“Get back / to where you once belonged (?)”

mancini inter

“Mancio was a man who thought he was a loner, but he knew it couldn’t last”. Ecco: per dirne una, Roberto Mancini è un tipo solitario. Non che gli manchino amici, buoni rapporti con certa stampa (anzi!) o presidenti che non farebbero carte, e contratti, falsi per assicurarselo. No: è uno che, da quando non aveva manco la patente ed esordiva a 16 anni, va per la sua strada e poco importa quello che pensano gli altri. Nel tempo ha affinato il savoir faire, alternato le sciarpine e smussato quegli angoli che, da calciatore, gli han precluso la Nazionale e qualche altro traguardo (personale). Anzi, l’esperienza inglese ce lo ha restituito con un rinnovato profilo internazionale, molto più ‘charming’ e sereno, roba che gli ultimi (pur vincenti) mesi all’Inter paiono ora un supplizio lontano, un’altra epoca. L’Inter, già. Roberto è tornato -come cantavano i Beatles- là dove un tempo era di casa, o forse dove di casa non lo è mai stato veramente: vedi il divorzio traumatico prima del ‘riavvicinamento’ verificatosi negli ultimi tempi, i battibecchi con Mou (uno che a Milano, come a Londra, dove lo metti sta: e pure da dio) tipici di molte ex amanti di Massimo Moratti, le posizioni improvvisamente ‘soft’ su una Calciopoli che pure l’ha toccato da vicino, e così via. Tralasciando tutto l’antefatto mazzarriano, i motivi di questo ritorno di fiamma e i contorni del progetto che Erick Thohir vuole affidare al tecnico jesino (e che nei prossimi mesi vedremo se sarà l’ennesima minestra riscaldata o l’incipit della prima, vera Inter dell’indonesiano), sta di fatto che l’impensabile, in poche ore, si è materializzato: Roberto ha ricomposto un nodo (della sciarpa) che pareva oramai sciolto e lo ha fatto con tempistiche e modalità del tutto inaspettate, quando all’orizzonte pare ci fosse il PSG e un contratto faraonico. Inguaribile ‘loner’: se sarà di nuovo pure ‘winner’, lo dirà il tempo. Per adesso ha accettato l’ennesimo azzardo: tornare là dove (mai) era davvero appartenuto.

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SENZA SCIARPA E CRAVATT’ – Con buona pace del buon Nino D’Angelo, Roberto Mancini senza giacca, pardon, sciarpa e cravatta (specie in panchina) non lo vedrete mai. Anzi, già che c’è mette le cose in chiaro col gilet d’ordinanza e, quando fa freddo, con la sciarpetta che, nel Regno Unito, è diventata ‘cult’. Questione di stile anche se, va detto, mai fine a se stesso. Il cambiamento sulla panca della Beneamata è stato anche tricologico: dal ‘phonato’ Mazzarri al Ciuffo di Cucciolo, il settimo e più amato dei Nani ai tempi della Samp. Che poi, ad Appiano Gentile, di ciuffi di marmo resistenti a qualsiasi intemperie se ne intendono. Ammainato quello di Zanetti, ecco quello dell’ex allenatore di Galatasaray e Manchester City. Tutti già segnalano il cambiamento meteorologico rispetto alle ultime, dolorose ore di Walter Mazzarri: più sorrisi -anche se, per ora, solo in conferenza stampa- e una sensazione di un peso tolto dallo stomaco. Per i tifosi e, conferma qualche rumors, anche per il livornese che forse, in cuor suo, non aspettava altro. La palla passa a Mancini che, se tanto ci dà tanto, non perderà tempo a stopparla e a volteggiare su se stesso come il Kovacic delle (rare) giornate di scarsa vena, ma la scaraventerà via di tacco anticipando difensori e detrattori. Sarà calcio-champagne subito? Basterà cambiare il manico per rendere un’armata (e complessata) Brancaleone, una seria candidata al terzo posto? Mmm. Mettiamola così: può essere un primo mattone. Una sorta di dichiarazione d’intenti di Erick Thohir e del suo CEO, Michael Bolingbroke, due che -gira che ti gira- alla fine han messo sul tavolo la stella polare che inseguono, la Premier League: come fascinazione e modello per il primo, per averci lavorato il secondo. E il Mancio, dopo aver risciacquato i panni calcistici Oltremanica, era il target ideale. Forse, le classiche frasi di circostanza (“Era solo lui che volevamo”, giura Thohir) stavolta hanno un bel fondo di verità: se Mancini fosse stato impegnato o, semplicemente, poco incline a prendersi questa bella patata bollente chiamata Inter 2014, Mazzarri sarebbe stato ancora in sella. Dead Coach Walking, sfiduciato e preda delle sue stesse ansie, ma in sella: per questo motivo il ritorno dello ‘sciarpato’ ad Appiano è una buona notizia ma pure uno di quei twist casuali di sceneggiatura che ti possono cambiare la Storia. La Roma di Pioli, ma no!, Mazzarri, nada, e Blanc?, boh, facciamo Rudi Garcia ne sa qualcosa: dalle stalle alle stelle per un capriccio del destino. Poi, ha saputo sfruttare i talenti che il destino le ha concesso. Sarà così anche dalle parti del “Meazza”?

