Il Lìder Massimo: i 18 anni del Petroliere #10 (2004/05)

Decima puntata della rubrica dedicata ai volti e alle storie che hanno accompagnato Moratti nei 18 anni in cui è stato il Plenipotenziario del Club nerazzurro.

Siamo alla stagione 2004/05. Quella precedente è stata un po’ tribolata, ha visto la successione di due allenatori, come non accadeva da qualche tempo, Cuper e Zaccheroni, ma alla fine non è stata del tutto disastrosa: quarto posto in campionato, con qualificazione alla Champions League; terzo posto nel suo girone di Champions League e conseguente “retrocessione” in Coppa Uefa, dove però si ferma ai quarti ad opera dell’Olympique Marsiglia (la squadra che perderà la finale col Valencia); in Coppa Italia approda alla semifinale, eliminata ai rigori dalla Juventus (che poi perderà in finale con la Lazio), dopo un doppio 2-2. La logica vorrebbe che la squadra continuasse sotto la guida tecnica di Zaccheroni, permettendogli di impostare il lavoro dall’inizio della stagione, decidendo gli uomini giusti per il suo credo tecnico. Ma, come già accaduto ripetutamente in passato, Moratti è già oltre, e la sue attenzioni sono tutte per quello che è considerato l’astro nascente degli allenatori italiani:

ROBERTO MANCINI – In realtà la “storia d’amore” di Moratti per il Mancio ha radici molto più vecchie, quando ancora era “solamente” uno dei migliori giocatori italiani e indossava ancora la maglia blucerchiata della Samp. Il corteggiamento era stato lungo, ripetuto nel tempo, e viste le reciproche simpatie, più di una volta era sembrato sul punto di finalizzarsi positivamente. Ma l’amore e il rispetto per quei colori, ma soprattutto il senso di responsabilità verso la famiglia Mantovani e i tifosi blucerchiati, l’avevano sempre portato a far saltare tutto, anche nel mercato invernale della stagione ’96/97, quando davvero sembrava mancare solo la firma. Poi nell’estate successiva il passaggio alla Lazio, quasi come una presa in giro per Moratti, e la conseguente fine delle speranze di vedere Mancini in nerazzurro. Appese le scarpette al chiodo, il carisma e il piglio del leader che lo avevano sempre accompagnato da calciatore, si adattano perfettamente al suo passaggio a dirigere una squadra dal campo alla panchina. Comincia su quella della sua Lazio come secondo di Erksson, ma il primo impegno vero è quello sulla panchina della Fiorentina e poi su quella della Lazio. In entrambe le esperienze le squadre del Mancio giocano bene e vincono, e questa accoppiata di verbi attiva il “senso di presidente” di Moratti, che novello Spiderman, comincia a tessere la sua tela, finché non cattura la “preda”. Così, con quasi 10 anni di ritardo il matrimonio Mancini-Inter si realizza. E si consuma nel migliore dei modi. L’allenatore trasmette la sua filosofia alla squadra, e l’Inter torna, intanto, ad essere una squadra bella da vedere. E ritorna a vincere: parte pian piano con Coppa Italia alla prima stagione e Supercoppa e di nuovo Coppa Italia quella seguente, poi tolto il “tappo Calciopoli”, che trasforma subito il terzo posto della stagione precedente in Scudetto, in ambito italiano l’Inter dilaga. Al primo anno, il terzo di Mancini, con la Juve in B e il Milan penalizzato in partenza, è un assolo, e, dopo un’altra Supercoppa, con una cavalcata inarrestabile, arriva anche il primo scudetto conquistato sul campo, vinto con largo anticipo, con il record di 97 punti finali, grazie anche ad un filotto record di 17 vittorie consecutive. Al secondo la lotta si fa un po’ più impegnativa, ma è ancora scudetto, vinto stavolta sul filo di lana, grazie alla vittoria all’ultima giornata con il Parma in mezzo al pantano. E’ un’Inter sicura delle sue potenzialità, che gioca bene, talvolta dà anche spettacolo, ruotando intorno alla immensa classe di Ibra e ad un organico costruito, per una volta, con criterio. Ma mentre maramaldeggia sul suolo italico, in Europa l’Inter del Mancio mostra tutti i suoi limiti, concludendo sempre anzitempo la corsa, quasi che il tecnico non abbia ancora la maturità necessaria e la sicurezza per far fare il salto di qualità alla squadra. Moratti non può che essergli riconoscente per aver riportato dopo decenni l’Inter a dominare in Italia, ma i sogni europei sono troppo forti e la voglia di raggiungere Papà Angelo sul tetto continentale monta sempre più, anche alla luce degli investimenti fatti, e comincia a dare segni di impazienza. Dopo l’ennesima eliminazione con il Liverpool, il Mancio sbrocca ed annuncia che a fine stagione se ne andrà. Inutili i passi indietro delle settimane successive, la frittata è fatta e Moratti, complice anche l’apparire all’orizzonte di un certo allenatore portoghese (qualcuno potrebbe dire che il tecnico di Jesi gli abbia offerto l’assist nel momento migliore), ci mette una croce sopra e a fine stagione lo saluta davvero. Resta uno dei tecnici più vincenti in nerazzurro, Poi, a voler sbugiardare i detrattori, va a riportare la vittoria anche in casa Manchester City, ancora una volta rocambolescamente all’ultimo minuto della Premier. Attualmente è il tecnico del Galatasaray, che, quasi all’esordio, ha eliminato la Juve dalla Champions.

