Fenomenologia del tifoso viola: tra voli pindarici e depressioni infinite

FIRENZE- Firenze, si sa, è fatta così: città di grandi passioni, divisa su tutto, patria di Guelfi e Ghibellini, incontentabile e insaziabile. Nella vita come nel calcio. Perché se è diventata ormai cult la celebre frase di Nils Liedholm (A Firenze se hai vinto 2-0, ti chiedono come mai non hai segnato il terzo), anche in questi giorni i giudizi sulla stagione della Fiorentina si mischiano tra loro, esprimendo molteplici punti di vista: c’è chi è soddisfatto, malgrado tutto, c’è chi o si vince la Coppa Italia o è un mezzo disastro, c’è chi rimpiange Prandelli e Mihajlovic, ci sono i nostalgici del mitico Vittorio Cecchi Gori. Tante voci che in fondo manifestano un unico grande amore, così forte e intenso che spesso, per chi osserva da fuori, è difficile da capire. E allora proviamo, scherzandoci sopra, a sondare gli umori del popolo viola, in attesa di un finale di stagione da vivere con grande intensità, con una Coppa Italia da conquistare e un quarto posto da difendere.
QUELLI CHE… è un miracolo essere quarti e in finale di Coppa Italia. Perché cosa vuoi chiedere di più ad una squadra massacrata dalla sfortuna. Prima Gomez, poi Rossi, poi Gomez e Rossi insieme. In mezzo le continue sviste arbitrali, la squalifica infinita di Borja Valero, la maledetta punizione di Pirlo. Insomma, una sfiga così non si era mai vista. Eppure, nonostante tutte le congiunture astrali sfavorevoli, questa stagione non la dimenticheremo mai. Eh, già. Nella collezione dei ricordi indelebili, c’è già posto per quell’incredibile 20 ottobre, per quella partita che è già storia, la rimonta impossibile firmata Pepito. Quattro gol in quindici minuti per stendere al tappeto la vecchia signora. E l’istantanea di Conte a fine partita da attaccare in salotto, tra le immagini più belle.
QUELLI CHE… siamo alla frutta. Perché è vero, siamo ancora quarti (ma più per demerito delle altre che per meriti nostri, vedi Inter), c’è una finale di Coppa Italia da giocare (e vincere, possibilmente), ma come mai siamo arrivati in queste condizioni fisiche a febbraio? La squadra è stanca, Gonzalo non azzecca più un anticipo, Borja Valero non si regge in piedi, Cuadrado dribblerebbe anche la bandierina del corner ma a conti fatti non ne fa mai una giusta. E poi Montella, ma perché fa giocare sempre i soliti? E poi quella manovra lente e prevedibile, il tiki-taka più noioso della storia, le mille alchimie tattiche, Tomovic a sinistra, Cuadrado terzino, Aquilani regista, Borja falso nueve, Wolski sempre in panchina. Il calcio è roba semplice. Ma cosa vuole inventare questo qui?
QUELLI CHE… il mercato è stato un disastro. Quasi 20 milioni per Gomez. Dieci per Ilicic. E poi Alonso, Iakovenko, Ambrosini, Rebic, Bakic, Matos, Vecino. Macia e Pradè non ne hanno imbroccata una. E poi, tanto per non farci mancare niente, ecco a gennaio il trio delle meraviglie, Diakité, Anderson e Matri. Per loro almeno non s’è speso nulla ma, ragazzi, se si dava fiducia a qualche giovane della Primavera forse sarebbe stato meglio. Insomma, Anderson come il buon vecchio Ficini, l’acquisto di gennaio che avrebbe dovuto far vincere lo scudetto alla Fiorentina di Batistuta e Trapattoni, Matri simil Dertycia, Iakovenko novello Keirrison, Diakité che vale la metà di Firicano. Al prossimo giro lo faccio io il mercato…
QUELLI CHE… i Della Valle non spendono. Perché è impossibile competere per lo scudetto senza grandi investimenti. Il fair play finanziario non va a braccetto con i sogni dei tifosi e dove c’è ambizione ci vuole anche un po’ di spregiudicatezza. Vogliamo vincere qualcosa di importante? Serve più intraprendenza, e pazienza se per una volta il bilancio finanziario finisce in rosso. Tanto i soldi non sono mica nostri, i sogni invece sì. E allora ridateci Vittorio, quello che saliva ritto in piedi sulla balaustra, quello che ci regalava ogni estate la ciliegina sulla torta, quello che alle presentazioni estive portava la Cucinotta e Naomi Campbell, mica roba da poco, quello che promise il terzo scudetto e ci lasciò soli controvento a Gubbio e a Gualdo Tadino, nell’Umbria sperduta dove ancora in molti ricordano uno striscione: “Da Wembley a Gualdo Tadino, orgoglioso di essere fiorentino”.
Perché in fin dei conti è proprio così: polemici, presuntuosi e lunatici. Ma con una passione enorme. Alla prossima sconfitta spunteranno fuori quelli che… per fortuna abbiamo già 40 punti. Gli stessi che, dopo una vittoria, quest’anno si vince lo scudetto. Follia e fantasia di tifosi che da anni aspettano una gioia e che vivono sospesi tra esaltazione e depressione. Perché, diciamoci la verità: vincere, per chi non è abituato, ha il sapore dell’impresa. E non importa se, tra un mese, in ballo c’è il trofeo meno ambito. Conta esserci e scrollarsi di dosso, almeno una volta, quella ruggine da eterni sconfitti.

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