Miralem d’Erzegovina: agiografia di un giovane artista

Oltre la siepe delle crisi, millantate o veritiere che siano, il cui respiro sta scompaginando gli assetti d’ogni puzzle sociale, sportivo, politico, culturale etc., si stipano in sordina delle fucine, pressoché trascurate dalla comunicazione di massa, di eroi, barricadieri, partigiani, baluardi, astri nascenti. E’ un’armata di invisibili, vittime di esistenze vissute in disparte, da reietti quasi, ma mai a capo chino, mai privi d’eleganza e orgoglio. I militi di questa Compagnia nascono tra l’89 e il ’94: tali sacche di piccoli eroi si sono formate perlopiù sotto le bombe, nel letame, in esilio. Il loro valore li sta ricompensando delle pene sofferte: in tutti gli ambiti della società, questa generazione è convinta, pur con umiltà e irrinunciabile stoicismo, nonché disposta, ad occupare gli spazi mal sfruttati ed ora a poco a poco lasciati vacanti, “in eredità”; in altre parole: se diventassero loro i pionieri della nuova èra che lentamente si sta insinuando tra le anfrattuosità delle macerie? Ma noi, privi di poteri sciamanici, ci soffermeremo sul ben più “terreno” particolare, a portata di mano, che si presta materialmente ogni giorno alle nostre valutazioni; ci soffermeremo cioè, nello scandaglio della sfera che più c’interessa nel nostro caso – il calcio, – su uno di questi potenziali pionieri: Miralem Pjanic. Dichiarazioni brevi manu del bosniaco, recentemente rilasciate in un’intervista al Guerin Sportivo, scandiranno le tappe dell’agiografia.

L’anelito d’aiuto tra le rovine: quegli spettri sembrano finalmente passati.

ARTISTA TRA LE BOMBE – Miralem Pjanic nasce il 2 aprile 1990, figlio d’arte (il padre era centrocampista professionista). La passione per il calcio sboccia proprio grazie agli allenamenti del padre, cui assisteva diligentemente quasi ogni giorno: oggi, a ruoli inversi, è il padre a supervisionare e orientare il figlio, istruzioni che paiono realizzarsi in ogni tunnel, geometria, punizione del Vermeer bosniaco (soprannome scelto da chi scrive per la sua natura pacata ma altresì raffinata, che assurge ogni quotidianità, ogni cosa ordinaria, al grado di straordinarietà, quasi il suo destro sacralizzasse l’effimero; quasi che la combinazione data dalla somma del suo piede e del pallone impregnasse di lirismo l’intero match, rivelando un’inaspettata epifania incastonata nel grigiume di un calcio ignobile o, sic et simpliciter, nel susseguirsi pallido e routinario degli eventi. Nella pittura Vermeer ci riuscì; Miralem, a modo suo, tenta di reiterare il miracolo). Fu costretto a lasciare presto il paese natìo: la disperazione inondava Tuzla, la città natale, e la Bosnia tutta: guerre civili mai trovavano quiete, e mai compromesso tra disparità così inviperite fu più arduo. “Quei discorsi riguardano il passato e noi non abbiamo vissuto la guerra. Quando torniamo a casa i più anziani ci raccontano quel periodo, ma tra noi non se ne parla”. Ancora oggi convivono a fatica non solo etnie diverse, ma finanche religioni. Il talento di Pjanic sembrava innato: in Lussemburgo, dove emigra con la famiglia, viene adocchiato dal Metz che lo assolda prima nelle giovanili, poi, nella stagione 2007-08, tra i “grandi” in pianta stabile: “Ho cominciato a crederci intorno ai 13 anni, nella scuola calcio del Metz e poi con il passaggio alla prima squadra, ancora giovanissimo. In quel momento sono cambiate le cose, volevo sempre di più. Ho visto che ogni desiderio si realizzava e voglio continuare ancora più in alto”. Ragguardevole fu quindi la prima stagione da professionista: Claude Puel se ne accorse e chiese ai dirigenti Lionesi di acquistare quel prodigioso diciottenne. Richiesta accordata.

