Il Lìder Massimo: i 18 anni del Petroliere #12 (2006/07)

Dodicesima puntata della rubrica dedicata ai volti e alle storie che hanno accompagnato Moratti nei 18 anni in cui è stato il Plenipotenziario del Club nerazzurro.

Siamo alla stagione 2006/07. Quella precedente è stata, a suo modo, storica. Intanto “sul campo” sono arrivate delle soddisfazioni: vittoria della Supercoppa Italiana (a cui approda da vincitrice della Coppa Italia della stagione precedente), sconfiggendo a Torino la Juventus per 1-0 ai supplementari con un gol di Veron; vittoria della Coppa Italia, seconda consecutiva, battendo in finale nuovamente la Roma, grazie ad un pareggio 1-1 in trasferta e un netto 3-1 a Milano. In Champions League, invece, l’avventura finisce ai quarti, ad opera del Villareal. In campionato succede di tutto e di più: la classifica finale parla di terzo posto alle spalle della Juve campione e del Milan. Poi in estate sul calcio italiano si abbatte il ciclone Calciopoli, che rivoluziona le classifiche e riscrive la storia della Serie A. Senza voler entrare nel merito della complessa vicenda, che conserva ancora strascichi attuali, quello che importa ai fini di questa rubrica sono le sentenze: la Juventus viene privata degli ultimi due scudetti conquistati, il primo dei quelli viene considerato “non assegnato”, ma soprattutto viene retrocessa d’ufficio in Serie B; il Milan subisce una penalizzazione di punti che la porta al terzo posto, quindi lo scudetto 2005/06 viene assegnato a tavolino all’Inter. Lo scudetto numero 14, anche (e soprattutto) nelle modalità in cui è stato assegnato è fonte di profonda soddisfazione per il Patron nerazzurro, che intuisce che, con il vento cambiato e con una nuova era davanti, l’Inter debba necessariamente essere tra le principali protagoniste. Anche perché l’inizio della stagione non porta solo sorrisi, ma anche tante lacrime, visto che un brutto male si porta via Giacinto Facchetti, non solo uno dei simboli dell’Inter e del calcio Italiano in generale, ma anche, per il Presidente, molto più di un amico. Diventa, quindi, un dovere morale tornare a vincere per onorarlo nel migliore dei modi.

Anche alla luce di tutti questi successi, conquistati nelle più disparate maniere, il percorso non può che proseguire sotto la guida di Roberto Mancini, che raggiunge il “record” di Cuper, con tre stagioni consecutive alla giuda dell’Inter. Con la differenza che lui finirà anche questa. E non solo.

Il mercato è, giocoforza, importante, perché si vuol tornare a vincere anche sul campo. Soprattutto Moratti vuol dimostrare che l’Inter può vincere anche oltre i risultati delle sentenze, costruendo un ciclo che lo porti di nuovo sul tetto d’Italia e, presto, soprattutto, anche su quello d’Europa. E poi c’è da dare una dimostrazione ai detrattori, che sostengono che non saranno le “eliminazioni forzate” a decretare con sicurezza il successo dei nerazzurri, né tantomeno il mercato faraonico, perché è la mentalità dell’Inter che non può cambiare, e quindi preventivano una lotta serrata con l’altra non penalizzata, ovvero la Roma, o addirittura un ritorno dei rossoneri, appena colmato, velocemente, il gap di punti di penalizzazione. Quindi il lavoro sul mercato diventa fondamentale, e, per questo, si mettono a segno colpi veramente importanti. Intanto torna Hernan Crespo in attacco, del cui contributo si è già parlato. E poi, soprattutto, si raggiunge un risultato epocale: gli acquisti difensivi, soprattutto i laterali, saranno talmente buoni, che d’ora in poi, finalmente, non si parlerà più di Roberto Carlos (con buona pace dei cavalli…). Il colpo assoluto del mercato però è:

