Il Lìder Massimo: i 18 anni del Petroliere #18 (2012/13)

Diciottesima e penultima puntata della rubrica dedicata ai volti e alle storie che hanno accompagnato Moratti nei 18 anni in cui è stato il Plenipotenziario del Club nerazzurro.

Siamo alla stagione 2012/13, l’ultima che Moratti vivrà per intero come azionista di maggioranza e Presidente dell’Inter. Quella precedente non è stata esattamente da ricordare, innanzi tutto per l’alternanza dei tre allenatori, come ormai da tanto tempo non si vedeva, ma anche per i risultati: si parte subito male, con la sconfitta in Supercoppa Italiana nel derby di Pechino, in cui il Milan si impone per 2-1, dopo che i nerazzurri erano stati lungamente in vantaggio; in campionato è tutto un saliscendi a seconda della fase e dell’allenatore di turno, ma, alla fine, con Stramaccioni in panchina, si riesce, almeno, a recuperare il sesto posto che significa qualificazioni ai preliminari di Europa League; in Champions la squadra si ferma agli ottavi, perché, dopo aver chiuso al primo posto la fase a gironi, va a sbattere contro un modesto Marsiglia (che infatti sarà eliminato al turno successivo con un doppio 2-0 dal Bayern); in Coppa Italia la corsa finisce ai quarti, con un inequivocabile 2-0 in partita secca dal Napoli.

Il finale in crescendo sotto la giuda del giovane Stramaccioni, che ha riportato entusiasmo e unione nel gruppo, oltre che risultati e bel gioco, unito alla nuova fase delle strategie societarie dell’Inter, che cerca di risparmiare il più possibile, ottimizzando il presente e, caso mai, lavorando sul futuro, convince Moratti che si possa continuare sotto la guida del giovane allenatore. Nonostante i risultati, gli consentirà di finire anche la stagione.

Il mercato è caratterizzato dalla filosofia precedentemente descritta, che porterà a pochi arrivi di nome e a dolorose separazioni. Si punterà invece a cercare in giro per l’Europa, a prezzi contenuti, giovani da inserire e valorizzare, insieme a giocatori di seconda fascia del campionato italiano, dal provato rendimento. In realtà il mercato estivo, a parte i due tre nomi più importanti che, bene o male, non tradiranno le attese, si rivelerà un mezzo fallimento, e le toppe inserite nella sessione invernale avranno quasi del tragicomico, come a testimoniare che il lungo ciclo nerazzurro non sia finito solo per gli uomini che scendono in campo…

SAMIR HANDANOVIC – Uno dei colpi riusciti del mercato invernale è sicuramente quello relativo al portiere. Appurato che la situazione contrattuale con Julio Cesar è lungi dal trovare una soluzione conveniente per la squadra che non sia la cessione, l’Inter cerca di coprirsi le spalle, nel vero senso della parola, con un estremo difensore che sia all’altezza della tradizione, ormai decennale, di portieri di livello assoluto che hanno difeso la porta nerazzurra. Intanto il primo marchio di qualità è il fatto di essere stato scelto da quella fucina di talenti scovati in giro per il mondo che è l’Udinese, che lo preleva nel 2004 dalla Slovenia e lo manda per diversi anni in giro per l’Italia a farsi le ossa (Treviso, Lazio e, soprattutto, Rimini), prima di metterlo tra i pali della propria porta nel 2007. Nei cinque anni di Udine ha modo di mettere in mostra tutte le sue qualità: riflessi prontissimi, grande agilità nonostante l’alta statura, ottimo senso della posizione e, sommando assieme tutte queste caratteristiche, un’eccezionale qualità di pararigori. Basti pensare che nel 2010/11 stabilisce il record di rigori parati in una sola stagione, 6, e l’anno successivo, vanno a vuoto 5 dei 7 tentativi di batterlo con la massima punizione. Insomma, ancora una volta l’Inter sceglie un portiere di prim’ordine, che, anche a Milano, non tradisce le attese, inanellando prestazioni di altissimo livello. E la stagione pessima di tutta la squadra, suo malgrado, permette proprio di esaltare queste caratteristiche, grazie alle quali, probabilmente, l’Inter subisce un terzo dei gol che avrebbe potuto prendere. Il soprannome “SANdanovic” che ad un certo punto gli viene affibbiato è più che corretto, perché, più di una volta, il risultato lo portano a casa i suoi miracolosi interventi. L’Inter resiste alle offerte estive di squadre di prim’ordine straniere (si parla di interessamento perfino del Barcellona) e lo ripropone titolare inamovibile anche in questa stagione, nonostante non stia disputando una delle sue migliori, costellata di insicurezze e ingenuità. Paga, probabilmente, il fatto di essere stato a lungo quasi il solo a dover reggere la baracca, ma nonostante questo è ancora decisivo e senza dubbio rimane uno dei punti di riferimento da cui partire anche per l’Inter del futuro.

