Campionario 2014/’15: la griglia di partenza

Serie A 2014/15

Anno I d.C. (dopo Conte), oppure “I° Memorial Mario Balotelli”: fate voi. Tanto, in qualunque modo la vogliate vedere, ci sarà sempre qualcuno che troverà il motivo, la ricorrenza o il trigesimo per ricordare che, anche quest’anno, la Serie A ha perso qualcosa. Un’erosione continua, inarrestabile anche se lenta, ma decisa e -ne va dato merito- testarda nella sua coerenza.

I motivi per non seguire (lo si dice ogni volta, ma chissà che questa non sia la volta buona…) questo campionato? Facile: la tarantella per l’elezione di Tavecchio, la sua squallida elezione ma pure il finto perbenismo che, come spesso accade in Italia, si è buttato a pesce nella faccenda rendendo la cosiddetta pezza peggio del buco; il post-Mondiale col disastro di Prandelli che, dopo anni di prediche, sermoni e savi consigli a una stampa troppo (e stranamente benevola verso un ct) ha salutato e –non di notte, ma quasi- è scappato in Turchia; Balotelli e Immobile, che fuggiti non sono, ma intanto ci siamo giocati il talento più chiacchierato (e mediatizzato) del torneo e il capocannoniere, il terzo consecutivo dopo Ibra e Cavani; due sole squadre in Champions a fronte delle ben tre portoghesi (giusto, giustissimo il sorpasso nel ranking UEFA: e chi piange i bei tempi andati faccia un sano esame di coscienza su cosa significhi ‘meritocrazia’).

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E si potrebbe continuare così all’infinito. Ma, siccome a spettegolar e lamentarsi son buoni tutti, proviamo a vedere cosa ci aspetta da oggi sino al prossimo maggio individuando e proteggendo quelle poche sacche di resistenza che rendono la Serie A, se non il campionato più bullo del mondo, quantomeno uno dei più vicini a una pur distaccata realtà (tirannica la Ligue 1, diarchia col al massimo i sanculotti atletici la Liga, plutocratica la Premier e splendida/orribile la Bundes, a seconda che vogliate considerare il torneo a 19 0 20 squadre): dove poche possono vincere lo scudetto ma almeno c’è la possibilità che i pronostici vadano gambe all’aria; dove due nutriti grupponi daranno vita al maxi play-off denominato ‘corsa europea’ (con soli due posti, di cui uno che vale solo i preliminari -vero, Napoli?- sai che ridere) e l’altro ‘ai mejo posti’ alla ricerca di una salvezza manco tanto impossibile, con sole tre botole e una quota-permanenza che pare debba ulteriormente abbassarsi; diretta conseguenza di ciò, un limbo che potrebbe divorare sin da marzo un esiguo numero di formazioni che tireranno a pareggiare -pardon- a campare di lì in avanti. Ci stiamo livellando sempre più verso il basso (e, infatti, in Europa oramai anche una formazione danese incute timore mentre, per dire, si gioca il ritorno del preliminare con lo Stjarnan “dimenticando il risultato dell’andata, che tutte le gara sono difficili”, sic!) e questo è un male, ma non solo: se vi accontentate di un signor Tavernello invece di uno Château Lafite, chi ha detto che non ci si può prendere comunque una solenne ubriacatura? E che solo sia per dimenticare, e non per ricordare, pazienza: “il successo di Tavecchiello invita a riflettere” (pseudo-cit.). 

