Il Lìder Massimo: i 18 anni del Petroliere #9 (2003/04)

Nona puntata della rubrica dedicata ai volti e alle storie che hanno accompagnato Moratti nei 18 anni in cui è stato il Plenipotenziario del Club nerazzurro.

Siamo alla stagione 2003/04. Quella precedente ha visto ancora una volta l’Inter tra le protagoniste, ma stavolta la lotta si è fatta meno serrata, non ci sono stati thrilling finali e la Juve ha vinto il suo scudetto per distacco. In Champions la squadra è approdata nuovamente in semifinale, in cui ha affrontato il Milan in uno storico Derby, da cui non è uscita sconfitta, visto che i risultati sono stati due pareggi, ma neanche qualificata, dato che, per via dei gol fuori casa, l’1-1 interno ha regalato ai rossoneri la Finale che poi vinceranno sconfiggendo la Juventus ai rigori. In Coppa Italia l’avventura è finita agli ottavi, con il Bari. Per la prima volta Moratti concede ad un suo allenatore di finire anche la seconda stagione. Ma pare chiaro già in estate che il fastidio per le numerose botte a vuoto ad un passo dalla vittoria, condite dagli sfottò che si vanno sommando competizione dopo competizione (a quelli degli juventini dopo il 5 maggio, ora, ovviamente, si sommano anche quelli dei milanisti per il Derby di Coppa), stanno portando il grado di sopportazione del Presidente al limite, e, nonostante i risultati rendano ovvio l’inizio di una terza stagione con lo stesso allenatore, l’Hombre vertical Hector Cuper, a cui viene addirittura rinnovato il contratto, la fiducia pare già a tempo. E, infatti, dopo appena 6 giornate, in cui spicca la sconfitta nel derby, con la squadra all’ottavo posto, l’allenatore argentino viene esonerato e al suo posto viene chiamato:

ALBERTO ZACCHERONI – Il destino di Zaccheroni è sempre parso legato all’Inter. Il motivo principale sta nelle mai celate simpatie per i colori nerazzurri del tecnico, avvalorate anche da una storia familiare di grandi tifosi (suo padre gestiva un albergo a Cesenatico che aveva un nome dedicato proprio all’Inter). Eppure la storia ha voluto che i due si sfiorassero, ma mai si incontrassero, e, quando è successo, è avvenuto nel modo, probabilmente, sbagliato. Già dopo gli esaltanti risultati alla guida dell’Udinese lo si era preso in considerazione per la panchina, ma dopo tanti discorsi iniziati e mai finiti, alla fine Zac era approdato addirittura al Milan, dove, nonostante le antipatie reciproche, per i più disparati motivi, con Berlusconi, era riuscito a conquistare anche uno scudetto in rimonta incredibile sulla Lazio. Neanche lasciata la sponda rossonera, però, il matrimonio annunciato era andato a buon fine, perché Moratti era già coinvolto nel progetto Cuper, e il tecnico era andato a sedersi, a stagione iniziata, sulla panchina della Lazio, dove con l’Inter, in realtà, aveva comunque interagito pesantemente, essendo colui che guidava i biancazzurri il 5 maggio. Poi nel 2003 al momento della cacciata di Cuper, arriva la chiamata, un po’ a sorpresa per diversi motivi: il tecnico è fermo da un anno e l’aver inanellato l’esonero al Milan e la non memorabile parentesi alla Lazio, conclusa a fine stagione, ne ha fatto perdere un po’ lo smalto che lo faceva brillare negli anni di Udine, fino allo scudetto in rossonero; le strade di Inter e Zaccheroni sembrano ormai abbastanza distanti da tempo; ma soprattutto perché, come dimostrato alla Lazio, ma anche nelle esperienze successive, Zac è un allenatore che non è adatto ai subentri in corsa, ha bisogno di un progetto costruito con lui, con un mercato fatto da lui e non con uomini e rose impostate da altri. E infatti la sua guida tecnica non si distingue per picchi esaltanti, anzi (l’Inter esce dalla Champions già nella fase a gironi, nonostante abbia vinto le prime due partite, una delle quali è lo storico 3-0 in casa dell’Arsenal, presto vendicato da un 1-5 al ritorno), ma per una anonima traghettata, che ha il merito, almeno, della qualificazione alla Champions grazie al quarto posto finale. Quando parrebbe logico dare l’occasione al tecnico di dimostrare quello che potrebbe fare cominciando a lavorare dall’inizio, purtroppo per lui, Moratti ha già occhi solo che per Mancini e, così, mestamente, la storia in nerazzurro va a farsi benedire. Dovrà ancora ingoiare i bocconi amari delle battute a vuoto a Torino, su entrambe le sponde, prima di diventare tecnico del Giappone nel 2010 e dimostrare che si può ancora fare affidamento su di lui.