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Il mercato mezzo fallimentare dell’anno precedente rende necessari nuovi interventi, in primis in difesa, ormai croce costante della squadra, ma anche a centrocampo, non puntando più sugli esterni, ma su chi la manovra la deve gestire ed impostare. In entrambi i casi il Mancio, che intanto ritrova Stankovic, ha pronti dei nomi fidati:

SINISA MIHAJLOVIC – Il giocatore serbo gioca con Mancini nella Samp e nella Lazio. Nato come centrocampista offensivo, negli anni arretra sempre più il suo baricentro, diventando, dalla Samp in poi, un apprezzato difensore centrale. Precisione negli interventi, senso della posizione, intelligenza tattica nel guidare la fase difensiva ed una cattiveria agonistica tipica dei giocatori slavi, così che dove non arriva con le capacità tecniche recupera con la “presenza fisica”. Grande personalità, è uno che non si tira indietro mai, talvolta varcando un po’ le righe del consentito (a volte un po’ troppo, come nei casi degli sputi a Mutu o degli insulti razzisti a Vieira) e sfiorando l’intimidazione. A tutto questo unisce dei piedi con una precisione sopra la media, che gli consentono di effettuare lunghi lanci precisi, ma soprattutto di diventare uno specialista delle punizioni, uno dei migliori al mondo, di un’efficacia quasi chirurgica. In certi periodi le punizioni dal limite di Mihajlovic erano tranquillamente paragonabili alla battuta di un rigore. Tutto questo è Sinisa, ma quello che arriva all’Inter è inequivocabilmente un giocatore a fine carriera, in cui la “presenza fisica” ha ormai una fisiologica preponderanza sulle doti atletiche e di velocità. Nonostante questo disputa due buone stagioni contribuendo alle vittorie di quegli anni. Anche se non ha più la fisicità di un ragazzino, i suoi piedi restano celestiali e i suoi lanci precisi (e all’Inter un lancio lungo dalla difesa, negli anni, dai tempi di Bergomi, non si è negato mai…), ma soprattutto la sua “arma letale”, la punizione, non si arrugginisce mai, ed avrà modo anche in nerazzurro di aumentare il suo bottino personale, basti pensare alla partita con la Roma di campionato vinta 2-0 grazie ad una sua doppietta su calcio piazzato, o il gol decisivo, sempre contro la Roma, nella finale di Coppa Italia 2004/05. Appena appese le scarpette al chiodo, esattamente come il Mancio, trova naturale trasferire le sue doti di leader e la sua personalità, dal campo alla panchina. E’ il secondo del tecnico di Jesi negli anni dei successi post Calciopoli e, quando Mancini lascia l’Inter, anche lui va, ma prende la strada della conduzione solitaria, mostrando discrete doti apprezzate quasi ovunque sia andato, al punto che più di una volta il suo nome è stato fortemente associato alla panchina dell’Inter. Personaggio fortemente controverso per idee e comportamenti talvolta un po’ estremi, per le sue doti di professionalità e sincerità è da sempre rimasto molto legato ai tifosi nerazzurri, che lo acclamano anche quando siede sulle panchine avversarie. Recordman anche nei figli: ne ha 5, poi, per sua stessa ammissione, lui e sua moglie hanno finalmente comprato un televisore…