ZLATAN IBRAHIMOVIC – Un’altra grande storia di amore/odio tra un giocatore e la tifoseria dell’Inter, seconda solo, nelle dinamiche, a quella di Ronaldo. L’arrivo di Ibra a Milano dalla Juventus, squadra in cui gioca perché l’ha sempre ammirata da bambino, lo si deve soprattutto a Calciopoli: l’ego smisurato del calciatore svedese non prende neanche in considerazione di seguire i suoi compagni in Serie B e quindi accetta immediatamente le offerte dell’Inter, tra l’altro molto gradite perché è proprio la squadra che il colosso di Malmoe tifava da bambino. L’esperienza in nerazzurro si descrive bene con il soprannome che sceglie per lui Scarpini di Inter Channel: il Mago, o anche Ibracadabra. Sì perché, davvero, quello che si vede a Milano è uno Zlatan spettacolare. Fisico alto slanciato, più adatto al classico giocatore ottimo finalizzatore di testa, che ad uno con i piedi buoni, Ibra è in realtà un giocatore dotato di una tecnica individuale straordinaria, che gli permette giocate sopraffine, unita ad un’agilità fuori dal comune, affinata attraverso la pratica di altre discipline, soprattutto le arti marziali, che gli consente interventi, a volte, ai limiti delle leggi della fisica. A tutto si somma una forza muscolare debordante, una potenza e precisione di tiro e un senso della posizione che lo rendono quasi il giocatore ideale. Guardare una partita dello svedese, soprattutto se è in giornata, spesso, vale da sola il prezzo del biglietto: giocate spettacolari, a volte anche solo per chiudere un triangolo o per mettere una palla buona ad un compagno, conclusioni da ogni posizione, a volte anche quelle impossibili, e gol, tanti gol, talvolta da cineteca. Insomma l’Ibra che arriva a Milano è un giocatore che va oltre le più rosee aspettative, un giocatore devastante, che prende letteralmente in mano la squadra e la guida alla conquista di tre scudetti consecutivi. E’ innegabile che l’Inter diventi Ibra-dipendente, perché dal suo stato di forma possono dipendere i destini di un incontro, che spesso si trova a vincere da solo. La prima stagione è il simbolo dello squadrone che “maltratta” il campionato vincendo con largo anticipo e distacchi incolmabili, e conclude con 15 gol. La seconda è talmente decisivo che in corrispondenza della sua assenza per un infortunio serio, l’Inter si fa quasi riprendere dalla Roma in campionato ed è costretta a risolvere all’ultima giornata con il Parma, proprio grazie ad una doppietta segnata dal n.8 entrato nel secondo tempo. La terza è una furia della natura, perché segna come mai aveva fatto, vincendo il titolo di capocannoniere con 25 gol. Ovviamente il “pacchetto Ibra” non è solo rose, ma le spine sono tante. Innanzi tutto una personalità smisurata, un ego enorme, che lo fanno sì un condottiero e un vincente, ma spesso lo rendono anche antipatico e inviso alle tifoserie (il famoso gestaccio alla curva nerazzurra pochi mesi prima dell’addio è piuttosto eloquente), anche perché il porre sempre le proprie ambizioni davanti all’attaccamento ad una maglia non lo rende un simbolo per antonomasia. Chiunque ha la fortuna di avere Ibra nella propria squadra deve rendersi conto che lui non appartiene a nessuno, ma solo a sé stesso, e quindi va goduto finché c’è, consapevoli che prima o poi se ne andrà. Lo Zingaro, un altra delle accezioni con cui viene definito, in questo senso è il suo soprannome ideale. Non si capisce come non sia stato ancora scelto da una ditta farmaceutica come testimonial, perché i suoi “mal di pancia” sono proverbiali. Quando le cose non vanno come dovrebbero, parte il mugugno e di lì a poco ha cambiato squadra. Così succede anche all’Inter: dopo 3 anni di vittorie solo in territorio nazionale, vuole di più, vuole l’Europa, e cosa c’è di meglio che accettare le offerte della squadra più forte d’Europa, il Barcellona, che, tra l’altro, è la squadra che ha sempre sognato da bambino. E qui viene fuori l’altro aspetto contraddittorio del suo personaggio: almeno per tutta questa fase della sua carriera è tanto determinante sul suolo nazionale, quanto assolutamente “normale” quando gioca in Europa. Infatti finora non è ancora riuscito a sollevare una coppa, e quello che succede per due volte consecutive sembra quasi paradossale: lascia l’Inter per andare a vincere con il Barcellona, ma la stagione dopo il Barca resta a secco (a livello internazionale) e l’Inter fa il Triplete; lascia il Barcellona per il Milan e il Barca vince tutto. L’approdo al Milan, squadra in cui teneva molto a giocare avendola apprezzata fina da quando era bambino, tra l’altro, deteriora definitivamente i rapporti con i tifosi interisti, anche con quelli che avevano accettato fatalmente la sua partenza per la Spagna. Al Milan, alla seconda stagione, interromperà la striscia che lo voleva sempre campione in tutte le squadre e in tutti i campionati in cui aveva giocato, fin dai tempi dell’Ajax. Oggi gioca nel Paris Saint Germain, a Parigi, che, tra l’altro, è la città che ha sempre sognato da bambino…