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RODRIGO PALACIO – Palacio è un attaccante argentino di valore assoluto, come dimostrano i 35 gol segnati in tre stagioni nelle file di un’altra fucina di talenti come il Genoa, di cui 19 proprio nella stagione precedente al trasferimento a Milano. Nonostante questo, quando arriva all’Inter c’è chi storce il naso, perché il giocatore viene considerato solo un elemento pittoresco per la sua famosa treccina che spunta da una testa quasi completamente rasata che contribuisce al suo soprannome, el Trenza. E invece, ben presto, anche i detrattori dell’operazione si devono ricredere perché Palacio si dimostra un elemento fondamentale e indispensabile per l’attacco nerazzurro. Giocatore dalle spiccate doti offensive, grazie a tempismo negli interventi, senso della posizione, grande opportunismo, ma anche, e soprattutto, un gran controllo palla e una precisione nel tiro, Palacio troverebbe la sua applicazione ideale come seconda punta, perché l’intelligenza calcistica e le doti di movimento negli spazi, ne fanno una spalla ideale per centravanti puri, in grado di partecipare attivamente alla costruzione della manovra e aprire gli spazi per i compagni. In realtà è da almeno due anni che regge quasi da solo il peso dell’intero attacco nerazzurro, vuoi per i cattivi stati di forma dei compagni, vuoi per gli infortuni che, soprattutto l’anno scorso, hanno falcidiato tutto il reparto (e alla fine anche lui…). Partecipa alla costruzione dell’azione, si va a recuperare i palloni, si fa trovare pronto alla conclusione e, soprattutto, segna con una regolarità esaltante. La scorsa stagione, nonostante l’andamento della squadra e l’infortunio che gli fa perdere il finale di campionato, segna 22 gol totali, suo record personale da quando è in Italia. E non ha smesso di farlo neanche in questa, risultando ancora il miglior marcatore della squadra. Questo fa sì che, nonostante il non esaltante andamento dell’Inter di queste due stagioni, nulla possa essere imputato a lui. La scorsa stagione ha preso talmente alla lettera il concetto di “uomo ovunque” che nella partita di Coppa Italia con il Verona è finito in porta, a sostituire Castellazzi infortunato a cambi finiti, riuscendo a non subire gol e sfoderando anche una deviazione non semplice.

