Juve, sei finali tra gioie e delusioni #1 – La Champions del ’96: Juventus-Ajax

Era il 22 maggio 1996, Roma, quando la Juventus si giocava la finale della 41esima edizione di Champions League contro l’Ajax campione in carica. Tutti la ricordano, anche i più giovani che hanno sentito i gloriosi racconti dei loro papà e magari l’hanno anche vista grazie a una vecchia VHS, gelosamente custodita negli anni, col nastro logorato dalle innumerevoli visioni. Così chi non ricorda il tocco magico di Ravanelli a saltare De Boer e Van Der Sar, la sequenza esatta dei rigoristi (Ferrara, Pessotto, Padovano e Jugovic, l’emblema della serenità, come se calciare il rigore decisivo fosse bere un bicchier d’acqua), il grido liberatorio di Vialli, la Coppa alzata al cielo.

Le formazioni: Juventus, solito 4-3-3 con Peruzzi tra i pali, Pessotto e Torricelli esterni, centrali Ferrara e Vierchowod, Deschamps, Sousa, Conte, in attacco Del Piero (quel ragazzino lì praticamente appena arrivato…), il capitano Vialli, Ravanelli. A rivederla oggi sembra già preistoria, non fosse per l’unico ‘superstite’ Antonio Conte che in qualche modo stabilisce un legame tra la Juventus di allora e quella di oggi. 4-3-3 anche per l’Ajax, che tra i pali aveva Van Der Sar, una specie di guru la cui porta sembrava stregata; c’erano i fratelli De Boer (uno in difesa, l’altro a centrocampo), il capitano Blind, Silooy, Bogarde; centrocampo a rombo con George, Davids, R.De Boer e Kanu, e in attacco Musampa e Litmanen, giovane di belle speranze e terzo posto al Pallone d’Oro di quell’anno. Questa Ajax aveva concluso la stagione precedente vincendo tutto: campionato, Champions, Coppa Intercontinentale, Supercoppa Europea; la Juventus invece, aveva vinto dopo anni Serie A e Coppa Italia.

Era senza dubbio una delle migliori rose che la Juventus abbia mai avuto: poteva contare esclusivamente sul talento di una difesa ferrea e di un attacco decisamente rappresentativo, 22 titolari, o meglio piemontesi tosti, per dirla alla Agnelli. Caratteristiche che si riscontrano con facilità nella Juventus di oggi, che se non eguaglia quella di allora, lo fa perlomeno nella forza del gruppo: trainata allora da Vialli – non una parola fuori posto all’esterno dello spogliatoio, anche se tra quelle mura non si tirava certo indietro dal dire la sua – e oggi da Conte, che ha saputo trasmettere quella juventinità ai suoi giocatori (e tra parentesi, i battibecchi Conte/Lichtsteiner non ricordano forse Lippi/Torricelli? E nell’1-1 di Litmanen, non è stata forse complice una disattenzione tipica della difesa odierna?). Questo ha portato i bianconeri sul tetto d’Europa nel 1996, l’ingrediente vincente che ha permesso alla Signora di eccellere in un girone non impossibile, di prendersi la semifinale battendo il Real dopo la scofitta, di mantenere la calma contro il Nantes e meritare la vittoria in finale. È un treno che passa una sola volta, aveva strillato l’attaccante cremonese. È ora di smetterla di fare schifo, tradotto oggi nel più rude ‘conteniano’. Mentalità vincente sempre e comunque.

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