Sochi 2014, dal biathlon il trionfo più bello L’Ucraina sorride con le sue ragazze d’oro

SOCHI (Russia) – Un oro che va oltre. Oltre la neve, oltre Sochi, oltre le Olimpiadi. Un oro che oltrepassa i confini russi e arriva fino in piazza Maidan, Kiev, Ucraina. Fuori da ogni tipo di retorica, il trionfo in staffetta delle biathlete gialloblù non distoglie certo l’attenzione da quanto sta accadendo nella Repubblica ex sovietica, ma regala un piccolo motivo per sorridere a chi sta lottando – con enorme fatica – per un Paese migliore.

FREDDEZZA – Erano tra le favorite, e non hanno tremato. Vita Semerenko, Juliya Dzhyma, Valj Semerenko e Olena Pidhrushna hanno fatto gara di testa dall’inizio alla fine, meritandosi ampiamente l’ultimo oro del biathlon femminile a Sochi, il secondo in assoluto per l’Ucraina nella storia dei Giochi olimpici invernali dopo quello della pattinatrice di figura Oksana Baiul a Lillehammer ’94. L’argento è andato alla Russia (Yana Romanova, Olga Zaitseva, Ekaterina Shumilova, Olga Vilukhina), che da quando la staffetta è entrata a far parte del programma olimpico non è mai scesa dal podio – nel ’92 ci salì come Squadra Unificata -, mentre al terzo posto si è piazzata la Norvegia di Fanny Welle-Strand Horn, Tiril Eckhoff, Ann Kristin Aafedt Flatland e Tora Berger. Peccato per l’Italia, sul livello delle migliori con prima e quarta frazionista (Dorothea Wierer e Karin Oberhofer, a suggello di una loro grandissima Olimpiade), molto meno con Nicole Gontier – pasticciona al poligono – e Michela Ponza, poco competitiva sugli sci.

IL FATTACCIO – La giornata del biathlon, però, era iniziata con il primo caso di doping di questi Giochi (poi seguito da quelli riguardanti il decathleta italiano prestato al bob William Frullani e un componente – il cui nome non è ancora stato comunicato – della Nazionale ucraina di sci alpino). Positiva alla Dimetilamilamina, un inibitore dell’appetito, è risultata la tedesca Evi Sachenbacher-Stehle, cinque volte sul podio olimpico nello sci di fondo tra Salt Lake City 2002 e Vancouver 2010. La 33enne bavarese, che ha dichiarato di non aver mai assunto volontariamente quella sostanza, era già stata al centro di un sospetto caso di doping durante i Giochi di Torino 2006, quando fu sospesa per cinque giorni a causa di un tasso di emoglobina superiore a quello consentito. Evidentemente, quanto accaduto in casa Germania ha condizionato le compagne di Sachenbacher-Stehle, finite addirittura 11esime in virtù di una disastrosa prima frazione di Franziska Preuss. Da segnalare, poi, il malore che ha colpito la francese Marie Laure Brunet, data in precarie condizioni fisiche e collassata in pista a poche centinaia di metri dalla partenza: fortunatamente non dovrebbe trattarsi di nulla di grave.

COPIONE GIÀ VISTO – Molto grave, ma in senso puramente sportivo, è invece la nuova sconfitta rimediata dalla Nazionale statunitense di hockey su ghiaccio contro i rivali storici del Canada. Quattro anni fa, a Vancouver, i biancorossi vinsero entrambi i tornei (maschile e femminile); quest’anno le donne si sono già aggiudicate il titolo – rimettendo in piedi un match che sembrava già perso -, mentre gli uomini sono a un passo dal fare altrettanto. Il derby nordamericano di semifinale è stato deciso da una rete siglata da Jamie Benn all’inizio del secondo tempo, ed è valsa ai canadesi l’accesso al match che vale la medaglia d’oro. Non sarà facile, però, superare la Svezia, capace di sconfiggere i rivali storici della Finlandia ribaltando lo svantaggio iniziale (a segno Olli Jokinen) con i gol di Loui Eriksson e di Erik Karlsson. Canada o Svezia, un fatto è certo: domenica, al Bolshoy Ice Dome di Sochi, sarà grande spettacolo.

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