La crisi del Calcio: the Cash

 

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La crisi del Calcio – La Serie A, la più importante espressione del calcio italiano, è arrivata ad un punto di stallo.
La crisi è a tutto campo, ed è palpabile.
I problemi sono tanti, tremendi, ma non irrisolvibili. Ci distanziano però dall’elitè prestigiosa dei Teams europei, che vincono coppe internazionali e Mondiali, salutandoci dall’alto.
Razzismo, violenza negli stadi, mancanza di capitali, fuga di campioni e di giovani.
L’Eldorado italiano del calcio è tramontato da un pezzo; ci siamo accomodati sul trono del Re, sperando che il Mondo non cambiasse, che saremmo andati bene per sempre. Ma non è andata così. Il Calcio, ma soprattutto il modo di pensare e di fare Calcio, è cambiato. Non siamo rimasti al passo con i tempi.
E’ arrivato il momento di parlare di cos’è che non va, di soffiare via la polvere dai nostri vecchi schemi e paradigmi obsoleti.
La regola è una sola, o si cambia o ci si eclissa nel passato.

La Redazione Sportmain.it, seguendo il percorso intrapreso da SkySport nella serie “Codice Rosso: lo Stato del Calcio” vuole proporre questo. Un’analisi lucida sui temi che hanno allontanato il Calcio Italiano dal cuore e dalle famiglie del Bel Paese e che lo hanno relegato a fanalino di coda nella classifica dei vari campionati europei.

Vile denaro – E’ il primo argomento di cui ci occuperemo, e forse quello attorno cui gira tutto il sistema calcistico (e non solo).
E’ un dato di fatto che la qualità della variabile giocatori si è abbassata tantissimo negli ultimi anni.
Se pensiamo infatti alla Serie A come il campionato nel quale partecipavano fenomeni del calibro di Maradona, Zico, Van Basten, Gullit, quasi non sembra vero.
L’ultima generazione di campioni esodati dall’Italia è quella di Ibra e Thiago Silva, migrati verso lidi più ricchi e stipendi decisamente più corposi. E’ qua il passaggio fondamentale: la mancanza di liquidi nelle casse dei club, impone scelte di mercato ridimensionate e di conseguenza un livello qualitativo di giocatori non all’altezza del passato del campionato italiano.
Ma cosa è successo al nostro Calcio?

Il Brand che non convince – Ci siamo seduti sulle ricchezze degli anni ’90, ebbene sì.
25 anni fa l’Italia è stata all’avanguardia nelle dinamiche di capitalizzazione del sistema “pay per view”, inserendo il football come prodotto vendibile alle televisioni (nazionali e internazionali).
L’errore è stato quello di non continuare e puntare in un processo di investimenti tesi a creare un sistema Calcio auto-sostenibile e soprattutto esportabile come prodotto e come brand.
Mentre gli altri stati hanno imboccato la via della commercializzazione dei campionati (con il fine di creare liquidi da investire nelle competizioni e nei club stessi), l’Italia si è adagiata sulle proprie ricchezze.
Il punto di riferimento qui è naturalmente l’Inghilterra. Nella ricca Premier League infatti, i club ricevono ingenti somme dagli sponsor e dal merchandising, i quali riescono a investire nel brand del club anche all’estero (in particolare nei mercati asiatici). Stona pensare che top club italiani come la Roma non portino sulla maglia nessun tipo di sponsor.

Stadi vuoti – Il problema degli stadi vuoti non è certo da sottovalutare.
Il calcio italiano infatti riceve dagli incassi dei botteghini solamente l’11% del suo fatturato totale (ovvero 220 milioni), mentre ben il 60% proviene dai diritti televisivi (ovvero quasi 1 miliardo). Una differenza notevole che ci offre una rappresentazione lucida della decadenza del rapporto tifosi- stadi, quest’ultimi sempre più lasciati alla mercè di ultras violenti in impianti vecchi e semi-vuoti.

How to do – Parlare di “soluzioni” non è mica facile. Nessuno ha la bacchetta magica. Ma forse inquadrare i problemi può aiutare a porsi le domande giuste e di conseguenza a trovare risposte adeguate.
Innanzitutto, iniziare a pensare alla Serie A nel suo complesso come un brand da rivalutare ed esportare. Il nostro campionato è un prodotto sul mercato, e se rivogliamo vederlo fiorire nelle competizioni internazionali con grandi campioni, bisogna reinventarlo. La creazione di nuovi impianti, riavvicinare la gente allo stadio, ricercare un modo di giocare “spettacolare” sul modello inglese. Inoltre puntare sui propri brand nei mercati asiatici, come già fanno da diversi anni i più grandi club europei.
Sarebbe inoltre funzionale creare un tetto massimo agli stipendi in base al fatturato dei club stessi, come in NBA o in serie B (in modo tale da incentivare e differenziare gli investimenti) e porre un numero massimo di giocatori da inserire nella propria rosa (alcune contano più di trenta giocatori), evitando eccedenze inutili e aumentando la selezione dei giocatori nelle squadre.

Sappiamo che non sarà semplice, ma è il pensare al futuro che delinea il volto del nostro presente.

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