chris Harris, avendo portato scarsa pressione su Wilson, che ha giocato una eccellente partita, senza sbavature. Gli unici due difensori a distinguersi per la squadra del Colorado sono stati Terrence Knighton (forse il più continuo per i Broncos in questi playoff) e Danny Trevathan, che si sono occupati, con successo, di togliere Marshawn Lynch dalla partita (15 corse, 39 yard e un TD, arrivato a ridosso della goal line dopo una sciagurata pass interference fischiata a Tony Carter su Golden Tate).

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GIOVANE VETERANO – D’accordo, la pochezza difensiva dei Broncos ha certamente influito, ma un QB rating di 123, frutto di un 18/25 per 208 yard con 2 TD e zero intercetti, per un sophomore al primo Super Bowl della carriera, permettetemi di dire che è tanta roba. Nessun passaggio forzato o clamorosamente fuori portata del ricevitore (a parte uno diretto a Zach Miller, libero ma non trovato), ma calibrati e intelligenti, senza azzardi, cercando di far avanzare i suoi nella maniera più sicura possibile, visto anche lo scarso apporto alla causa da parte di Lynch.

I suoi ricevitori, criticati dall’Hall of Famer Cris Carter prima del match, hanno tutti risposto presente, nessuno indispensabile ma tutti utili: Golden Tate, leader stagionale di Seattle per ricezioni e yard guadagnate, ha vissuto una serata tranquilla, con 3 ricezioni per 19 yard. A prendersi le luci della ribalta sono stati Doug Baldwin (5-66-1) e Jermaine Kearse (4-65-1), autore, quest’ultimo di una spettacolare meta, dopo aver rotto quattro placcaggi. É stata anche la partita di Percy Harvin (finalmente, verrebbe da dire). L’ex Vikings ha messo in mostra tutta la sua versatilità, finendo con una sola ricezione da 5 yard ma soprattutto 45 yard su corsa e la meta sul ritorno del calcio di apertura del secondo tempo (87 yard), arrivata dopo aver seminato in velocità cinque avversari. Quando in estate il GM John Schneider aveva speso ben tre scelte al draft (di cui una al primo giro) per assicurarsi questo giocatore dal grandissimo talento che sa mettere in mostra in tanti modi diversi, come abbiamo già avuto modo di vedere, ma anche dalla grandissima fragilità fisica, in tanti avevano storto il naso e avevano difeso la scelta dei Vikings, specie dopo aver saputo dell’infortunio che lo avrebbe tenuto fermo per tutta la regular season. E invece Harvin è l’ennesima scommessa vinta da Schneider, ma anche da Pete Carroll, capaci di forgiare una squadra con pochissimi punti deboli e soprattutto molto futuribile.

Ma c’è da credere che nemmeno i cospicui ritocchi contrattuali ai giocatori più rappresentativi, ancora nell’annata da rookie (Sherman e Wilson su tutti), costringeranno la dirigenza ad indebolire il roster.

C’è aria di dinastia, a Seattle.

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