Il Lìder Massimo: i 18 anni del Petroliere #11 (2005/06)

Undicesima puntata della rubrica dedicata ai volti e alle storie che hanno accompagnato Moratti dei 18 anni in cui è stato il Plenipotenziario del Club nerazzurro.

Siamo alla stagione 2005/06. In quella precedente hanno cominciato a farsi vedere gli effetti del “progetto Mancini”: intanto si è tornati a vincere qualcosa, ovvero la Coppa Italia, che per il Mancio è un po’ un marchio di fabbrica, visto che ne ha già vinto una con la Fiorentina e una con la Lazio, e che i nerazzurri conquistano con una doppia vittoria sulla Roma; in campionato arriva il terzo posto; in Champions l’avventura finisce ai quarti, di nuovo con un derby, ma stavolta in modo netto, tanto che i tifosi, dopo l’1-0 del ritorno che praticamente sancisce l’eliminazione, mettono in atto una vibrante protesta, con lancio di fumogeni, uno dei quali colpisce anche Dida, impedendo di fatto il proseguio del gioco, che viene interrotto al 78′, determinando la sconfitta a tavolino per 3-0 ed una sanzione che la obbligherà a giocare un certo numero di partite casalinghe a porte chiuse nell’edizione successiva.

Ovviamente si prosegue il rapporto con Roberto Mancini, che, visti gli ottimi risultati, può proseguire il suo lavoro. Il mercato prevede pochi colpi, ma piuttosto mirati, soprattutto nella zona centrale del campo. Un po’ a sorpresa arriva anche un portiere:

JULIO CESAR – Julio Cesar Soares Espindola viene acquistato in realtà dall’Inter nel mercato invernale 2005, ma viene mandato subito in prestito al Chievo perché la formazione nerazzurra ha già raggiunto il tetto massimo di extracomunitari. Tra i clivensi il portiere brasiliano non colleziona neanche una presenza, essendo considerato il terzo dopo Marchegiani e Marcon. Quindi a Milano arriva ufficialmente solo all’inizio della stagione 2005/06. Più d’uno storce il naso al suo arrivo, più che altro perché il Brasile ha regalato grandi giocatori alla storia del calcio, ma pochi di questi erano portieri. In Italia il pioniere è stato Taffarel, con una carriera di discreto livello, poi negli ultimi anni Dida, dopo una partenza quasi comica, ha preso di diritto possesso della porta del Milan e della Nazionale. I puristi, poi, ritengono che l’Italia abbia, da sempre, una validissima scuola di portieri che non necessiterebbe arrivi dall’estero. Ma soprattutto l’Inter ha Toldo, estremo difensore più che affidabile, che non sembra necessitare di un sostituto. Invece Mancini crede molto nel nuovo arrivato e, dopo una prima fase di alternanze quasi calibrate, che contribuiscono solo a creare confusione e non stabiliscono una gerarchia, ma anzi destabilizzano i protagonisti, pian piano lo spazio dato a Julio Cesar è sempre di più, fino alla conquista del posto da titolare, nonostante la maglia numero 12 che conserverà finchè Toldo non si sarà ritirato. Di come ha vissuto il passaggio di consegne il portierone italiano si è già parlato. Julio Cesar invece, dopo le incertezze iniziali, che sembrano dar ragione ai detrattori, cresce sempre più esponenzialmente, grazie anche al supporto che l’ex portiere titolare non gli fa mai mancare e alla tranquillità che il dualismo con un professionista serio come Toldo gli assicura, fino a legittimare pienamente le responsabilità che gli vengono affidate, ma soprattutto a giustificare la fiducia del tecnico. Portiere non altissimo, ma dotato di un’esplosività nelle gambe che gli permette interventi agili e spettacolari, ottimo tempismo e sicurezza negli interventi, grandi doti atletiche e reattive, che gli consentono, talvolta, interventi prodigiosi nel breve. La grande reattività e la freddezza in porta, unite alle capacità di lettura dei movimenti degli attaccanti, ne fanno anche un ottimo pararigori. Da buon brasiliano ha degli ottimi piedi, che lo rendono adattissimo all’evoluzione attuale del ruolo, e che non lo fanno sfigurare quando è chiamato a dribbling sotto pressione. Per tutta questa serie di motivi, ben presto, nessuno ha più dubbi che il ruolo di titolare non sia meritato, e, altrettanto presto, complice anche un’involuzione di Dida, anche la porta della Nazionale verdeoro diventa sua. Con l’Inter vince, da protagonista, tutto quello che i nerazzurri vincono nel quinquennio d’oro, ricevendo anche il riconoscimento di miglior portiere della Champions 2009/10. Dall’addio di Mou in poi, come un po’ tutta l’Inter, subisce una flessione del rendimento, che non ne mina l’affidabilità. I motivi che lo allontanano da Milano purtroppo sono prettamente economici, con una gestione della situazione, senza volerne entrare nel merito, forse non adatta al rapporto esistente tra portiere e società, da entrambe le parti. Fatto sta che ad agosto 2012 rescinde il contratto e, prima di una partita di Europa League, visto il grande rapporto che in questi 7 anni lo ha legato al pubblico nerazzurro, decide di salutare tutti leggendo una lettera che lo porta a commuoversi in mezzo al campo. Passa quindi a giocare nel QPR, con cui, la scorsa stagione, retrocede dalla Premier League. Da febbraio di quest’anno è passato in prestito al Toronto.

