C’era una volta il pivot

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Pivot. Parola magica per gli scout e i General Manager Nba. È il sinonimo di solidità e forza fisica, il gigante dietro cui tutti possono trovare riparo. Fin dagli esordi della Lega nel lontano 1946 i pivot, o centri che dir si voglia, hanno fatto il bello e il cattivo tempo. All’inizio fu tale George Mikan a presidiare l’area pitturata quando i Lakers non erano a Los Angeles bensì a Minneapolis, e il loro nick aveva un senso. Poi vennero Bill Russell e Wilt Chamberlain, l’uomo dei 100 punti in una singola partita, Bill Walton, Kareem Abdul Jabbar e Robert Parish. Negli anni ’90 l’exploit di talento con Olajuwon, Ewing, Mourning, O’Neal e David Robinson a calcare gli stessi parquet tutte le sere. Tutti i protagonisti sopracitati, tranne Ewing, hanno vinto almeno un titolo Nba, segno che avere un big man di qualità aumenta considerevolmente le probabilità di infilarsi l’anello al dito in primavera, a meno che non giochiate con un certo numero 23 che di pivot in mezzo ai piedi non ne aveva decisamente bisogno.

Young men – Col ritiro di Shaq però la Nba si è ritrovata orfana di uno degli ultimi grandi interpreti del ruolo. Nell’Nba odierna i pivot veri sono pochi e per accaparrarseli i proprietari sborsano volentieri qualche verdone più del dovuto. Parecchi sono power forward adattate al ruolo, vista la carestia di corpaccioni grossi e tecnici. Intendiamoci, non sono i centimetri che mancano, quelli in Nba si trovano dietro l’angolo, ma i centimetri dominanti. Ultimi interpreti degni di tale ruolo sono davvero pochi. Dwight Howard ad esempio sta guidando i Rockets ad un brillante avvio di stagione, in cui l’ex Lakers contribuisce con 19 punti e 11 rimbalzi. Oro che cola per la dirigenza texana, e fa niente che il nostro sia indagato per aver preso a fibbiate il figlio di otto anni (giustificandosi con un triste “è abituato, è un ometto”). Superman toglie pressione dal barbone Harden utilizzando tutta la sua potenza fisica, e grazie ai suoi sforzi i Rockets sono una contender. Certo che Olajuwon era tutta altra musica… Rimanendo ad Ovest l’altro nome interessante è quello di DeMarcus Cousins, big man dei Sacramento Kings e recentemente medaglia d’oro agli ultimi mondiali. Atletismo da vendere e grinta inesauribile per il buon DeMarcus, che deve maturare dal punto di vista caratteriale. Se lo facesse sarebbe uno dei giocatori più dominanti dei prossimi dieci anni. Se i Kings sono 7-5 in una conference spietata come la Western è anche e soprattutto merito del ventiquattrenne ex Kentucky che contribuisce con 22.5 punti e 12 rimbalzi, aiutato finalmente da un playmaker vero come Darren Collison.  Un nome interessante è anche quello dell’ex USC Nikola Vucevic, armadio di 213 centimetri che ad Orlando ha già fatto dimenticare le gesta di Dwight Howard. Buon tiratore e passatore sottovalutato, è una delle certezze dei giovani Magic assieme ad Oladipo e Harris. Certo, giocare in una squadra non tra le migliori dieci aiuta molto le statistiche personali, come dimostrano i 19 punti e 12 rimbalzi.  Ma il futuro è tutto dalla sua parte. Poi ci sono altri elementi interessanti, buoni prospetti ma assolutamente lontani dallo status di “stella”: Jordan Hill, Nikola Pekovic, Roy Hibbert e Al Horford. E occhio a Derrick Favors e Marc Gasol.

Ma io chi sono? – In questa analisi non sono stati inseriti alcuni giocatori che giocano nel ruolo di centro, ma non lo fanno certo con il sorriso a trentadue denti stile Magic Johnson. Power Forwad adattate per necessità in un ruolo che non gli piace e non gli compete. Chiedere a Chris Bosh, eternamente in difficoltà contro gente più grossa, Pau Gasol, Anthony Davis, Tim Duncan (e qui bocche chiuse e niente da dire) o al sottodimensionato Al Jefferson, perennemente in deficit di centimetri contro chiunque. Vita dura, quella dei quasi-pivot Nba.

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