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GIUSEPPE FAVALLI – Anche lui ha giocato con il Mancio nella Lazio. Anche perché lui, alla Lazio, ci ha praticamente vissuto, giocando per 12 stagioni consecutive, diventandone anche capitano negli ultimi anni, dopo la partenza di Nesta. In biancazzurro vince tutto quello che la squadra della Capitale conquista negli anni 90 sotto la presidenza Cragnotti. Si fa convincere dall’ex compagno ed ex allenatore a traslocare in nerazzurro, dove arriva a parametro zero. Quello che arriva a Milano è però ormai un giocatore di 32 anni, che il meglio di sé l’ha ormai dato tutto alla causa laziale e del cursore di fascia veloce, tempista negli interventi e preciso nei cross, ne è rimasto un po’ poco. Vive i due anni del suo contratto in nerazzurro senza infamia e senza lode, partecipando comunque alla conquista delle due Coppe Italia (arrivandone a vincere così tre consecutivamente) e diventando campione d’Italia “postumo”, visto che quando arriva la notizia dell’assegnazione a tavolino lui è già un giocatore del Milan, dove avrà modo di vincere ancora qualcosa prima di terminare la carriera nel 2010.

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JUAN SEBASTIAN VERON – La “Brujita”, così soprannominato, secondo la miglior tradizione sudamericana, perché figlio del calciatore argentino Juan Ramon Veron, detto la Bruja, gioca con il Mancio nella Samp e nella Lazio. Classico centrocampista argentino, dai piedi buoni e dalla grande intelligenza tattica, non ha avuto in carriera la costanza e la personalità, probabilmente, per assurgere al Gotha dei migliori giocatori assoluti, ma è riuscito comunque ad entrare nella lista dei FIFA 100 di Pelè, i miglior giocatori viventi (al momento della stesura della lista) della storia del calcio. In Italia ci arriva grazie ad Eriksson che lo vuole alla Samp e poi gioca anche in Parma e Lazio, lasciando il segno ovunque passi. A Milano è ingaggiato dopo la parentesi inglese, non esattamente uno dei periodi più felici della sua carriera, quando ha quasi trent’anni, perché Mancini vuole affidargli le chiavi del suo centrocampo. Grande visione di gioco, intelligenza tattica, capace di giocate sopraffine, ma anche con la personalità giusta per guidare i compagni nelle varie fasi di gioco. Queste sono le caratteristiche che l’allenatore di Jesi vuole portare nel centrocampo nerazzurro, affidando la muscolarità ad altri giocatori. E Veron risponde bene alla fiducia del tecnico, tornando ai livelli di Samp e Parma, non raggiungendo i livelli devastanti della Lazio, ma offrendo comunque un contributo concreto alla causa dell’Inter. Contribuisce, infatti, in modo determinante alla conquista delle due Coppe Italia ed è, come i suoi due compagni sopra, un Campione d’Italia “a posteriori”, visto che quando arriva la sentenza è già tornato in Argentina, nel suo Estudiantes, dove giocherà ancora tanti anni, dimostrando di non essere affatto un giocatore finito, fino al 2013, quando, tra i dilettanti del Coronel, deciderà di appendere le scarpette al chiodo.

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EDGAR DAVIDS – E, nella “sagra dell’ultratrentenne” che caratterizza il mercato estivo del 2004, rientra bene anche il centrocampista olandese. Il Pittbull, così soprannominato per la grinta e la perseveranza, a volte anche sopra le righe, che il giocatore mette in campo, non ha mai giocato con Mancini, ma non è alla prima esperienza italiana. Scartato in modo piuttosto affrettato e superficiale dal Milan, viene ingaggiato dalla Juve, dove, nel giro di breve, mostra le sue vere qualità e diventa, letteralmente, il padrone del centrocampo bianconero, da dove contribuirà alle vittorie di quegli anni. Grande grinta e cattiveria agonistica, che gli consentono di aggredire letteralmente, in senso più o meno figurato, il centrocampo avversario, conquistando palloni che poi gestisce per reimpostare l’azione grazie alle sue doti di velocità e alla buona visione di gioco. Tutto questo, unito alla muscolarità esplosiva, ma soprattutto ai lunghi dread della sua capigliatura e agli occhiali che è costretto a portare in campo dopo l’operazione per un glaucoma, ne fanno un personaggio, che non passa mai inosservato. Per dissidi con Lippi nel 2004 viene mandato in prestito al Barcellona, considerando la sua parabola in fase discendente, invece anche in Spagna gioca su buoni livelli, così, quando tutti si aspettano l’ingaggio definitivo da parte dei blaugrana, un po’ a sorpresa arriva l’Inter. Da una parte c’è Mancini che crede che l’olandese possa dare ancora molto, affidandogli, come detto, la parte muscolare del suo centrocampo, dall’altra lo stesso Davids che vuole dimostrare alla Juve che non è affatto un giocatore finito: questo è il connubio di intenti che riporta in Italia il Pittbull. In realtà, purtroppo, in questo frangente, tutto dà ragione alla Juve, perché il Davids nerazzurro è più tendente a quello rossonero che a quello determinante negli anni a Torino. E infatti ben presto gli spazi per lui si riducono sempre di più e, nonostante partecipi alla vittoria della Coppa Italia, dopo appena una stagione viene regalato al Tottenham, dove, comunque, prosegue la sua parabola discendente. Si è ritirato dal calcio giocato nel 2013, in coincidenza del passaggio dal ruolo di giocatore-allenatore in coppia con Mark Robson del Barnet, a quello di primo allenatore alla partenza del collega, ruolo che ha coperto fino a gennaio di quest’anno quando è stato esonerato.