Pjanic diciottenne a Metz

MIRALEM PERNAMBUCANO – Tra il 2008 e il 2011, Pjanic ritrova un Lione sazio di quei sette campionati consecutivi, conditi da una Coppa di Francia e sei Supercoppe, più qualche soddisfazione in Champions. E’ perciò inserito in un contesto diviso tra pance piene con esperienza da tramandare, e nuove reclute come lui, bramose com’erano di partecipare anch’esse alla parata di successi. Che si arrestò; ma Pjanic poté contare sugli insegnamenti di Juninho Pernambucano: “Mi sono allenato con lui, ma il suo modo di calciare è unico. Ognuno ha la sua tecnica e anche i piedi hanno forme diverse. Ma mi ha aiutato tanto nei miei progressi sui calci piazzati”. A Lione si compie la sua maturazione, anche perché tra gli avversari si avvicendano Real Madrid, Liverpool, Bayern Monaco, etc., e anche perché, nel 2010, sfiora coi compagni la finale, alzando mestamente bandiera bianca in semifinale contro il Bayern che poi capitolerà contro l’Inter. Nel 2008 Pjanic esordisce anche in Nazionale, quella bosniaca, che, a dispetto del suo poliglottismo segno d’un cosmopolitismo invero più obbligato che volontario, prevale nella scelta su quella lussemburghese e francese: “Ho fatto la trafila nelle Under del Lussemburgo, quando ero a Lione sono stato contattato dal Ct francese, ma ho scelto di giocare per il mio paese. Era una questione di cuore, di sogno. Semplicemente mi sento bosniaco, ne sono fiero”. Pjanic sarà difatti, il 20 agosto 2008, il più giovane esordiente della Nazionale gialloblu. Arrivare alla fama internazionale era ora solo questione di tempo.

Lione, terra di mezzo tra adolescenza e maturità

TUTTE LE STRADE PORTANO (D)A ROMA – Walter Sabatini, che a detta dello stesso giocatore sa intuire come questi giocherà una partita fin dal primo minuto, propone Miralem alla dirigenza romanista: ci vogliono undici milioni. Detto fatto. Dal 2011 allo scorso venerdì, Pjanic realizza non solo tredici gol ma, fatto più rilevante, giocate di altissimo livello, a ridosso delle punte, accanto agli altri due centrocampisti, o addirittura in attacco. La sua identità è adesso pienamente compiuta: Pjanic ha raggiunto la catarsi tra gli scrosci della Sud che lo acclama e i virtuosismi sopraffini che lo auto-compiacciono. Con Zeman non correva buon sangue, eppure siamo convinti che la crescita sia passata pure per quella stazione. Rudi Garcia voleva e vuole trattenerlo fortemente. E lui ringrazia: “Noi ‘reduci’ volevamo riscattarci, perché nelle prime due stagioni avevamo fallito gli obiettivi (…); adesso andiamo nella stessa direzione, giocatori e allenatore. Siamo molto uniti e tutti credono nelle idee di mister Garcia. Lui è molto preparato, sta facendo benissimo, anche considerando che è al primo anno in Italia (…); è stato decisivo nel convincermi a restare. In estate abbiamo parlato a lungo, mi ha responsabilizzato dicendo che avrebbe contato molto su di me. Ma ha influito anche la sua idea di gioco, che esalta le mie caratteristiche”. La storia travagliata di questo ragazzo si riverbera sul suo viso, che tradisce tanta riservatezza ma pure un serafico spirito di calma superiorità. Proprio come nei personaggi dei dipinti del suo ‘pittore putativo’. Il riscatto di un predestinato riaffiora simultaneamente a quello di un popolo: la Nazionale bosniaca è finalmente qualificata ai Mondiali, per la prima volta, proprio grazie alle performance di Pjanic e colleghi (Spahic, Lulic, Dzeko, Ibisevic, etc.) alcuni di questi coetanei del romanista, figli della “generazione delle bombe”, di quel letame da cui, cantava De Andrè, nascono i fiori: espressione, forse, d’una nuova gioventù che, non solo tra i calcinacci di Sarajevo, cerca una via per la rinascita.

Miralem festeggia la storica qualificazione degli erzegovini

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