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ANTONIO CASSANO – Il terzo (e ultimo) acquisto decente della stagione è rappresentato dal fantasista di Bari Vecchia, il cui destino pare da sempre legato ai colori nerazzurri, vuoi per questioni di tifo, non avendo mai nascosto le sue simpatie per la squadra di Milano, vuoi perché l’Inter è stata la prima squadra contro cui ha segnato in serie A, quando era solo un turbolento ragazzotto del Bari. Poi negli anni successivi, in mezzo alle salite e alle ricadute della non sempre facile carriera del giocatore, Moratti ha provato diverse volte a portarlo in nerazzurro, senza mai riuscirci. Addirittura il forte feeling che sembrava avere con l’allenatore nei siparietti in campo durante le partite, sembra poterne fare un uomo di Mourinho. Ma non sarà così. E anche nella sessione di mercato in cui finisce al Milan, le voci che lo vogliono in nerazzurro sono fortissime. Poi, nella stagione in cui meno te lo aspetti, anche perché il trasferimento all’altra sponda di Milano e i buoni risultati ottenuti con il club sembrano aver chiuso definitivamente quella porta, arriva l’idea dello scambio con Pazzini, che all’Inter non ha più estimatori. Il tormentone da allora diventerà: “Chi ha fatto l’affare delle due squadre?”. La risposta alla fine dei giochi non può essere univoca: all’Inter Pazzini non trovava spazio, e, benché alla fine sarebbe stato indispensabile come il pane nel disastrato attacco nerazzurro, in quel momento sembrava più utile ai rossoneri; Cassano è Cassano, con tutti i pro e i contro che si porta dietro, è uno che ti può cambiare una partita e vincerla da solo, all’Inter poteva servire ed è servito. Il disastro della stagione non dipende certo da lui. Sì perché alla fine il giocatore si cala nella realtà del nuovo gruppo, instaura subito un ottimo rapporto con tutti, a partire da Stramaccioni, e con Nagatomo in particolare, si mette al servizio della squadra e, soprattutto nella prima fase, offre prestazioni convincenti, sforna assist e segna gol, che contribuiscono ai successi e all’ottimo andamento avuto dai nerazzurri fino alla partita di Torino. Fin lì, su chi avesse fatto l’affare non c’erano dubbi. Poi il precipitare degli eventi non può che travolgere anche lui. Il nervosismo e il logorio psicologico che crea la piega che prendono gli eventi non lo lascia di certo indifferente e, col calare delle prestazioni, comincia a ricomparire qualche vizio caratteriale, con cui i giornalisti vanno a nozze. Ed alla fine, a confermare l’estrema sintonia creata col gruppo, arriva anche per lui l’infortunio che non gli permette di terminare la stagione. Alla fine la stagione si conclude per lui con 39 presenze, 9 gol e 15 assist, ovvero raggiungendo tutti gli obiettivi per cui erano stati creati dei bonus nel suo contratto. L’esperienza Inter, quindi, non può essere ascritta affatto come negativa. Nonostante questo all’inizio di questa stagione viene inserito nello scambio che porta in nerazzurro Belfodil. Visto lo straordinario campionato che sta giocando a Parma, che potrebbe aprirgli le porte per il Brasile, e, soprattutto, dov’è ora Belfodil, stavolta non c’è nessun dubbio su chi abbia fatto l’affare…

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ALVARO PEREIRA – Cominciano le dolenti note. Alvaro Daniel Pereira Barragán è un giocatore uruguaiano, difensore laterale, all’occorrenza esterno di centrocampo, che l’Inter preleva dal Porto. Qui si è messo in evidenza a livello internazionale, per la sua rapidità e precisione nelle sovrapposizioni che gli hanno consentito di diventare una spina nel fianco delle difese avversarie in quel Porto, in cui giocava anche Guarin, forte in patria (2 campionati, 2 coppe e 4 supercoppe), ma anche sorprendente a livello europeo, con la vittoria dell’Europa League. Veloce nella corsa, buon tempismo negli interventi e nella fase di sovrapposizione, cross precisi, l’Inter lo prende per assicurare su una fascia quello che Nagatomo fa sull’altra. In realtà probabilmente tutta la “magia” di Pereira era in quel Porto, perché, approdato a Milano, diventa un giocatore confusionario, impreciso, assolutamente inutile alla fase di manovra dei nerazzurri, al limite del dannoso. Le prestazioni decenti si contano sulle dita di una mano e ben presto diventa bersaglio di critica e tifosi. Benché sia dato per sicuro partente in estate, resta a Milano per un’altra stagione e, a quel punto, si spera che la “cura Mazzarri” rigeneri anche il terzo brutto anatroccolo, dopo Jonathan e Alvarez. Ma, evidentemente, lui è una causa persa e, dopo un altro disastroso inizio stagione, a gennaio, nell’indifferenza generale, se ne va in prestito al San Paolo, dove, alla prima partita da titolare segna un autogol…