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NICOLAS BURDISSO – E’ il primo giocatore “nuovo” e “giovane” del mercato estivo 2004. Arriva 23enne dal Boca Juniors, dove, nel giro di qualche anno, è diventato titolare inamovibile, partecipando alla conquista di tre Coppe Libertadores e due Intercontinentali. Marcatore efficace, dotato di una discreta carica agonistica, tipica dei difensori argentini, con buon tempismo negli interventi, in nerazzurro non mostra fino in fondo le caratteristiche che sembravano essere in potenza negli anni argentini, ma si ritaglia comunque i suoi spazi, diventando un elemento importante ed affidabile della rosa, soprattutto nel 2006/07, quando, complice anche l’infortunio di Cordoba, si guadagna maggior spazio tra i titolari, realizzando anche gol piuttosto importanti. E’, suo malgrado, protagonista di un episodio che, in una rubrica che vuole esaminare la personalità di Moratti in tutte le sue sfaccettature, calza bene: poco dopo il suo arrivo, alla figlioletta viene diagnosticata una leucemia acuta ed è costretto a ripartire subito per l’Argentina. Volendo seguire le cure della figlia in quel difficile momento, propone a Moratti la rescissione del contratto, ma il Presidente non solo rifiuta fermamente l’offerta, ma tranquillizza il giocatore affinché si prenda tutto il tempo necessario, offendo anche un supporto costante alla famiglia. Nicolàs ritornerà nell’autunno 2005, quando le cose si saranno stabilizzate, sentendosi profondamente legato alla Famiglia Moratti e ai colori nerazzurri. Il carattere molto orgoglioso e la forte personalità fanno sì che entri nella mega rissa che si scatena a termine della partita di Champions con il Valencia nella stagione 2006/07, da cui uscirà con il naso rotto (vigliaccamente colpito da Navarro) e una squalifica di 6 giornate. Con l’Inter gioca 5 stagioni in cui contribuisce alla vittoria di tutti i trofei vinti da Mancini e dal primo Mou, poi, ad un passo dal Triplete, quando si rende conto che nella formazione del portoghese non c’è molto spazio per lui, decide di accettare il passaggio alla Roma, dove resta fino al mercato invernale di questa stagione, quando passa al Genoa.

