NBA, la vittoria, questa sconosciuta

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C’erano una volta i Lakers di Magic e Kareem, i 76ers di Doctor J e i Knicks di Pat Ewing. Bei ricordi nella memoria dei rispettivi tifosi. Si respirava l’aria dei playoff e si assaporava il dolce gusto della vittoria. Perdere era una casualità, una battuta d’arresto imprevista e fastidiosa che non scalfiva miniamete la fiducia dei campioni sopracitati. Poi le cose cambiano, le squadre si rinnovano e cambia tutta quella alchimia creatasi col tempo. Nella NBA odierna è sempre più difficile competere, vuoi per il talento distribuito su trenta franchigie, vuoi per le 82 partite giocate da ciascuna squadra, playoff esclusi. E non è raro vedere squadre una volta temute come la peste, essere oggi ridicolizzate dal primo sbarbatello che scende in campo.

Sponda Lakers – Chissà cosa passa nella testa del buon Kobe Bryant quando gli si chiede delle nove sconfitte su undici partite in questo avvio di stagione. Ex MVP, cinque anelli nba, All Star dall’alba dei tempi e realizzatore implacabile. Ha scollinato i 32000 punti ieri notte, segno di una vena realizzativa che non si piega al passare del tempo e, ricordiamolo, anni fa in una sola partita segnò la bellezza di 81 punti. Chapeau. Il gialloviola però, nella città degli Angeli, non va più di moda, surclassato dal biancorossoazzurro dei cugini Clippers, ex barzelletta NBA ed ora solida squadra da playoff. I Lakers invece sono una squadra costruita per vincere una ventina di partite e puntare al Draft. Non sia un alibi la perdita per infortunio di Steve Nash, che a 40 anni suonati non poteva certo fare la differenza. A Kobe manca un secondo violino, e chissà le notti insonni a sognare il ritorno di Gasol. Lin, Boozer, Ellington, Young e Jordan Hill sono buoni mestieranti, ottimi come contorno ma insufficienti per puntare almeno al 50% di vittorie. Coach Byron Scott, non certo Phil Jackson, le sta provando tutte ma alla fine gli uomini sono sempre gli stessi e la panchina inizia a farsi bella calda. Serve un lungo che sappia creare spazi e togliere pressione dalle spalle di Kobe, che sarà anche un fenomeno ma di anni ne ha 36 e viene da una stagione in cui ha giocato solo 15 partite. Sicuramente la dirigenza effettuerà un paio di trade per salvare la faccia, ma il rischio poi sarebbe quello di non avere abbastanza chance per la lottery. Lavori in corso.

Sponda 76ers – Zerodieci. Non il titolo di un film di Steven Segal, ma le vittorie e le sconfitte in quel di Philadelphia. Squadra surreale, a tratti imbarazzante come nel caso del -53 subito contro i Mavericks. Ovviamente si tratta della peggior franchigia NBA, incapace ormai di vedere la luce. Dopo le 19 vittorie della scorsa stagione si punta a migliorare lo score, potendo contare sul Rookie of the year Carter-Williams, su Nerlens Noel che lo scorso anno non ha giocato mai e sul rookie Embiid, terza scelta assoluta e da molti paragonato ad Hakeem Olajuwon. Purtroppo però il clone di “the dream” si è rotto subito lasciando Phila al suo destino. Il journeyman Jason Richardson non basta a tenere in piedi la baracca. Il rischio è che ci si abitui alla sconfitta e non si reagisca più. Obiettivamente il nucleo c’è e il talento non manca, ma la NBA è tutt’altro. In attesa di miracoli.

Sponda Knicks – Non se la passano bene neanche nella Big Apple, dove le sconfitte sono ormai numerose quanto gli omicidi nel Bronx. E chi può essere il maggior responsabile? Alzi la mano chi non crede sia Carmelo Anthony. Doveva essere l’anno della svolta, della consacrazione e del rispetto. Il povero Melo continua a segnare a valanga e a perdere con altrettanta facilità. Al posto di Chandler e Felton sono arrivati Dalembert e Calderon, non proprio Chamberlain e Stockton. Jr Smith passa più tempo a fare a pugni con chiunque piuttosto che metterla da oltre l’arco, Stoudemire da fenomeno si è reinventato role player. Con un po di patriottismo potremmo dire che il ritorno di Bargnani potrebbe aiutare coach Fisher nell’attuare il tanto caro triangolo offensivo, ma il Mago è abbastanza acciaccato sin fase calante e nemmeno lui può tirare conigli dal cilindro newyorkese. Se Tim Hardaway jr esplode allora le cose cambieranno. Fortuna che la Eastern Conference è clamorosamente inferiore alla Wwestern, e un approdo ai playoff può sempre arrivare anche con un record negativo, altrimenti chi lo sente Spike Lee? In cerca di identità.

Classifiche Conference – Queste le squadre per ora ai playoff: Toronto, Chicago, Washington, Cleveland, Milwaukee, Miami, Atlanta e Orlando ad Est, mente ad Ovest sono Memphis, Houston, Golden State, Dallas, Portland, New Orleans, San Antonio e Los Angeles Clippers.

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