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WALTER GARGANO – La seconda pescata tra gli uruguaiani non è migliore della prima. Il brevilineo centrocampista sudamericano arriva in prestito dal Napoli con diritto di riscatto. Preso dai partenopei al ritorno in serie A, per anni è stato uno dei cardini inamovibili del centrocampo azzurro, grazie al suo grande senso dell’interdizione, arcigno mastino di centrocampo, in grado di sradicare palloni agli avversari e far ripartire l’azione della propria squadra. Le caratteristiche sembrano perfette per puntellare il centrocampo nerazzurro, dopo la fragilità dimostrata la stagione precedente. Peccato che la carica agonistica Gargano, probabilmente, la lasci alle pendici del Vesuvio, perché quello che si vede in maglia nerazzurra è solo un lontano parente del mietitore di palloni del Napoli. Non lo salva neanche l’arrivo di un allenatore che lo conosce bene come Mazzarri, e l’Inter non esercita il diritto di riscatto, restituendo il giocatore al mittente, che poi lo girerà al Parma.

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MATIAS SILVESTRE – E se prima erano note dolenti, qui cominciano quelle tragiche. Arriva all’Inter dopo le due esperienze di Catania e Palermo, in cui si è messo in evidenza come roccioso difensore centrale, con grande senso della posizione e tempismo negli interventi, ma anche una carica agonistica ed una forte personalità, tipica dei difensori argentini, che gli permette di “farsi sentire”, come si dice in gergo, dall’attaccante, così da poter sopperire anche ad evidenti differenze tecniche. Nelle due esperienze siciliane si segnala come uno dei migliori interpreti del ruolo a livello nazionale e come un elemento fondamentale per le squadre in cui gioca, al punto che nel Catania arriva a vestire la fascia di capitano. Dotato di buoni piedi per impostare anche le ripartenze, ha soprattutto un ottimo tempismo negli interventi sulle palle da fermo che ne fanno anche un goleador, arrivando a segnare 6 gol nell’ultima stagione a Catania e 5 in quella di Palermo. Sembra il giocatore ideale per la difesa dell’Inter, dove troverà molti argentini e soprattutto quel Samuel di cui dovrebbe diventare il degno erede. Nulla di tutto questo. Fin da subito si mostra incerto e spaesato, poco convinto e assolutamente inefficace. Definire le sue prestazioni al limite dell’imbarazzante è un eufemismo, e infatti mette insieme appena 9 presenze in campionato prima di entrare anche lui, ad aprile, in lista infortunati. Dall’inizio di questa stagione è in prestito al Milan, nell’ambito dell’operazione “crocerossina” che esiste ormai da anni tra le due squadre. Ma non c’è sempre un Pirlo o un Seedorf, e stavolta anche sull’altra sponda di Milano arriva un lontano parente del Silvestre siciliano.

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MATEO KOVACIC – L’oggetto misterioso della rosa dell’Inter. Il giovanissimo giocatore croato è prelevato dall’Inter a gennaio dalla Dinamo Zagabria, con cui ha esordito a 16 anni e si è messo in mostra per le sue enormi qualità tecniche. Giocatore dotato di fantasia e di grandissima tecnica individuale, unite ad una visione di gioco eccellente e ad un’intelligenza tattica che ne fanno un ottimo regista in grado di essere il cardine fondamentale della manovra, è considerato da più parti il giocatore del futuro. Come spesso accade in questi casi, i tifosi dell’Inter si chiedono di quale futuro, perché il Kovacic visto in nerazzurro finora è tutt’altro che determinante. Dalla sua non giocano di certo la giovanissima età (quasi vent’anni) e il peso di aspettative che si porta dietro, come neanche il campionato italiano, ben diverso da quello croato, soprattutto in una zona nevralgica come quella che dovrebbe occupare lui. Se ci mettiamo poi l’immaturità caratteriale, unita alla, fin qui, non completa fiducia dei mister avuti, che non se la sentono ancora di affidargli con costanza le chiavi dl centrocampo e preferiscono relegarlo sempre più spesso in panchina, il giocatore visto finora è tutt’altro che un gioiello di cui deliziarsi, ma soprattutto uno che possa cambiare i destini nerazzurri, e l’impressione è che si stia lentamente bruciando. O forse è semplicemente un estremo aziendalista, se è vero che alla Dinamo nei prossimi quattro anni potrebbero andare altri 4 milioni se l’Inter con Mateo in campo conquistasse almeno due qualificazioni in Champions e vincesse due scudetti…