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ESTEBAN CAMBIASSO – Uno dei piccoli capolavori di mercato realizzati dallo staff nerazzurro, uno dei primi di una serie che porteranno alle vittorie future. El Cuchu, così detto per la somiglianza con un personaggio della televisione argentina, è di proprietà del Real Madrid, che, dopo diversi prestiti, lo riporta in Spagna per inserirlo nella formazione dei cosiddetti “Galacticos”. Non lo si ritiene, però, all’altezza dei compagni e si fa fatica a trovargli spazio, così viene presto considerato un elemento superfluo di cui il Real può fare tranquillamente a meno. L’Inter passa a “raccogliere i rifiuti” e, a parametro zero (!), si porta a casa il centrocampista argentino. Più d’uno storce il naso a questa operazione di mercato: questo giocatore poco conosciuto, che, non si sa chi sia questo Cuchu, ma per il ricciolino di capelli biondi che ha al centro della testa, sembra più (per rimanere nell’ambito dei fumetti) Tin Tin che un giocatore di calcio, e che per di più è uno scarto del Real Madrid, pare poco adatto al centrocampo nerazzurro. Bastano poche partite per far ricredere tutti. Perché, forse ancora non si sa, ma, non sarà Cuchu, non sarà Tin Tin, non sarà galattico, ma di sicuro l’Inter ha appena acquistato un pezzo della sua storia. O, meglio, un pezzo di Inter stessa. Ben presto saltano tutte le gerarchie e Cambiasso, relegato Davids in panchina, si prende in mano il centrocampo nerazzurro e lì resta, qualsiasi allenatore si sia succeduto nella storia dell’Inter. Grande intelligenza tattica e doti da leader, che ne fanno il naturale prolungamento in campo di tutti i tecnici che siedono in panchina, latore ai compagni delle loro disposizioni tattiche più adatte, a volte leggendone in anticipo le intenzioni. Enorme visione di gioco, che gli permette in ogni momento di sapere come si dipana la manovra, dirigendo i movimenti dei compagni (proverbiali le sue braccia allargate e rette dopo un passaggio a dire “tranquillo, ragiona, guarda come siamo messi, non fare cose affrettate e pensa al movimento migliore”), che, associata ad un grande senso della posizione, gli permette anche di essere un discreto marcatore, come opportunista, pronto a farsi trovare nel punto in cui si concluderà l’azione, ma anche con qualche gol di pregevole fattura. Si cala in modo perfetto nella realtà Inter, diventandone un pezzo imprescindibile, al punto che non lo si troverà mai nelle trattative di mercato future, e talmente radicato nella società da far dimenticare che possa aver giocato in altre squadre. Vince, da assoluto protagonista, tutti i trofei che l’Inter mette in bacheca da Mancini in poi. Il grande attaccamento ai colori nerazzurri lo dimostrerà al momento della festa per il 15mo scudetto: profondamente legato a Facchetti (sarà il primo marcatore dell’Inter dopo la sua scomparsa, festeggiando con le dita rivolte al cielo), durante i festeggiamenti scenderà in campo indossando orgogliosamente la maglia numero 3 originale, donatagli dalla famiglia del Cipe. E’ da sempre considerato il Capitano del futuro dell’Inter, quando Zanetti appenderà le scarpette al chiodo…purché non le appenda dopo di lui! Gli anni passano, la freschezza atletica si perde un po’, il ciuffetto biodo è stato sostituito da una lucida pelata, è uno dei pochi uomini del Triplete rimasti in squadra, eppure, nonostante ogni anno sia dato tra quelli troppo vecchi per scendere ancora in campo, lui è sempre lì a dirigere e a macinare chilometri. E non ha certo intenzione di fermarsi proprio ora, che, per una serie di motivi, quella fascia da Capitano l’ha raggiunta davvero…

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A completare il mercato di questa stagione: Fabian Carini, portiere uruguaiano che arriva all’Inter nell’ambito dello scambio con Cannavaro, che alla prima stagione, da secondo, mette insieme 4 presenze, più altre nelle coppe, poi viene mandato in prestito a Cagliari e, quando torna, è addirittura il terzo, quindi, dopo un anno di tribuna, si svincola e se ne va in Spagna; Zè Maria, difensore brasiliano, che in Italia ha già giocato in Parma e Perugia, che resta due stagioni, senza mostrare le caratteristiche di velocità e precisione nei cross, che ne avevano fatto uno dei migliori laterali del campionato negli anni con gli umbri; Marco Andreolli, difensore promosso dalla Primavera, di cui Mancini dimostra di aver fiducia, lanciandolo al grande calcio e permettendogli di inanellare 13 presenze complessive in due stagioni, prima di passare alla Roma, nell’ambito della trattativa che porta Chivu in nerazzurro, e prima di ritornare all’Inter, dopo un lungo girovagare, nel corso della stagione attuale, pur se venendo utilizzato con il contagocce, Lampros Choutos; attaccante greco proveniente dall’Olympiakos, dopo aver già giocato in Italia con la Roma, che l’Inter acquista e manda in giro in prestito fino alla stagione 2006/07, quando realizza una sola presenza negli ultimi minuti dell’ultima di campionato con il Torino, così da poter essere annoverato tra i Campioni d’Italia di quell’anno.

E insieme a questi gioca Javier Zanetti… (continua)

Il Lìder Massimo: i 18 anni del Petroliere #1 (1995/96)

Il Lìder Massimo: i 18 anni del Petroliere #2 (1996/97)

Il Lìder Massimo: i 18 anni del Petroliere #3 (1997/98)

Il Lìder Massimo: i 18 anni del Petroliere #4 (1998/99)

Il Lìder Massimo: i 18 anni del Petroliere #5 (1999/00)

Il Lìder Massimo: i 18 anni del Petroliere #6 (2000/01)

Il Lìder Massimo: i 18 anni del Petroliere #7 (2001/02)

Il Lìder Massimo: i 18 anni del Petroliere #8 (2002/03)

Il Lìder Massimo: i 18 anni del Petroliere #9 (2003/04)

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