MAICON – Quando arriva all’Inter dal Monaco, sembra l’ennesima macchietta prelevata dall’Inter in giro per l’Europa, uno destinato a far parlare di sé più per il suo nome che per altro. Sì, perché il nome completo del calciatore brasiliano è Maicon Douglas Sisenando, generato dall’amore del padre per il cinema (innegabile, visto che il fratello si chiama Marlon Brando…) e i problemi con le lingue di un addetto dell’anagrafe che storpia il nome originario che doveva essere, proprio, Michael Douglas. Basterà una manciata di partite nell’Inter perché nessuno si ricordi più di quest’aneddoto, ma Maicon diventi famoso per essere uno dei laterali destri più forti del mondo… Fisico possente (non per nulla viene soprannominato “Il Colosso”), grande prestanza atletica che gli permette di percorrere la fascia ripetutamente durante una partita, proponendosi spesso per la sovrapposizione in fascia, grazie alle doti balistiche che gli consentono di essere un eccellente fornitore di cross, ma anche di non disdegnare la conclusione personale, realizzando diversi gol apprezzabili per fattura e potenza, diventa presto uno dei cardini fondamentali e inamovibili delle formazioni di Mancini prima e Mourinho poi, ma anche di chiunque li seguirà. Le doti difensive non sono, in generale, da miglior difensore del mondo, le ingenuità che commette sono talvolta evidenti, ma è tutto l’insieme dell’apporto che fornisce alla squadra, soprattutto in certe partite, che lo rendono devastante. E le innegabili doti di simpatia e di “casinaro” che il carattere solare brasiliano gli conferisce, lo rendono anche un uomo squadra, un legante perfetto per il gruppo, fondamentale in alcune fasi della storia dell’Inter. Ogni estate le offerte fioccano, e più di una volta Maicon sembra sul punto di lasciare Milano, ma ogni volta lo staff nerazzurro riesce a trattenerlo, fino all’estate del 2012, quando ormai per le situazioni societarie e, volendo, anche di ambizioni reali, sembra davvero impossibile trattenerlo ulteriormente, lasciandolo partire per Manchester, sponda City. Lascia l’Inter dopo aver vinto, da assoluto protagonista, tutto quello che i nerazzurri conquistano dalla stagione successiva alle sentenze di Calciopoli, per cui, anche lui sarà, a imperitura memoria, uno di quelli del Triplete (anno in cui tra l’altro è eletto anche miglior difensore della Champions League). Dopo la non esaltante esperienza inglese, da quest’estate è tornato in Italia nelle file della Roma.