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DAVID PIZARRO – Il centrocampista cileno arriva all’Inter dopo le ottime annate vissute all’Udinese, dove, soprattutto sotto la guida di Spalletti, si è messo in mostra come efficace regista della linea mediana. Non altissimo, fisco tarchiato, ma massiccio, unito ad una discreta carica agonistica lo rendono un buon incontrista, capace di rompere le trame dell’azione avversaria. In più i piedi buoni, l’ottima visione di gioco e l’intelligenza tattica (basti pensare che calcisticamente nasce come trequartista), lo rendono adatto ad impostare la ripartenza della propria squadra, sfruttando anche la precisione nei lanci che lo caratterizza (e, si diceva, che il lancio lungo, nel gioco dell’Inter, da decadi è un po’ un marchio di fabbrica, quindi avere qualcuno che li fa bene non è niente male). Queste sarebbero le premesse che portano al suo ingaggio da parte dei nerazzurri, per mettere una toppa al flop Davids. In realtà il Pizarro che arriva a Milano non è quello concreto e fondamentale dei tempi di Udine, ma appare decisamente involuto, così che anche Mancini non lo considera un elemento imprescindibile e, dopo appena una stagione, ne avvalla la cessione alla Roma, dove, ritrovando Spalletti, tornerà ad essere un titolare importante. Attualmente, da due stagioni, difende i colori della Fiorentina.

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SANTIAGO SOLARI – Un’altra delle arzigogolate operazioni di mercato interiste: offerto dal Real Madrid nell’ambito della trattativa che porta Ronaldo alle merengues, viene rifiutato, non ritenendolo indispensabile per il centrocampo nerazzurro, salvo poi ricercarlo nell’estate del 2005 alla soglia dei trent’anni, quando è chiaro che la sua parabola discendente è cominciata. Infatti l’esperienza a Milano di Solari non è esattamente indimenticabile: poco spazio la prima stagione, ne trova decisamente di più l’anno successivo, quello del post Calciopoli e dello scudetto vinto per distacco, in cui, probabilmente facendosi coinvolgere dall’annata di grazia della squadra, è sicuramente più protagonista e dà il suo apporto alle vittorie stagionali, ma poi alla terza piomba di nuovo, pesantemente, tra le riserve e mette insieme a malapena 5 presenze in campionato. Tanto impegno, tanto lavoro al servizio della squadra, anche la soddisfazione di una doppietta (nel 3-0 al Messina), ma senza mai dare l’impressione di essere un elemento indispensabile del centrocampo di Mancini. E, infatti, al termine della stagione 2007/08, senza tanti rimpianti, torna in Argentina, nel San Lorenzo. Dopo essere passato anche dal Messico nell’Atlante, ha terminato la carriera nel 2011 nelle file del Penarol in Uruguay.