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EZEQUIEL SCHELOTTO – Altro “pezzo pregiato” dello scintillante mercato invernale nerazzurro è il centrocampista argentino naturalizzato italiano proveniente dall’Atalanta. Il suo nome negli anni passati è stato spesso associato alla maglia nerazzurra dell’Inter, visto la grande considerazione che gode come cursore di fascia, dotato di una velocità esplosiva, associata al tempismo nella sovrapposizione e ad una discreta precisione nei cross. In Argentina ha giocato nel Banfield, e questo per un interista potrebbe essere un mezzo marchio di fabbrica (Zanetti, Cruz), ma soprattutto in Italia con le maglie di Cesena, Catania e Atalanta ha messo in mostra le sue grandi doti fisiche e atletiche, al punto da entrare nel giro della Nazionale Under 21, grazie al doppio passaporto. L’Inter, che, come detto, l’ha seguito da tempo, senza mai concretizzare l’affare, sferra il colpo decisivo all’ultimo minuto del mercato invernale, e per di più sacrificando Livaja. Il colpo in realtà lo prendono i tifosi dell’Inter, perché si ritrovano a veder correre sulla loro fascia un giocatore che ha già dei gravi limiti a stoppare un pallone, figurarsi a mettere un cross decente. Non ci sono scusanti legate all’adattamento, perché questa è la costante dall’inizio alla fine e sia che sia titolare sia che subentri. Ha un solo merito: dalla sua testa scaturisce il gol con cui l’Inter pareggia il derby di ritorno e che lui festeggia con le lacrime agli occhi. Esattamente le stesse che hanno i tifosi nerazzurri a vederlo giocare, cosicché, quando all’inizio di quest’anno viene annunciato il prestito al Sassuolo, viene tirato quasi un sospiro di sollievo.

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ZDRAVKO KUZMANOVIC – All’inutilità del mercato invernale si va bene ad aggiungere l’acquisto del centrocampista serbo. In Italia il giocatore c’è già stato nelle file della Fiorentina, di cui era importante titolare. Passato allo Stoccarda diventa anche lì un perno importante del centrocampo, come interditore e uomo d’ordine, utile alla copertura del centrocampo, come nella fase di impostazione. All’Inter arriva un po’ a sorpresa, in realtà senza un vero motivo, anche perché le necessità per il centrocampo nerazzurro, caso mai, erano altre. E a quest’aura di dubbiosità si conforma benissimo, offrendo prestazioni “normali” che non rivoluzionano di certo il centrocampo interista. Soldatino ligio al dovere e alla posizione non si macchia di particolari colpe, ma neanche riesce a dare molto di più all’anonimato, così che ogni sua presenza lascia costantemente i tifosi interisti con una domanda: “Ma noi questo cosa l’abbiamo preso a fare?”. In estate sembra scontata la sua partenza, poi invece si decide di tenerlo e di puntare su di lui, fosse mai che la “cura Mazzarri” ritonifica anche lui. E invece no, perché passa il tempo e passano le presenze, sempre nel loro monotono e anonimo piattume, cosicché se uno non si domanda “Ah, perché, giocava anche lui?” si chiede “Ma noi questo cosa l’abbiamo tenuto a fare…?”.