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MAXWELL – Maxwell Scherrer Cabelino Andrade viene acquistato dall’Inter, in realtà, già nel gennaio 2006, dall’Ajax, dove è stato vittima di un bruttissimo infortunio al ginocchio che gli ha quasi interrotto la carriera. Anche se non si è ancora sicuri sul suo recupero, lo staff nerazzurro lo preleva e, un po’ per aiutarlo nella lunga riabilitazione, un po’ perché ha raggiunto il tetto degli extracomunitari, lo parcheggia all’Empoli, dove, ovviamente, non scenderà mai in campo. A luglio torna alla base e, nel giro di breve, dimostra che i nerazzurri hanno fatto bene ad aspettarlo: laterale, fa sulla fascia sinistra quello che Maicon fa dall’altra parte (con buona pace di un illustre brasiliano prima di lui, che può concludere la carriera senza fischi alle orecchie…), contribuendo, anche se con caratteristiche meno “devastanti” del connazionale, alle ondate dell’attacco nerazzurro, essendo anche lui un ottimo fornitore di assist, anche se un goleador meno efficace (2 gol per lui in tutta l’esperienza a Milano). Molto efficace la prima stagione, in cui contribuisce da protagonista allo scudetto, tende un po’ a calare nelle successive, fino alla terza, la prima con Mou, in cui il portoghese, spesso e volentieri, gli preferisce il giovane astro nascente Santon. Percependo di non rientrare nei piano di Mourinho, accetta le proposte del Barcellona, lasciando l’Inter dopo aver vinto tre scudetti e due Supercoppe Italiane. Le strade di Inter e Maxwell si incroceranno di nuovo, in modo forte, in una sera di aprile 2010, quando, in campo con il suo Barcellona nella semifinale della Champions League, entrerà nel gol del vantaggio degli spagnoli a San Siro, fornendo l’assist a Pedro dopo una serpentina, prima che l’Inter si scateni in una delle migliori prestazioni della sua storia. Attualmente difende anche lui i colori del Paris Saint Germain.

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FABIO GROSSO – Dovrebbe essere il terzo pezzo da novanta del mercato difensivo dell’Inter. Si è messo in mostra nel Palermo, dove, soprattutto nell’ultima stagione, è salito alle cronache come uno dei migliori interpreti del ruolo. Ma soprattutto è stato uno degli indiscussi protagonisti del mondiale vinto, con il gol del vantaggio alla Germania ai supplementari e la grande freddezza nel rigore decisivo in finale. Terzino sinistro, ma con spiccate doti di velocità e precisione nei cross che ne fanno un ottimo esterno, buona personalità e freddezza (come dimostrato al mondiale), sembra il giocatore ideale per diventare il padrone della bistrattata fascia mancina nerazzurra. Ed avere un altro giocatore nel giro della Nazionale, in una squadra estremamente “straniera” com’è l’Inter, non è niente male. Purtroppo però il Fabio Grosso che arriva a Milano è solo una pallida copia di quello tonico e determinante di Palermo e Berlino, si rivela molto discontinuo e presto nelle gerarchie del mister viene scavalcato da Maxwell. E anche all’interno dello spogliatoio i rapporti non saranno del tutto idilliaci, se è vero, come emergerà, che sarà l’unico a dichiararsi contrario allo smoking bianco sfoggiato da Materazzi il giorno della festa scudetto. Così, dopo appena una stagione, non sorprende nessuno la sua cessione al Lione, con la sensazione, comunque, di aver buttato un’occasione. Giocherà ancora due stagioni a Lione, prima di tornare in Italia nella Juve, dove chiuderà la carriera nel 2012. Attualmente è il vice della Primavera bianconera.