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I. TRI-COLORE – Se fino all’anno scorso la corsa tricolore era stata una faccenda tricologica (ci perdoni Conte ma le oramai stantie battute sul parrucchino avevano quantomeno la funzione di termometro dello stato di salute della truppa bianconera: salivano a braccetto), questa volta -a meno di clamorosi inserimenti dalle retrovie- la lotta-scudetto resterà limitata a tre squadre ma la griglia di partenza pare più quella della MotoGP: Juventus, Roma e Napoli, allineate e decidete voi chi scatta per prima. Si, anche il Napoli, quel Napoli preso a schiaffi dall’Atheltic Bilbao che Benitez si ostina a far giocare in modo scriteriato quando, per supportare quel tipo di gioco, servirebbe un Mascherano e non le porte girevoli tipiche del Grand Hotel che oramai vedono coinvolti uan decina di nomi, tra i centrocampisti azzurri passati, presenti e quelli vagheggiati; peccato perché il potenziale d’attacco è (era) da Champions ma i due martiri là in mezzo (Jorginho e de Guzman?) e la difesa balleranno. E le duellanti? E’ opinione diffusa che l’addio di Conte sancirà, quantomeno, l’affiancamento della fuoriserie giallorossa a quella di Max Allegri: tutto vero. Però attenzione a far passare il livornese per uno sprovveduto e, fatta la tara a un mercato indecifrabile (dubbi Morata ed Evra, ottimo Pereyra: un colpo in extremis?) e alla sindrome da appagamento, la Juventus resta quantomeno il telaio più collaudato e, laddove Max dovesse balbettare, ci penseranno i senatori a rimettere la barca in linea di galleggiamento. La Roma pure ha speso le sue fiches sul colpo a effetto (Iturbe) e allestito una signora panchina: una volta che avrà deciso se preferisce la corsa a tappe o le notti di Coppa, avrà risolto metà della stagione. Restano perplessità sulla rinuncia (forse) a una vera punta e una difesa nuova per due o anche tre quarti, ma l’impressione è che -eccetto cataclismi-la bacheca dei giallorossi da qui a tre anni potrebbe essere più ricca. Il punto di forza della maggica è Roma, il limite è Roma.

II. (EUR)OPA OSTILE – Di questo passo, il terzo posto nel campionato italiano diverrà qualcosa di mitologico, roba da leggende metropolitane e da tramandarsi di padre in figlio, di ds in ds: si racconta che qualcuno l’abbia pure visto ma la maggior parte continuerà solo a sentirne parlare. Visto che, oramai, dire che siamo ai livelli di Portogallo e Francia è quasi un’offesa (per loro) ecco che la terza piazza, che garantisce un nemmeno tranquillo preliminare come si è visto con l’Athletic, diventa lo spartitraffico che la Serie A pone tra una tranquilli villeggiatura e 38 weekend di paura. L’impressione è che il nome uscirà dal lotto dalle deluse dalla corsa al Titulo, però in questo mini-gruppo, tanto per creare un po’ di thrilling e un minimo di trama, ci mettiamo ovviamente la Fiorentina: la più bella dell’estate e che rischia seriamente di vivere un’altra stagione con Rossi in infermeria. Con un Gomez che pare tornato in palla, un peccato mortale; gli acquisti di Marin e Basanta, forse qualcos’altro, ma soprattutto la conferma di Cuadrado. In fondo giusto così: è quello che si chiama Progetto (senza le due ‘g’ di tante altre squadre): confermata l’ossatura dello scorso anno perché i legamenti possono venire intaccati, ma la fiducia in un’idea no. E dietro? Ci mettiamo l’Inter e, ta-daaa!, anche il Milan. Noi li vediamo meglio nel campiona tino “Ciapa no” (vedi sotto) ma se anche la Roma è riuscita a risollevarsi, in mezza estate, dall’anonimato e il ne promosso Verona ha fatto un pensierino all’Europa, perché è così impossibile pensare le milanesi quantomeno in lotta per il terzo posto? Nel calcio le idee preconcette hanno vita breve (Grecia 2004, Olanda mai senza 4-3-3, Atletico campione: in proporzione come se il Bologna dell’anno scorso fosse arrivato in carrozza terzo) e non è detto che l’eccessivo Equilibrio Mazzarriano e l’inesperienza di Inzaghi alla guida di una rosa mediocre non possano generare, per contrappasso, quegli anticorpi chiamati entusiasmo, gruppo e autostima crescente “partido a partido” (San Simeone dixit).