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Il mercato anche questa volta non vive di picchi assoluti e verte soprattutto su tre scopi principali: puntellare la difesa, ormai atavico problema che si protrae di stagione in stagione, soprattutto sul “maledetto” lato sinistro; lavorare sul gioco sulle fasce, cercando forti cursori, famosi per i loro cross; rinforzare l’attacco, dopo l’addio a Crespo. Così arrivano:

JEREMIE BRECHET – Come tutte le collezioni a fascicoli che si rispettino, anche il 2003 ha il suo gadget “l’erede di Roberto Carlos” (e giù di nitriti…), il quale nel frattempo sta giocando, invecchiando e, soprattutto, vincendo in qualsiasi luogo che non sia Milano. Questa volta il predestinato arriva dalla Francia, proveniente dal Lione con cui si è messo in grande evidenza, diventandone titolare fisso poco più che ventenne. E’ accompagnato dal più classico “Va’ che colpo abbiam fatto!”, grazie alle raccomandazioni dei Soloni di mercato che lo dipingono come il giocatore del futuro, l’uomo di cui l’Inter aveva bisogno, la soluzione a tutti i problemi difensivi. Sulle spalle del ragazzo pare comparire un enorme “Vedrete!”… e infatti i tifosi dell’Inter vedono, ma vedono qualcosa che preferiscono dimenticare. Nelle 14 presenze totali (9 in campionato) messe insieme in una sola stagione, del prospetto del futuro poco, ma di errori in abbondanza: questo è quello che lascia Brechet, quando, nell’estate 2004, senza nessun rimpianto, viene ceduto alla Real Sociedad. E per quello visto negli anni successivi, il futuro in cui Brechet sarà il protagonista è ancora lungi a venire….

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THOMAS HELVEG – Il giocatore danese non resta famoso all’Inter per le prestazioni in campo, quanto per una delle esperienze di mercato più cervellotiche in quella fucina di aneddoti e amenità che prende il nome di “scambi Inter-Milan”. Helveg in Italia arriva grazie all’Udinese dove si mette in evidenza come difensore forte e preciso, nonché notevole cursore di fascia, adatto perfettamente al gioco spumeggiante dei bianconeri di Zaccheroni. Ovviamente ad ogni sessione è uno dei più appetiti da tutte le squadre, tra cui, in modo sempre piuttosto insistente, l’Inter di Moratti. Pozzo riesce a trattenerlo fino al 1998, quando capisce che è il momento di metterlo sul mercato, ma, stavolta, nonostante una trattativa accesa, i nerazzurri si fanno superare dal Milan del mentore Zaccheroni. In rossonero è subito scudetto. Di proprietà del Milan resta fino al 2001, quando entra nello scambio tra le due squadre di Milano, che porta in rossonero Domoraud. A questo punto, mentre Domoraud la maglia del Milan la vede solo sulle figurine, perché ancor prima della fine del mercato è già a Monaco, Helveg torna immediatamente in rossonero in prestito dall’Inter (!), portando a 5 le stagioni nella squadra di Galliani. All’Inter ci arriva solo a fine prestito, nel 2003 appunto, quando, ormai, probabilmente, quello che aveva da dire l’aveva già detto, visto che dopo un’anonima stagione in nerazzurro viene ceduto al Norwich.

