La Champions dei peones: fenomenologia dei sanculotti ‘colchoneros’

Non è ingiusto dedicare un’editoriale, data la débacle in finale  addirittura inaspettata – a chi di questa Champions League ne ha fatto una mirabilia, un keepsake per i posteri: gli sparuti detrattori obietteranno che, nell’ultimo decennio, già Porto, Monaco e Borussia Dortmund al faccia a faccia col miracolo ci sono arrivati. Ma escludendo il Monaco (che in termini di “ricorrenza” ha pagato l’aver affrontato un’altra underdog – il Porto, – rastrellando perciò poco affetto e susseguente anonimato, ma anche per altre ragioni), le altre due di familiarità e trofei su quel palcoscenico ne godevano a iosa. Non che l’Atletico Madrid nel palmarès europeo sfigurasse: già una Coppa delle Coppe nel ’61, due Europa League tra 2010 e 2012 e una finale di Champions persa a Bruxelles proprio quarant’anni fa. Che arrivasse a lambire certi lidi forse era nell’aria. Dal 2004 tra le Cenerentole giunte in semifinale si annoverano Deportivo La Coruna, PSV, Villarreal, Lione, Schalke 04 e le sopracitate: ma di lì alla finale non è un tiro di schioppo.

~

a
Ciò che ha raccolto Simeone, però, sorpassa, doppia e trascende le precedenti gesta: ostracizzato dal duopolio catalo-merengue è sgusciato via dalla noce che in Spagna aveva messo radici da dieci anni. Lo stesso in Champions; il tutto con semplicità e leggerezza ineffabili, mediante semi-sconosciuti, guidati da lui noto solo da calciatore. Se insomma è giusto tributare i galloni a chi consegue la Decima, è bene rammentare cosa sia realmente il Calcio (e la vita) e quanto sia infelice che, nel calcio di oggi, storie come quella dei colchoneros debbano per forza catalogarsi come “imprese”.

[L’immediata sostituzione di Costa avrà condizionato la Finale?]

SULL’OLIMPO – Di questi tempi, dunque, si diceva che il brevetto per l’Olimpo fosse appannaggio di plutocrati rimpinzanti di star il proprio franchising. E’ perciò derubricato (o assurto, a seconda dei punti di vista) a “impresa” il percorso di una squadra tra i rais mondiali della pecunia: non è (più) un mondo per poveri, che per ritagliarsi uno spazio ora necessitano, appunto, dell’impresa. Ciononostante Simeone ha ribadito che il calcio e quindi la vita son tutt’altro: né Décima, né Gloria, né Successo. Cosa allora? Il Segreto, ovviamente, non è svelato: l’Atletico in qualche modo l’ha scoperto e, dato che in mondovisione, pure tentato di insegnarcelo, spiegarcelo. Ma non è da tutti apprenderlo (men che meno in novanta minuti). Qui nessuno sdottoreggia, monta in bigoncia o arrischia lucrose prediche di sorta: questo ce lo fanno credere i Signori, quelli che travisano e poi eclissano le gesta di umili come Simeone. E ripetiamo che di gesta si tratta (per fortuna o purtroppo) se il malsano andazzo generale, il tumore mondiale, imperversa, domina e dileggia ancora, a ruota libera ma con qua e là nel globo focolai di Resistenza, screziati di mille colori di cui, due, bianco e rosso. Yamamoto Tsunetomo insegnava che il retto samurai deve sempre tener presente solo la morte: in senso metaforico, essa, mèta ultima della Via, travalica la giustizia, il successo o il fallimento: è l’incompletezza la perfezione. El Cholo sa di aver imparato e insegnato qualcosa: anche e soprattutto oggi si ha il dovere di continuare, di incedere come folli, di non curarsi dei materialismi quali la vittoria e la fama, di migliorare e oltrepassare noi stessi; di accedere al Miracolo, che è poi in soldoni condensato nell’essenza di quel che siamo e che dobbiamo ritrovare. Il calcio può essere anche questo, con buona pace dei disfattisti: dipende dalla prospettiva. Calcio e vita sono in sinergia.

[Simeone fomenta i suoi tifosi dopo il gol di Bale]

LA DECIMA – Prim’ancora che “Champions League numero dieci”, nell’Antica Roma era un’imposta dovuta dagli agricoltori all’erario. La Storia prende perciò per il bavero, se non con i corsi ei ricorsi quantomeno con la semantica: era già tutto scritto, se vogliamo. I peones risultano ontologicamente soccombenti là dove dimora il potente che, nel bene e nel male, finisce sempre per aver ragione. Il tributo l’ha pagato anche l’Atletico contro il Fato che incalzava le merengues a scongiurare le ossessioni e dare corpo alle immagini nonché adito alla Legge che sempre è valsa: detto fatto. Le tradizioni e gli status quo son difficili da ribaltare: se l’Atletico ci è riuscito solo (solo?!?) in Spagna, e per novantatré minuti ieri, è per i motivi scritti sopra. Non ci accodiamo, dunque, alle eterodiretti celebrazioni dei blancos; così come del resto a quelle del City o Psg nelle rispettive giostre-campionato. Sarà forse un’infantile forma di boicottaggio, verso quel baratro di mercimonio che è diventato il mondo, o più realisticamente un’ammissione che alternative ce ne sono: basta scartabellare bene, riconoscere ed apprezzare il buono emergente e di cui siamo capaci: “cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.

[Casillas alza la Décima]

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *