La Roma, Josef K. e l’udienza all’Alta Corte

“Pretendiamo delle risposte urgenti, perché per gestire eventi come quelli legati al calcio serve credibilità e non credo che il sistema al momento sia credibile. Incontreremo presto l’Alta Corte e chiederemo delucidazioni visto che tutti gli altri organi giudicanti non hanno dato spiegazioni alla chiusura delle curve e alla respinta dei nostri ricorsi”. Mauro Baldissoni (dg dell’AS Roma), 16 febbraio 2014.

K. percorse il Lungotevere e attraversò trafelato il piazzale deserto, gettando uno sguardo distratto all’obelisco. Poi avanzò verso un edificio in stile littorio, la sede del CONI, dove alle 16 avrebbe incontrato l’Alta Corte. Si fermò davanti all’ingresso. Nella mente di K. risuonavano ancora le parole della Corte Federale della FIGC, pronunciate quasi una settimana prima. L’appello presentato in merito alla squalifica per due turni delle curve dello Stadio Olimpico era stato respinto. Ma K. non aveva ricevuto alcuna spiegazione. “Chi ci ha accusato? Quale autorità dirige l’inchiesta?”. Aveva tuonato K. La replica del Presidente lo aveva sconcertato: “Lei è in errore. Questi signori e io stesso siamo del tutto secondari in questa sua faccenda, anzi non ne sappiamo quasi nulla. Le curve sono state squalificate, questo è vero, ma non so altro”. Avrebbe potuto però presentarsi in udienza dall’Alta Corte. Lì avrebbe sicuramente avuto le risposte che cercava. K. superò la scalinata in uno stato di agitazione. Il pensiero di ciò che stava accadendo lo rendeva inquieto, nonostante continuasse a reputare ingiusta la sanzione.

curva sud

Quella mattina, un comunicato emesso dal Giudice Sportivo aveva squalificato per un turno anche il settore dei Distinti Sud. K. aveva letto e riletto più volte il testo, nel quale si accusavano i sostenitori della Roma di aver intonato, durante la partita contro la Sampdoria, il coro “oh Vesuvio, oh Vesuvio lavali con il fuoco” in ben tre occasioni.
Dirigendosi verso la sala d’attesa, ricordava accigliato che il medesimo coro era stato intonato durante Lazio-Roma, solo una settimana prima, ma allora non era stato preso alcun provvedimento. K. non credeva nell’esistenza di due pesi e due misure ma, ciò che è peggio, sospettava l’assenza dei pesi e delle misure stesse. Una norma che si proponeva di combattere la discriminazione, veniva applicata a vent’anni di distanza dalla sua introduzione, per di più discriminando alcuni dei soggetti coinvolti. I cori scanditi contro i romanisti o altre tifoserie non erano mai stati puniti. In altre occasioni, erano stati sanzionati i “buu” razzisti contro Balotelli, ma non quelli rivolti ad altri giocatori di colore. La faccenda assumeva contorni grotteschi. K. camminava avanti e indietro per l’atrio, pensieroso. Preparava mentalmente le domande che avrebbe voluto porre alla Corte: “Com’è possibile che una sanzione comminata in Coppa Italia debba essere scontata in campionato?”, “Quale confine divide goliardia e discriminazione?”. Lo strano senso di solitudine e angoscia con cui si era svegliato non lo abbandonava.
Quel provvedimento piombato dall’alto era stato accolto dall’indifferenza dei più. Molti tifosi romanisti, sorprendentemente, avevano puntato il dito contro gli autori dei cori: per colpa loro la squadra avrebbe dovuto giocare in uno stadio semi-vuoto. Inoltre, dicevano, la sanzione sarà pure arbitraria ma non si può certo discutere: “Le regole sono regole. Si devono rispettare senza fare troppe questioni”. K. invece non si voleva ancora rassegnare, la norma gli sembrava applicata senza criterio. Guardò l’orologio. Era arrivato in anticipo, ma dopo qualche istante la porta davanti a lui si spalancò. K. si precipitò senza esitazioni all’interno della stanza, dove trovò ad attenderlo l’Alta Corte del CONI.

papillon
K. si presenta all’Alta Corte del CONI

Non ci è dato sapere quale discussione si svolse nell’Alta Corte, luogo di impenetrabile mistero. Un’ora dopo, K. uscì dalla sala. Il suo volto era madido di sudore.

“La Corte ha rinviato a martedì prossimo l’udienza, al fine di completare la documentazione”. Mauro Baldissoni, 18 febbraio 2014.

(to be continued?)

Il racconto è ispirato a una storia vera.
In corsivo le citazioni da “Il Processo” di Franz Kafka; il fotogramma è tratto dal film “Papillon” (1973)

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