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ANDY VAN DER MEYDE – Per chi sta cercando di costruire una squadra forte nel gioco sulle fasce, in questi anni non può fare a meno che prendere in considerazione Van der Meyde. Giocatore olandese, destro naturale, che però può essere utilizzato su entrambe le fasce, si mette in evidenza a livello europeo nelle file di un Ajax stellare che annovera gente come Ibra, Sneijder, Chivu, Mido, grazie alla sua facilità di corsa, al tempismo negli inserimenti e la precisione nei cross che lo rendono un ingranaggio offensivo indispensabile per attivare bocche da fuoco forti nel gioco aereo e nelle conclusioni al volo. E non disdegna neanche i gol, molto spesso di pregevole fattura, grazie alle sue doti atletiche ed anche acrobatiche e una discreta precisione nei tiri da fuori, tutti festeggiati con il gesto del fuciliere che prende la mira inginocchiato a terra, suo marchio di fabbrica. Quando l’Inter lo fa suo, sembra veramente un colpo grosso, perché si può alzare, e di molto, la qualità, la velocità e la pericolosità del gioco offensivo. Sembra, perché purtroppo di fresco, atletico, veloce e preciso a Milano si vedrà davvero poco. All’Inter Andy si ridimensiona molto e si conforma al grigiume del gioco offensivo nerazzurro, senza mai mostrare quei picchi per cui era famoso, e che sembrano un lontano ricordo. L’unico picco c’è nella storica vittoria in casa dell’Arsenal, in cui segna un gol di pregevole fattura, che, per un attimo fa urlare “Eccolo, è tornato!”. In realtà sarà solo un sussulto in una mediocre esperienza che si concluderà dopo appena due stagioni con la cessione all’Everton, dove, comunque, proseguirà la sua parabola discendente.

LUCIANO – Luciano “fu” Eriberto, entra di diritto nel progetto “gioco sulle fasce” che vuole rilanciare l’Inter. Il giocatore brasiliano è un esterno veloce, rapidissimo negli inserimenti e preciso nei cross, un furetto della fascia. Questo almeno finché si fa chiamare Eriberto, ha “anagraficamente” tre anni in meno e gioca nel Chievo dei Miracoli di Del Neri, che tanto stupisce l’Italia e fa innamorare del suo gioco. Il brasiliano ne è un cardine fondamentale ed è, ovviamente, molto appetito nei mercati estivi. Poi nel 2002 la crisi di coscienza: la confessione al mondo dell'”acquisto di identità” per poter avere tre anni di meno e trovare più facilmente una squadra negli anni in Brasile, i guai legali, quelli con la giustizia sportiva e la conseguente squalifica. Così “muore” Eriberto Conceicao da Silva e dalle sue ceneri rinasce Luciano Siqueria de Oliveira, nato nel 1975, uomo nuovo e in pace con la sua coscienza. Peccato che Luciano, alla fin fine, risulti meno forte di Eriberto, perché in realtà il giocatore che ne uscirà, pur mantenendo le caratteristiche tecniche che lo hanno reso famoso, risulterà, paradossalmente, meno esplosivo e meno decisivo, se non a sprazzi, di quello visto nei primi anni al Chievo. E l’Inter ovviamente lo prende, in prestito, esattamente in questo periodo, secondo la famosa regola del tempismo di cui si è già parlato. Cinque partite in cui il giocatore non è più Eriberto, non è più Luciano, ma è solo il fantasma di un qualsiasi atleta con qualsiasi nome lo si voglia chiamare, e quindi, a gennaio, l’immediato ritorno al Chievo.

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KILY GONZALEZ – Terzo uomo di fascia e terzo buco nell’acqua. Il giocatore argentino diventa una sorta di pallino dello staff tecnico nerazzurro fin dagli anni del bellissimo Valencia di Cuper, di cui Kily è uno dei massimi esponenti, con la sua velocità ei suoi cross precisi. Ma l’inseguimento si rivela più difficile del previsto e non si semplifica neanche quando il suo mentore diventa tecnico dell’Inter. Il coronamento si ha solo al terzo anno del tecnico, probabilmente in ritardo su tutto: sull’avventura di Cuper all’Inter, che di lì a poco si concluderà, sulla parabola del giocatore stesso, che nei tre anni a Milano mostra solo un lontano parente del giocatore esplosivo di Valencia. Pur vincendo abbastanza in nerazzurro (uno scudetto, due Coppe Italia e una Supercoppa Italiana) di queste Inter non è mai tra i protagonisti, non segnando mai neppure un gol. Lasciata l’Inter nel 2006, torna in patria nel “suo” Rosario Central, dove chiude la carriera nel 2011.