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50 SPECIAL (ONE) – Fra una manci(n)ata di giorni, saranno 50. Anche l’ex-ragazzo scollina la fatidica data e, forse, sarebbe pure il caso di non chiamarlo più ‘ragazzo’. Simbolico (ma solo per chi i simbolismi se li va a cercare, come i guai) il fatto che la ricorrenza arrivi pochi giorni dopo il ritorno in sella all’Inter e a un derby -secondo esordio del Mancio in nerazzurro- che sarà la prima panchina del Ciuffo più glamour del calcio dopo quella thrilling di Parma dove uno scudetto già vinto stava scivolando via, o uno scudetto perso è stato ri-acCiuffato (ça va sans dire…) quasi in extremis. E ora? Come detto, proposte -intriganti o semiserie- a Mancini non ne mancavano. Cosa caverà fuori da questa esperienza bauscia 2.0? Peraltro, come si scrive, con incarichi manageriali a 360° ma -ahi- senza i dané necessari a farne il Ferguson del Naviglio? E se le cose dovessero andare male? Il Galatasaray è stato un (lussuoso e ben pagato: ne sa qualcosa Prandelli…) esilio, ma restare fuori dal giro ‘che conta’ -nel senso: che conta per il Mancio, almeno- troppo a lungo, potrebbe tarpare la ali alle aspirazioni-Champions’ che, assieme a una Nazionale, è ciò che manca nel CV del nuovo tecnico nerazzurro. E con tutto il rispetto e la fiducia nella Thohinter che, pare a noi, resta una grande del calcio ma al nuovo banchetto d’éelite, quello di Barça Real Chelsea PSG (sic!) Bayern e forse giusto un altro paio di convitati, non partecipa: partecipazioni Champions o meno, Conti (Antonio) o meno, ‘squadre più titolate’ al mondo o senza. Non ce n’é, ma questo è un discorso che riguarda tutto il calcio italiano. Per dire: Mou non sarebbe tornato. Forse un giorno lo farà, quando stimoli, palmarès e conto in banca saranno stati saziati. E parliamo di uno che è, sì, un grande opportunista ma pure quello che a Milano ha lasciato davvero un pezzo di cuore. Più di Roberto, anche. Certo. Ma ora non sarebbe tornato. Non è mica un pirla lui. E Mancini lo è? Nemmeno: ma chissà cosa gli è passato per la testa. O cosa gli ha promesso Erick Thohir, tramite gli ambasciatori Fassone e Bolingbroke. Anzi: se ci fosse stato da puntare dieci euro sul ‘nostos‘ di uno dei due allenatori più amati della storia recente interista, a occhi chiusi chiunque avrebbe puntato sullo Special One. Va da sé che, dovesse fare il bis a distanza di dieci anni (e con una rosa solo lontana parente di quella), anche il buon Roberto, a modo suo, acquisirebbe il titolo nobiliare di ‘Special’. Appellativo che, peraltro, gli hanno affibbiato idealmente a Manchester: basti guardare all’affetto che, nonostante l’epilogo infelice dell’esperienza ‘Citizen’ e l’esonero a fuoco lento, la gente di quelle parti ancora gli tributa. E dell’antagonismo tra i due Diòscuri? Mah. Mourinho punge (ricordate l’uscita sulla proposta del Ciuffone di andare a cena insieme?), Mancini abbozza e, ancora di più ora, non si vorrà inimicare il popolo di Colui che ha realizzato l’unico sogno che non gli è riuscito a cogliere e che, tuttavia, ebbe a criticare i risultati del suo Triplete (di scudetti). Paradossi -e strani incroci- del mondo nerazzurro. Un po’ beghe tra comari ed ex-amanti del seduttore MM -in questo Thohir non riuscirà a pareggiare il Massimo Fattore- un po’ sana Realtà che fa capolino nello stantio reality show calcistico. Senza fare apologie, ma un agitarsi della Vita nel mondo plasticoso e “importante” e del “tutte finali” del calcio. Che poi accada all’Inter perché è una società più genuina (ancorché troppo umorale) delle altre, semplicemente ‘pazza’ oppure solamente per caso, alla fine è la parte meno interessante di tutto il ragionamento.

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FREUD, ‘SPICCIAME CASA’ – L’ultimo pensierino, e qui ci ricolleghiamo a quanto or ora detto, lo dedichiamo a Massimo Moratti. Convitato di pietra, ombra costante e consigliere dietro le quinte di tutto questo ribaltone in cui, almeno ufficialmente (e noi vogliamo fidarci) non ha messo becco. Certo che, però… Comunque dicevamo: perché riaffidarsi a Mancini? E, anche se la decisione fosse stata tutta farina del sacco di Thohir e del nuovo management, in un certo qual senso non è la prova che il cordone ombelicale con la famiglia Moratti è ancora presente, nonostante uscite di scena, Cda, mancati aumenti di capitale e pseudo-dimissioni? E, indipendentemente da chi abbia premuto il pulsante di auto-espulsione di Walter Mazzarri dalla cabina di guida della fuoriserie (?) interista, la boutade è subito dietro l’angolo: vuoi vedere che Thohir (sulle orme di Moratti) / Moratti (sulla spalla di Thohir) / o chiunque altro che -a vostro avviso- sia preposto a prendere le decisioni nelle segrete stanze del potere interista, ha ingaggiato Mancini solo (‘solo’, dice…) per vincere e poi sostituirlo con José Mourinho in una sorta di coazione a ripetere di quel dolcissimo trauma che è stato il Triplete? Ah, se Freud potesse ancora parlare e se ne intendesse un pochetto di calcio (non necessariamente in quest’ordine)…

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In bocca al lupo, caro Mancio, qualunque esso sia (a scelta tra: a) un presidente asiatico dal sorriso perenne e la spietatezza di un killer, b) un ex patron che l’età non ha reso meno emozionale, anzi c) e quella vecchia volpe del Vate di Setubal che, fair play finanziario permettendo, tornerebbe a Milano anche solo per oscurare eventuali bis di successi di quel Ciuffo che, per un biennio buono, ha ondeggiato felicemente pure nella ‘sua’ Premier League).

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