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LUIS FIGO – Uno sfizio personale di Moratti, che da sempre ha una passione per le grandi stelle del calcio internazionale, e che nel 2005 riesce a portare a Milano uno dei più grandi calciatori della storia portoghese. Pallone d’oro e FIFA World Player 2000, inserito nella FIFA 100 di Pelé, appartenente alla generazione d’oro del calcio portoghese che riporterà la sua Nazionale a lottare da protagonista nelle grandi manifestazioni internazionali, grande artefice delle fortune di Barcellona prima e Real poi (e questo lo metterà al centro della “fatwa” dei tifosi blaugrana, il cui culmine sarà la celebre testa di maiale lanciata in campo nel corso di un ritorno di Figo al Camp Nou), è insomma inequivocabilmente uno di quei nomi che hanno fatto la storia del calcio. Peccato che all’Inter arrivi decisamente in là con gli anni (33) e con un fisico un po’ segnato dal tempo che non gli risparmierà qualche acciacco, perché, vista la, comunque, positiva esperienza nerazzurra viene da chiedersi cosa avrebbe potuto dare per i colori dell’Inter. Centrocampista dai piedi buonissimi, uomo di fascia capace di cross pennellati, ma anche di gol di pregevole fattura, è un elemento fondamentale, in termini di personalità e di costruzione dell’azione, di tutti i centrocampi in cui ha giocato. Il primo anno è una presenza quasi costante della mediana di Mancini. In questa stagione si rende protagonista di un episodio, che, col senno di poi, diventa molto significativo: al termine di uno Juve-Inter finito tra le polemiche, denuncia movimenti strani da parte della dirigenza juventina (Moggi su tutti) dalle parti dello spogliatoio dell’arbitro. Immediata giunge la condanna della Lega e la conseguente squalifica. Qualche mese dopo scoppierà il bubbone Calciopoli, ma nessuno gli chiederà scusa… L’anno successivo è ancora tra i protagonisti dello scudetto record, al punto che, all’uscita della notizia dell’accordo tra il portoghese e l’Al Ittihad per la stagione dopo, il malcontento serpeggia forte tra i tifosi, che, in più di un’occasione cercano di mostrare il loro affetto al giocatore per convincerlo a cambiare idea. Alla fine ce la fanno: vuoi davvero perché riescono a parlare al cuore di Figo, vuoi perché saltano le trattative per problemi economici con gli arabi, il portoghese rimane anche per la terza stagione in nerazzurro. In realtà la stagione 2007/08, per diversi motivi, sia fisici che di vero e proprio appeal tra lui e Mancini (significativo l’episodio in cui rifiuta la sostituzione con il Liverpool dopo che l’allenatore l’aveva fatto scaldare a lungo per farlo entrare solo negli ultimi minuti), gioca molto meno e contribuisce in modo un po’ meno significativo alla conquista del terzo scudetto consecutivo (secondo sul campo), pur senza far mancare il suo apporto, anche con il contributo di un gol. La stagione successiva decide di restare ancora per aderire al “progetto Mourinho”, per mettersi a disposizione del suo connazionale per un ultimo anno. Alla fine, con 22 presenze e un gol, parteciperà alla vittoria del quarto scudetto e deciderà di ritirarsi, stavolta definitivamente, dopo la partita dell’ultima giornata con l’Atalanta, in cui giocherà da capitano e uscirà a pochi minuti dalla fine tra una standing ovation e perfino Mou che entra in campo per abbracciarlo. Alla fine in nerazzurro 4 scudetti, una Coppa Italia e 3 Supercoppe. Il Triplete lo vivrà da dirigente, perché, a fine carriera, visto il forte rapporto con Moratti, deciderà di entrare in società dove attualmente veste il ruolo di responsabile nei rapporti con l’estero e di consigliere di Inter Campus.

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WALTER SAMUEL – “The wall”, il Muro, come viene soprannominato, arriva in Italia grazie alla Roma, con cui conquista uno scudetto e una Supercoppa e, soprattutto, si impone alla ribalta nazionale e internazionale, al punto che nel 2004 a volerlo è il Real Madrid. Dopo una sola stagione, in cui il difensore argentino esce pesantemente ridimensionato, gli spagnoli non sanno più che farsene e lo rifilano volentieri all’Inter. In un anno la sua valutazione è scesa di 9 milioni, ma, alla luce del suo rendimento, l’affare sembra averlo fatto, comunque, il Real. Invece il Samuel nerazzurro torna ad esprimersi su livelli altissimi. Entrandone, di diritto, nella storia. Difensore centrale di grande personalità, non velocissimo, ma che, da sempre, compensa con un grandissimo senso della posizione, che lo fa trovare sempre nel posto giusto per intercettare la traiettoria dell’attaccante avversario (e il senso del soprannome “Muro” sta proprio qui: dovunque il giocatore si giri, soprattutto in certe fasi della sua carriera, lo trova lì, che cerchi di aggiralo, che abbia saltato un altro difensore, che provi il tiro in una fase convulsa), marcatore arcigno, con uno sguardo che incute timore, da tipico lottatore argentino, che, da dopo che si rasa i capelli, lo fanno diventare ancor più inquietante, soprattutto uno che non molla mai, che dà tutto per la maglia che indossa: per tutta questa serie di motivi l’Inter lo individua come il centrale adatto a dare un giro di vite alla difesa. E il giocatore non tradisce le attese, diventandone una guida e un perno importantissimo, con in più, come molti buoni difensori centrali, un gran tempismo negli interventi nel gioco da fermo nell’area avversaria, che ne fanno anche un goleador di discreta pericolosità. Più di una castagna dal fuoco, dalla vittoria all’ultimo minuto, al pareggio insperato, al gol che scuote e rilancia una rimonta, verrà tolta da una sua inzuccata su un calcio d’angolo o una punizione. Purtroppo è anche un giocatore discretamente sfortunato visto che la sua carriera all’Inter è sì stata costellata di soddisfazioni, ma anche di infortuni piuttosto gravi, per di più spesso in coincidenza con un periodo particolarmente felice di forma, che l’hanno tenuto lontano dai campi anche per mesi, facendogli saltare, ad esempio, il Mondiale per Club. Vince, contribuendovi in modo spesso fondamentale, tutto quello che l’Inter conquista da Calciopoli in poi. E’ uno degli ultimi uomini del Triplete ancora in rosa e, nonostante sembrasse tutto pronto per un suo passaggio in viola nel mercato di gennaio, è ancora pronto a correre, lottare e segnare (di pochi giorni fa il suo tredicesimo gol in maglia nerazzurra nell’1-0 al Sassuolo) per i colori dell’Inter.