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DEJAN STANKOVIC – Nell’estate del 2003 Moratti acquista un pezzo di storia dell’Inter. Dejan “Deki” Stankovic arriva all’Inter dopo essere stato un idolo nella sua Stella Rossa (con cui conquista un campionato e tre coppe nazionali) e un giocatore cardine nella Lazio (che con lui in campo vince uno scudetto, una Coppa Italia, due Supercoppe Italiane, una Coppa delle Coppe e una Supercoppa Europea). Da beniamino della curva laziale, nel mercato invernale della stagione 2003/04 approda in nerazzurro. Centrocampista dal grande carattere, e dalle doti fisiche elevate, uomo ovunque del centrocampo, in grado di spezzare la manovra avversaria e di impostare in modo pregevole la fase d’attacco della propria squadra, ricoprendo a volte anche il ruolo di trequartista, tempismo negli interventi, caparbietà, piedi buoni sia nella fase di impostazione che nelle doti balistiche, al punto che diventa famoso per gol da posizioni difficili, con staffilate precise e di pregevole fattura, fino agli incredibili gol da centrocampo segnati con il Genoa e lo Schalke 04. Professionista esemplare, uomo vero in ogni sfaccettatura della vita, da quella dentro il campo a quella fuori, serbo orgoglioso della sua nazionalità, costretto a vivere, come tanti compagni, l’orrore della guerra dei Balcani, uscendone maturo e profondamente responsabile, consapevole di essere anche un simbolo per chi è rimasto in patria. Un attaccamento alla maglia fuori dal comune che lo ha sempre reso una cosa sola con i colori che ha indossato, così da diventare un ovvio idolo per i tifosi di tutte le squadre in cui ha giocato, ultima delle quali proprio l’Inter. Tutto questo è Stankovic, il Drago, come lo chiamano i tifosi. Arriva con queste caratteristiche e queste caratteristiche se le porta fino in fondo, tra gli alti e i bassi, ma sempre senza abbassare la testa. Gioca con Cuper, viene definito uomo di Mancini che ha stretto con lui un forte legame alla Lazio, ma non dà mai l’impressione di essere in campo per favoritismi, ma si guadagna ogni presenza col sudore e l’impegno. All’arrivo di Mourinho la sua avventura in nerazzurro pare giungere al capolinea e per lui si prospetta un passaggio alla Juve, poi, quando le cose sembrano quasi fatte, Mou lo prende da parte gli spiega cosa vorrebbe da lui e gli chiede se se la sente. Il serbo accetta, il portoghese gli consegna le chiavi del centrocampo nerazzurro e Deki disputa forse una delle migliori stagioni all’Inter, diventando fondamentale per la conquista dello scudetto il primo anno e del Triplete il secondo. Protagonista anche l’anno successivo per la conquista del Mondiale, nelle stagioni seguenti deve fare sempre più i conti con gravi problemi fisici, primi fra tutti quelli al tendine d’Achille, che, nel luglio 2013, dopo appena 3 presenze nell’ultima stagione, lo costringono a dire addio al calcio. Cinque scudetti, quattro Coppe Italia, quattro Supercoppe (che con le due nella Lazio lo rendono recordman con 6 coppe all’attivo), una Champions e un Mondiale per Club: questo il suo palmares all’Inter quando decide di lasciare salutando i tifosi con una lettera, sapendo che, per loro, è stato molto più che un semplice giocatore.

GIORGOS KARAGOUNIS – E dove c’è un centrocampista che entra nella storia dell’Inter ce n’è un altro che passa in sordina e se ne va. In nerazzurro arriva dopo essersi messo in mostra nelle file del Panathinaikos, facendo parte di quella generazione di giocatori greci che vivranno il loro momento d’oro in quegli anni, arrivando all’incredibile conquista dell’Europeo nel 2004. Tanto è un leader indiscusso del centrocampo della sua Nazionale, di cui è cardine fondamentale, quanto appare completamente spaesato in quello nerazzurro, da cui esce presto, relegato sempre più spesso in panchina. Gioca un po’ di più nella seconda stagione, sull’onda dei successi con la Nazionale, e conquista la Coppa Italia con la maglia dell’Inter, ma a fine stagione, nell’estate 2005 passa al Benfica. Dopo un’altra esperienza con il suo Panathinaikos, da due stagioni gioca in Inghilterra nel Fulham, continuando a guidare il centrocampo della sua Nazionale.