III. CIAPA NO – Ciò detto, è chiaro che, al momento, Milan e Inter vadano inserite nel lotto delle pretendenti a un posto al sole fra il terzo e il sesto, con la non disprezzabile differenza che le sdraio dalla quarta piazza in giù non le vuole più nessuno. Solo un’Inter post-stramaccioniana, un Milan post-diastro o l’intrigante Lazio del nuovo corso di Stefano Pioli. Ausilio ha fatto un mezzo capolavoro spendendo nulla ma potrebbe non bastare senza due ritocchi (manca sempre un terzino di spessore e, al momento, una seconda punta che renda l’attacco un reparto al livello delle prime tre): Mazzarri dall’orecchio della difesa a 4 non ci sente ma, dovesse mai passare all’incasso, toccherà tutti cospargerci il capo di cenere. Del Milan e di Balotelli si è detto tutto: un Diavolo a trazione faraone-centrica ricorda quello (forzatamente) yè-yè di Allegri con El Shaarawy-Niang-Pazzini che espresse pure un buon calcio –la forza delle idee…- prima di legarsi mani e piedi alle bizze di SuperMario. Con Fernando Torres, e il suo ingaggio, sembra che l’ultimo colpo al blasone dei rossoneri sia stato inferto: ma vuoi mai che El Niñoritorni, da imbolsito attaccante a perturbazione (di gol). La Lazio, possiamo dirlo?, fatte le debite proporzioni ha fatto un gran mercato (Basta, de Vrij, Djordjevic, mantenendo Candreva, Lulic e Keita): siccome col senno di poi son bravi tutti, noi ci sbilanciamo e puntiamo sui biancocelesti come mini-rivelazione del torneo. E i peones che l’anno scorso hanno toccato il cielo delle big con un dito, in alcuni casi infilandoglielo nell’occhio? Torino e Parma paiono indietro, i granata per la cessione della migliore coppia-gol del torneo e l’impegno europeo, i ducali perché, a queste latitudini, il miracolo è confermarsi e molto dipende dal trio Ghirardi-Leonardi-Donadoni: ah, se avessero un budgt maggiore… A questo plotone, dopo un’annata in chiaro-scuro, aggiungiamo l’esperimento Udinese, con Guidolin in plancia di comando a viaggiare con il semi-deb Stramaccioni: Di Natale anche quest’anno parte che è finito; Guilherme fa parte per ora solo delle scommesse come pure Widmer ma vivaddio esiste il laboratorio friulano e pazienza (e calma) se l’avvio non dovesse andare “benebbene” e fosse col freno a mano tirato.

IV. ZONA “DEA” – Non ce ne vogliano i tifosi atalantini, anzi. L’individuazione di un’oasi protetta dedicata ai nerazzurri è (anche) un attestato di stima per il lavoro che, a Bergamo, da sempre -Ruggeri o Percassi che siano- viene svolto. E non state a sentire quelli che, come la scorsa primavera, parlavano di “incompiuta” e di “mediocrità” quando la squadra di Colantuono ha fermato la sua bellissima corsa proprio in vista del traguardo europeo. C’è gente che non sa come si costruisca una squadra e come si riesca a resistere, finanziariamente sani e con un vivaio invidiato in tutta Europa, ai vertici senza però fare mai il passo più lungo della gamba. Di cadute rovinose e di azzardi mal calcolati (la Samp Champions-retrocessione dice qualcosa?) ne ricordiamo a bizzeffe. E allora Atalanta nella Zona Dea, con la malcelata aspirazione di finire nella colonnina di sinistra e la paura, prima di quota 35-40, di restare invischiati nella lotta per non retrocedere (con Denis e Boakye, e confermando Bonaventura e Moralez, tutto è possibile: Europa League, ma pure il calo del desiderio…).

V. CAFFE’ LIMBO – “Il solito, grazie”. E, ammesso non crediate alla Zona Atalanta, ecco allora il mini-torneo più grande che presenterà la Serie A 2014/2015: a braccetto con gli orobici c’è il Verona che, a occhio e croce, dovrebbe non ripetere l’exploit ma che non riusciamo a non apprezzare pur avendo dovuto smontare il giocattolo: la maxi-plusvalenza per Iturbe potrebbe diventare, col tempo, un’assicurazione sulla vita. Tutto qui? Ni: le genovesi, sempre più umorali (di Preziosi sappiamo tutto e il contrario: confermata la rivoluzione anche quest’anno; Ferrero è un’incognita ma, se è lui l’homo novus del calcio italico, stiamo freschi), potrebbero stazionare in questo limbo, in attesa di capire se la loro dimensione è quella di provinciali di lusso o se Parma e Torino, che potrebbero benissimo ‘retrocedere’ in questo gruppone, non sono poi così lontane. Il Genoa fa bene a scommettere su Pinilla e Matri, mentre in rampa di lancio Perotti e Lestienne potrebbero essere due grandi colpi, senza scordare che il vero ‘craque’ è fatto in casa, si chiama Sturaro e questo sarà l’anno della sua iper-valutazione. La Sampdoria potrebbe annegare sotto il peso delle gar di Ferrero e le perle di filosofia di Mihajlovic: però l’accoppiata intriga e il tanto sottovalutato Bergessio, assieme a Gabbiadini ed Eder, potrebbe pure diventare l’artiglieria più pericolosa della colonnina di destra. E una sorpresa? Ma si, il Cagliari di Zeman: tra le piccole, quella che più intensamente flirta tra un boom e una retrocessione ancora più fragorosa. E, checché se ne dica, fa sorridere che sia sempre un vecchio a portare qualcosa di (eternamente) nuovo alle nostre latitudini. E pazienza per il saldo di 50 gol fatti e 60 subiti.

