Ad Anfield ha vinto la leggenda

LIVERPOOL – Come nell’Aprile 1977. Kevin Keegan e Steve Heighway diedero la biada a quel City che, a razzolare nella cronistoria anteriore all’avvento arabo, fu forse il più competitivo dalla nascita. Quei due gol valsero le tre lunghezze decisive: i Reds conquistarono per la decima volta l’allora First Division: e se questo in Italia avrebbe significato la stellina sopra lo stemma, foriera di un fatuo crogiolarsi nel successo a cui raramente si riesce a dar seguito, dalle parti del Merseyside diede il là a una delle più straordinarie sequele di trionfi nella terra d’Albione. Brendan Rodgers era nato da poco: e però, chissà se già recava le stimmate del Redentore al quale di lì a quarant’anni si sarebbe comandato di ritrovare la gloria smarrita tra i giubili di quell’Old Liverpool. Il lavoro pare compiuto già per metà.

96 – E’ il numero che campeggiava prima del big match, alle 14.30, ma già sui giornali, promemoria di quella che fu la più grande tragedia dello sport inglese. Ad Anfield l’orologio è fermo alle 15.06, l’ora esatta in cui fu sospeso quello scempio, ma pressappoco anche, a essere blasfemi, il momento del gol di Skrtel – l’ennesimo header. Prima del fischio di Clattenburg il consueto rituale: You’ll never walk alone, screziata di emozioni, in occasione degli anniversari anche più pregna, un inno non deprezzabile a mero strappalacrime pur recante in ogni nota le coordinate di una Storia, ma capace di rigare il volto ai più severi e impassibili stoici. Sciarpa in alto e ugola in moto: sanno che più alti sono i decibel più concrete saranno le stime del trionfo. Brendan Rodgers applaude; Pellegrini non è intimidito, ma tra gl’interstizi di qualche ruga tradisce l’ovvia irrequietezza. In ventisei minuti i Reds sembrano già archiviare l’affaire: a Sterling, il giovane, quello messo a fuoco in tralice da Hodgson che segue imperturbabile in tribuna, gli si appronta la tipica leccornia di Suarez; Skrtel, poco prima dell’ora fatale, suggella la gioia. Tutti in brodo di giuggiole: i profumi di quel sogno, inesaudito da ormai ventiquattro anni, stanno dribblando l’utopia.

TUTTO IN DISCUSSIONE – Manuel Pellegrini dispone di una delle rose più prestigiose di tutti i tempi, pur sempre vorace dopo la débâcle europea, ancorché in quell’Inferno Rosso. Perciò in capo a cinque minuti dall’ingresso di Milner in luogo di Navas, gli spettri di Milan-Liverpool 2005, per contrappasso, fanno per materializzarsi ad Anfield: la difesa di Rodgers prende a scricchiolare, grossolanità su goffaggini seminano ambasce e S&S non possono capitalizzare intuizioni che sùbito hanno da rattoppare i varchi delle retrovie: Silva e una papera di Johnson assistito da Mignolet annunciano il terrificante sentore della spada di Damocle. La vicenda precipita quando Sturridge esce per infortunio. Il clangore di quel mélange di emozioni sembra dissiparsi in favore di un City che, sterlina dopo sterlina, ha messo su una vera e propria Invincibile Armada. Quattrocento anni fa l’esiguo ma scaltro esercito inglese, tuttavia, scongiurò il dramma: Rodgers non ci sta, motiva i suoi, in certi casi agli allenatori resta solo questo, il pubblico rammenta la posta in gioco, la gloria antica… Tante imprecisioni, molta sfortuna, Pellegrini rincara la dose con Sergio Aguero: sulla carta non c’è partita. L’epifania, pressoché inaspettata, è al 78′ da uno scarto nostrano: Coutinho. Il numero 10 battezza in girata la palla decisiva, inorgogliendo e riqualificando la statura di quel numero sulla schiena. Quando ormai si è allo scadere, e l’espulsione di Henderson rigetta nell’angoscia la Kop, quest’ultima capisce che c’è da porre di nuovo mano: You’ll never walk alone confeziona, impacchetta e sigilla i sette punti di distacco dal Manchester City.

BILICO – I Reds otterranno il diciannovesimo titolo solo vincendo tutt’e quattro partite. La lotta è efferata: né Chelsea né City hanno da che perdere. Il calendario è mite per i citizens, e lo sarebbe anche per Rodgers e Mourinho se non fosse che i due si affronteranno il 27 Aprile nell’ultima, vera, ordalia. Il Liverpool, negli ultimi ventiquattro anni, non è mai stato così accosto alla vittoria: neppure quando c’era Michael Owen a trascinare la truppa e tallonare lo United. Luis Suarez, in questa squadra, è l’uomo in più: e però a segnare quest’oggi, ancora una volta, non è stato lui: segno di una squadra attrezzata. Un sogno tanto grande quanto la storia di questa squadra che fanno dell’oggetto di decennale attesa, la Premier League, quasi un diritto. Brendan Rodgers e i suoi non molleranno. Parafrasando quel film«No Senatore, qui siamo ad Anfield, dove se la leggenda diventa realtà, vince la leggenda».

 


LIVERPOOL-MANCHESTER CITY 3-2 (2-0)

LIVERPOOL (4-3-1-2): Mignolet; Johnson, Skrtel, Sakho, Flanagan; Gerrard, Henderson, Coutinho (dall’89’ Moses); Sterling (dal 95′ Lucas); Sturridge (dal 66′ Allen), Suarez. A disposizione: Jones, Agger, Aspas, Tourè. All. Rodgers

MANCHESTER CITY (4-2-3-1): Hart; Zabaleta, Kompany, Demichelis, Clichy; Tourè (dal 19′ Garcia), Fernandinho; Navas (dal 50′ Milner), Silva, Nasri; Dzeko (dal 68′ Aguero). A disposizione: Pantilimon, Kolarov, Lescott, Negredo. All. Pellegrini.

MARCATURE: 6′ Sterling (L), 26′ Skrtel (L), 57′ Silva (M), 62′ aut. Johnson (M), 78′ Coutinho (L).

AMMONIZIONI: 2′ Suarez (L), 21′ Garcia (M), 46′ pt Fernandinho (M), 77′ Zabaleta (M).

ESPULSIONI: 93′ Henderson (L)

ARBITRO: Mark Clattenburg

STADIO: Anfield Road

SPETTATORI: 44.601

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