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TOMMASO ROCCHI – Il “capolavoro” del mercato invernale è l’acquisto dell’ex capitano della Lazio. Innegabilmente Rocchi è stato uno dei migliori bomber italiani, soprattutto negli anni tra Empoli e Lazio, fondamentale per tutta la fase offensiva, non solo come finalizzatore, ma anche come costruttore della manovra, da ottima seconda punta in grado di servire palloni d’oro ai compagni d’attacco. Il problema è che pensare che all’Inter, che ha un evidentissimo problema in fase offensiva, a cui serve un giocatore per poter far rifiatare Milito, che peraltro di lì a poco si infortunerà, e non gravare tutta la fase d’attacco su Palacio, che prima punta non è, e che, peraltro, anche lui da lì a poco si infortunerà, possa servire un giocatore di 36 anni, che, tra l’altro, da diversi mesi è quasi completamente fermo, non trovando più spazio nella Lazio, è cosa di un’incompetenza calcistica disarmante. Il buon Rocchi, che probabilmente senza la messe di infortuni avrebbe visto il campo in cartolina, si ritrova suo malgrado a giocare tutta la fase finale della stagione. E massimo rispetto ad un giocatore che, comunque, il suo impegno ce lo mette fino in fondo e alla fine segna anche tre gol, semplicemente non era un palcoscenico adatto al Rocchi attuale. E a cui, infatti, a fine stagione, non viene rinnovato il contratto.

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A completare il mercato di questa stagione: Gaby Mudingayi, massiccio centrocampista belga proveniente dal Bologna, molto utile nella fase di contenimento e di ripartenza, ma che fin qui ha potuto giocare molto poco a causa della rottura del tendine d’Achille la passata stagione; Juan Pablo Carrizo, portiere argentino arrivato a gennaio dalla Lazio per fare il secondo ad Handanovic e che ha avuto occasione di mettersi in mostra in questa stagione parando un rigore a Cerci appena entrato in campo; Marko Livaja, promettente attaccante croato, che fa parte della Primavera di Stramaccioni che vince campionato e NexGen Series e che il tecnico si porta dietro quando diventa allenatore della prima squadra, a cui le buone prestazioni e i 4 gol segnati in Europa League non bastano per non essere inserito nello scambio di gennaio con l’Atalanta che porta all’Inter Schelotto; Marco Benassi, altro giocatore promosso dalla Primavera che Stramaccioni conosce bene e che fa esordire in campionato ed Europa (dove segna anche un gol) e che troverà molto spazio nella fase finale per via dei molti infortuni, prima di andare in prestito al Livorno ad inizio stagione.

E insieme a questi gioca Javier Zanetti… (continua)

Il Lìder Massimo: i 18 anni del Petroliere #1 (1995/96)

Il Lìder Massimo: i 18 anni del Petroliere #2 (1996/97)

Il Lìder Massimo: i 18 anni del Petroliere #3 (1997/98)

Il Lìder Massimo: i 18 anni del Petroliere #4 (1998/99)

Il Lìder Massimo: i 18 anni del Petroliere #5 (1999/00)

Il Lìder Massimo: i 18 anni del Petroliere #6 (2000/01)

Il Lìder Massimo: i 18 anni del Petroliere #7 (2001/02)

Il Lìder Massimo: i 18 anni del Petroliere #8 (2002/03)

Il Lìder Massimo: i 18 anni del Petroliere #9 (2003/04)

Il Lìder Massimo: i 18 anni del Petroliere #10 (2004/05)

Il Lìder Massimo: i 18 anni del Petroliere #11 (2005/06)

Il Lìder Massimo: i 18 anni del Petroliere #12 (2006/07)

Il Lìder Massimo: i 18 anni del Petroliere #13 (2007/08)

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Il Lìder Massimo: i 18 anni del Petroliere #15 (2009/10)

Il Lìder Massimo: i 18 anni del Petroliere #16 (2010/11)

Il Lìder Massimo: i 18 anni del Petroliere #17 (2011/12)

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