VI. INDIETRO TUTTA – La modernità è liquida, ricorda Zygmunt Bauman, ma la classifica lo è ancora di più. Se le ‘fasce protette’ che abbiamo individuato non sono a compartimenti stagni, figurarsi quello per la retrocessione dove inseriamo, oltre al summenzionato Cagliari, le tre neo-promosse solo per onor di firma ma facendo dei distinguo. Il Cesena si ritrova in A tanto meritatamente quanto in maniera inaspettata: il salto potrebbe avere ricadute pesanti ma, da quelle parti, dopo il rischio fallimento, anche un solo campionato in terrazza sarà grasso che cola per le casse romagnole: e allora stesso allenatore, intelaiatura mantenuta con capitan Cascione e Marilungo che sembrava perso alla causa, lontano parente di quel giocatore che, insieme a Bonaventura, era il fiore all’occhiello del vivaio atalantino. Niente spese pazze e, anzi, un’infornata di discreti mestieranti da Bergamo: basterà? Forse no, son lontani i tempi dei Giaccherini ma l’azzardo è calcolato e -fare gli scongiuri- un’eventuale retrocessione avrà un paracadute. Stesso discorso per l’Empoli che da un paio d’anni aveva messo nel mirino la A: stesso tecnico, confermata l’attempata ma ben assortita coppia-gol (Maccarone-Tavano) e pure una nidiata di giovani e quasi-giovani che, a occhio e croce, dovrebbero rimanere in massima serie indipendentemente dalle sorti dei toscani. Anche per la truppa di Sarri niente drammi: l’obbiettivo è un campionato senza attendismi (il modulo è sbarazzino) e di giocarsela, visto che le inopinate cadute di Bologna, Livorno e Catania -sprofondate senza lottare o, peggio, trovatesi a lottare senza averlo messo in preventivo- qualcosa insegnano. Il Palermo è un mistero: senza la ‘Joya’ Hernandez sarà dura e le vedove di Zamparini già sentivano la mancanza del suo valzer di allenatori. Visto il livello generalmente basso, il quart’ultimo posto è alla portata e forse qualcosa di più: ma, a proposito di retrocessioni scellerate, toccherà fare tesoro di quella di manco un anno e mezzo fa… Chi resta? Chievo e Sassuolo, già. Due casi agli antipodi ma, forse, legati da un destino simile. Mercato coi fichi secchi in casa clivense, dopo la seconda salvezza da ‘subentrante’ di Corini e l’addio di Sartori; spese pazze (o quasi) in casa nero verde con Squinzi che insegue il suo sogno di un Sassuolo europeo con Taider, Vrsaljko (strappato alle big! Decidete voi se si tratta di astuzia o cecità) e la conferma dei vari Berardi, Zaza e Sansone. Da una parte una realtà che ogni anno fatica ad arrivare a fine mese (Paloschi, dimenticato dal Milan, è il fattore) dall’altra un fenomeno in espansione che però, vedi l’anno scorso e l’opulento mercato di gennaio, ha bisogno ancora di stabilità. Gliele daranno Corini e Di Francesco, due tecnici coi fiocchi: ma è chiaro che, prima di capire dove vogliano andare, clivensi ed emiliani ricordino da dove vengono. E’ un attimo a passare dallo sgambetto alle big alle sfide salvezza al “Castellani”, al “Manuzzi”, al… Chi sopravviverà, vedrà.

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