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CESAR – Dato che, si sa, non tutte le ciambelle escono col buco, in ogni buon mercato che si rispetti la topica non manca mai. In questo caso il buco lo prende l’Inter stessa, perchè trasforma un lungo inseguimento in un inutile flop. Cesar Aparecido Rodrigues arriva in Italia grazie alla Lazio, dove, proprio  grazie a Mancini, che lo allena nei biancocelesti, dopo un inizio stentato sotto la guida di altri allenatori, trova una continuità di prestazioni che lo consacra come uno dei migliori laterali del campionato italiano. Difensore, ma buon cursore di fascia che ne fa un elemento ben utilizzabile anche a centrocampo, l’Inter lo segue negli anni d’oro alla Lazio e, quando all’Inter arriva il suo mentore Mancini che lo vorrebbe con sé, fa più di un tentativo per portarlo a Milano, sempre a vuoto, anche perché nel frattempo Cesar è diventato il capitano della Lazio. Poi, finalmente, nel mercato invernale 2006 riesce a farlo suo. Ma, evidentemente, nel tira e molla dei mesi precedenti qualcosa si “strappa” davvero, perché il giocatore che arriva all’Inter è l’ombra di quello decisivo degli anni della Lazio, al punto che anche il suo più strenuo sostenitore, il Mancio, non riesce a trovargli spazio in squadra e lo relega in panchina, concedendogli soltanto la ribalta della Coppa Italia. A fine stagione così va in prestito, prima Corinthians e poi Livorno. Nella stagione 2007/08 torna alla casa madre, dove Mancini riesce a ritagliargli qualche spazio in più. Ma gli anni di Roma erano tutt’altra cosa, così, a fine stagione lascia l’Inter. Per lui ancora una stagione con poche presenze a Bologna e poi una in Lega Pro con il Pescina, prima di appendere le scarpe al chiodo.

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A completare il mercato di questa stagione: Paolo Orlandoni, che all’Inter ci nasce calcisticamente, avendo giocato nelle giovanili tra l’87 e il ’91, ma che, dopo aver girato l’Italia in lungo e in largo, in maglia nerazzurra ci torna ufficialmente solo in questa stagione, quando, con estrema professionalità, decide di chiudere la carriera (nel 2012) da terzo portiere, accontentandosi delle rare occasioni che gli vengono concesse (6 in totale), collaborando alla preparazione dei compagni titolari, ma, soprattutto, contribuendo alla cementificazione del gruppo (che con Mou sarà fondamentale) con il suo carattere solare e disponibile, e che attualmente è il preparatore dei portieri della Primavera nerazzurra; Pierre Wome, difensore camerunense, con diverse esperienze in Italia (Vicenza, Lucchese, Roma, Bologna, dove forse dà il meglio di sé), proveniente dal Brescia, che in nerazzurro trova poco spazio visto che Mancini gli preferisce Favalli e che, dopo una sola stagione si trasferirà al Werder Brema; Leonardo Bonucci, perchè, forse, non tutti sanno che l’attuale difensore titolare di Juventus e Nazionale, arriva nel 2005 nella Primavera dell’Inter, con cui disputa due stagioni, vincendo anche uno Scudetto giovanile, ma trovando anche l’occasione di scendere in campo negli ultimi minuti dell’ultima partita della stagione 2005/06, così da poter essere annoverato tra i campioni d’Italia dopo l’assegnazione a tavolino, e che, poi sarà mandato in giro in prestito fino alla cessione al Genoa nel 2009, salvo poi cercare di riprenderlo nel 2010, quando è diventato un perno della difesa del Bari, facendosi anticipare dai bianconeri.
E insieme a questi gioca Javier Zanetti… (continua)
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