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JULIO RICARDO CRUZ – Con Crespo in partenza per la Terra d’Albione, per rinforzare l’attacco l’Inter punta sull’attaccante argentino proveniente dal Bologna. El Jardinero (questo il soprannome con cui si presenta, nato ai tempi del Banfield, dopo che, nel corso di un’intervista da parte di un’emittente tv, si fece riprendere seduto su un trattorino usato dai giardinieri per la manutenzione del campo) si presenta all’Inter con un biglietto da visita non trascurabile: segna molto volentieri alla Juventus. L’ha fatto nel Feyenoord (una doppietta in Champions), l’ha fatto nel Bologna e continua a farlo in nerazzurro, diventandone una sorta di bestia nera. Arriva in nerazzurro per fare la riserva a Vieri, ma, anche a causa dei problemi fisici di Bobo, si ritaglia numerosi spazi e a suon di gol diventa un elemento importante nell’attacco dell’Inter. Mai titolare inamovibile nelle numerose stagioni a Milano, con sempre qualcuno che gli viene preferito, il buon Julio si fa spazio a suon di gol, sempre in silenzio, senza mai far polemica, ma limitandosi a fare quello sa fare meglio: segnare, sia che parta titolare, sia che cominci dalla panchina e debba subentrare anche per pochi minuti. Pennellone alto e magro, è pericolosissimo nel gioco aereo, ma il grande senso della posizione e il buon piede che si ritrova, lo rendono efficace in tutti i fondamentali. E’ sempre stato considerato, molto superficialmente, il “bomber di riserva”, anche quando era l’unico terminale efficace ed affidabile e toglieva numerose castagne dal fuoco. Non si è mai pensato di costruire una squadra intorno a lui, eppure lui non ha mai fatto mancare il suo apporto, se è vero che alla fine in nerazzurro ha segnato 75 gol. Le sue rivincite se l’è prese vincendo tanto, contribuendovi in modo fondamentale, negli anni della rinascita nerazzurra. Sfiorerà soltanto il Triplete, perché nell’estate del 2009, a fine contratto, si trasferisce alla Lazio per giocare la sua ultima stagione da calciatore.

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KHALILOU FADIGA – Ovvero il giocatore che non giocò mai nell’Inter. Centrocampista di fascia senegalese, dotato di velocità esplosiva e buon controllo di palla, viene notato dai nerazzurri durante il Mondiale 2002, in cui la nazionale senegalese sorprende il mondo, arrivando ai quarti di finale, e soprattutto lui si segnala come uno dei migliori giocatori del torneo. Quindi nell’estate 2003 l’Inter riesce a farlo suo. Il problema grave è che il giocatore viene fermato alle visite mediche per un problema cardiaco, che ne sconsiglia l’attività agonistica. Stavolta Moratti, che si è un po’ rotto le scatole di fare “papà Moratti” e poi ricevere il benservito a vantaggio di altri, non prende neanche in considerazione il recupero fisico del giocatore e lo rimanda al mittente. Nonostante i consigli dei medici, Fadiga proseguirà l’attività agonistica, trasferendosi nel 2004 in Inghilterra e poi in Belgio dove andrà avanti fino al 2009, ritirandosi a 34 anni, senza problemi di salute in campo, ma anche senza più sussulti in carriera che abbiano fatto pentire l’Inter della scelta fatta.

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A completare il mercato di questa stagione: Sabri Lamouchi, centrocampista francese proveniente dal Parma, che rimane una sola stagione, senza rinverdire le buone cose mostrate negli anni con gli emiliani, e che quindi viene girato in prestito al Genoa; Alex Cordaz, portiere cresciuto nelle giovanili nerazzurre, di ritorno dal prestito allo Spezia, aggregato come terzo, senza mai avere l’occasione di scendere in campo (a parte la frazione di una partita di Coppa Italia), che si ferma una sola stagione prima di ritornare in prestito allo Spezia.

E insieme a questi gioca Javier Zanetti… (continua)

Il Lìder Massimo: i 18 anni del Petroliere #1 (1995/96)

Il Lìder Massimo: i 18 anni del Petroliere #2 (1996/97)

Il Lìder Massimo: i 18 anni del Petroliere #3 (1997/98)

Il Lìder Massimo: i 18 anni del Petroliere #4 (1998/99)

Il Lìder Massimo: i 18 anni del Petroliere #5 (1999/00)

Il Lìder Massimo: i 18 anni del Petroliere #6 (2000/01)

Il Lìder Massimo: i 18 anni del Petroliere #7 (2001/02)

Il Lìder Massimo: i 18 anni del Petroliere #8 (2002/03)

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