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OLIVIER DACOURT – Centrocampista francese proveniente dalla Roma. dove nel giro di qualche anno si è messo in mostra per le sue doti di centrocampista d’ordine e impostazione, che gli sono valsi la ribalta internazionale e  anche la fiducia del ct della Nazionale francese. Quello che arriva all’Inter è già un Dacourt nella fase calante della sua carriera, ha 32 anni e viene preso per far da riserva ad altri compagni. In realtà, complici diversi infortuni, ma soprattutto la grande professionalità e l’esperienza del francese, Mancini si affida sovente a lui per dare ordine e compattezza al centrocampo. per questo entra di diritto tra i protagonisti dello scudetto dei record alla prima stagione. La seconda, purtroppo è vittima di un brutto infortunio che lo tiene lontano dal campo per quasi tutta la stagione. Alla terza appare chiaro da subito che non rientri nei piani di Mourinho, quindi già a gennaio passa in prestito al Fulham, tornando in quella Premier in cui aveva già giocato prima di venire in Italia. Nel 2009, terminato il suo contratto con i nerazzurri, passa allo Standard Liegi, dove, dopo poche partite giocate, a febbraio 2010 rescinde il contratto per ritirarsi definitivamente dal calcio. Attualmente lavora come commentatore sportivo per la televisione francese.

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PATRICK VIEIRA – E’ un altro dei “fuggitivi” dalla barca Juve che scende in Serie B. In bianconero è arrivato a giocare dopo gli straordinari anni all’Arsenal dove, dopo essere stato bocciato nell’altra esperienza milanese in rossonero, è approdato per diventare il padrone del centrocampo dei Gunners, vincendo 12 trofei e consacrandosi come uno dei migliori centrocampisti a livello mondiale, visto che troverà il modo di vincere anche un Mondiale ed un Europeo con la sua Nazionale. In nerazzurro arriva a trent’anni, non più nel pieno della freschezza atletica, ma ancora motivato a vincere tanto. Centrocampista di grande prestanza fisica e atletica, ma dotato anche di piedi buoni, è il roccioso perno attorno a cui gira il gioco del suo centrocampo, capace di rompere l’azione avversaria, ma anche di entrare prepotentemente nella fase di impostazione, vista anche la precisione nei passaggi e negli assist. I segni del tempo in nerazzurro si vedono soprattutto per i numerosi infortuni a cui va incontro, soprattutto quando gioca in Nazionale, ma nonostante questo il suo contributo a centrocampo è, spesso, importante, ed entra, da protagonista, nei tre scudetti consecutivi vinti con Mancini e Mourinho. Poi, nel gennaio 2010, ad un passo dal Triplete, si trasferisce al Manchester City, dove, dopo un’ulteriore stagione, decide di appendere le scarpe al chiodo, entrandone nei quadri societari. Carattere fumantino e grande personalità, avrà anche lui da fare a cornate con Materazzi, definendolo prima un non gradito compagno di cena, e, poi, addirittura, il giocatore “più fesso” con cui abbia mai giocato…

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A completare il mercato di questa stagione il solo Mariano Gonzalez, centrocampista argentino in prestito dal Palermo, che trova poco spazio e dopo una stagione ed una manciata di presenze passerà al Porto con cui vincerà qualche anno dopo, da riserva, l’Europa League.

E insieme a questi gioca Javier Zanetti… (continua)

Il Lìder Massimo: i 18 anni del Petroliere #1 (1995/96)

Il Lìder Massimo: i 18 anni del Petroliere #2 (1996/97)

Il Lìder Massimo: i 18 anni del Petroliere #3 (1997/98)

Il Lìder Massimo: i 18 anni del Petroliere #4 (1998/99)

Il Lìder Massimo: i 18 anni del Petroliere #5 (1999/00)

Il Lìder Massimo: i 18 anni del Petroliere #6 (2000/01)

Il Lìder Massimo: i 18 anni del Petroliere #7 (2001/02)

Il Lìder Massimo: i 18 anni del Petroliere #8 (2002/03)

Il Lìder Massimo: i 18 anni del Petroliere #9 (2003/04)

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