La crisi del Calcio: V per Violenza

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La crisi del Calcio – La Serie A, la più importante espressione del calcio italiano, è arrivata ad un punto di stallo.
La crisi è a tutto campo, ed è palpabile.
I problemi sono tanti, tremendi, ma non irrisolvibili. Ci distanziano però dall’elitè prestigiosa dei Teams europei, che vincono coppe internazionali e Mondiali, salutandoci dall’alto.
Razzismo, violenza negli stadi, mancanza di capitali, fuga di campioni e di giovani.
L’Eldorado italiano del calcio è tramontato da un pezzo; ci siamo accomodati sul trono del Re, sperando che il Mondo non cambiasse, che saremmo andati bene per sempre. Ma non è andata così. Il Calcio, ma soprattutto il modo di pensare e di fare Calcio, è cambiato. Non siamo rimasti al passo.
E’ arrivato il momento di parlare di cos’è che non va, di soffiare via la polvere dai nostri vecchi schemi e paradigmi obsoleti.
La regola è una sola, o si cambia o ci si eclissa nel passato.

La Redazione Sportmain.it, seguendo il percorso intrapreso da SkySport nella serie “Codice Rosso: lo Stato del Calcio” vuole proporre questo. Un’analisi lucida sui temi che hanno allontanato il Calcio italiano dal cuore e dalle famiglie del Bel Paese e che lo hanno relegato a fanalino di coda nella classifica dei vari campionati europei.

V per Violenza – Si riparte da qui. Ed è doveroso, a dirla tutta, farlo nell’affrontare uno dei temi più caldi e scomodi del Calcio italiano: la violenza negli stadi.
E’ il male che nuoce e non si estingue. E’ il frutto della disorganizzazione strutturata che domina la nostra concezione di “Mondo del Calcio”. E’ ciò che in 30 anni è riuscito a svuotare i nostri stadi (si conta un dimezzamento dei tifosi dagli anni ’80).
Gli esempi sono a portata di mano, non dobbiamo nemmeno andare troppo in là con il tempo: la morte di Raciti e di Ciro Esposito. “Genny ‘a carogna”, ovvero Gennaro De Tommaso, che tiene in ostaggio uno stadio intero, fermando la finale di Coppa Italia.
La realtà europea circostante è ben diversa. Gli stati virtuosi del Calcio, tra questi Spagna, Germania e Inghilterra, presentano una concezione di “stadio” completamente differente, più simile ad un teatro dove vedere uno spettacolo che a una terra di nessuno, come la nostra.
Le domande sorgono ora spontanee: ma come è possibile che i club italiani tollerino questa situazione? come mai non vengono identificate soluzioni efficaci tese alla risoluzione di una problematica che di certo non è nuova, ma che è ormai protratta da decenni?

La politica nelle curve – I numeri parlano chiaro. Sul suolo italiano sono stati individuati ben 403 gruppi di tifoserie calcistiche, di cui 76 politicizzati e con forte orientamento ideologico (estremista). Da questi, si contano 5040 membri che hanno ricevuto un Daspo.
E il problema della violenza delle curve non si circoscrive all’area della politicizzazione di esse, ma si estende tristemente alle dinamiche di infiltrazioni mafiose e camorriste, che vedono nella “terra di nessuno” dello stadio italiano un succulento piatto in cui alimentarsi (vedi Gennaro De Tommaso).

Il Business degli ultras – Lo strapotere che hanno gli ultras all’interno dei confini dello stadio è qualcosa di inconcepibile. Se si pensa che a comuni mortali spesso viene proibito (giustamente) di portare sugli spalti oggetti quali tappi di plastica e accendini, mentre allo stesso tempo ultras inferociti entrano con fumogeni e bombe carta, suona tutto un po’ stonato. Si rende evidente la presenza di un accordo tacito tra curve e club.
Il problema maggiore deriva dal foraggiamento monetario che i vari club compiono a favore delle curve, nel permettergli di gestire trasferte e distribuzione di biglietti.

Facciamo come la Thatcher? – Il modello inglese è ciò che vari esponenti del Coni e parte dell’Agenda politica italiana vorrebbero emulare. Il mito della Thatcher, la lady di ferro che sconfisse la terribile piaga degli hooligans, è qualcosa di mitico e storico. Ma cosa fece in sostanza la politica inglese?
Le sue direttive politiche, si delinearono in un quadro di differenti Acts, tra cui lo Sporting Events Acts (che limitava l’uso di bevande alcoliche nello stadio), il Public Order Act ( l’odierno Daspo) e il Football Spectators Act (con il quale fu stabilita la possibilità di vietare la partecipazione a eventi sportivi fuori dal territorio inglese e gallese per le persone condannate per reati legato alle partite di calcio). Inoltre fu istituita una squadra speciale interna a Scotland Yard, denominata “National Crime Intelligence Service Football Unit”, finalizzata alla risoluzione della problematica hooligans.
Da sottolineare inoltre l’investimento di circa 350 milioni di sterline per ricostruire o modificare i vecchi impianti inglesi, attraverso l’eliminazione delle barriere tra il campo da gioco e la sostituzione delle terraces (le gradinate simbolo dello strapotere degli hooligans) con posti a sedere numerati e l’installazione di telecamere di sorveglianza interne. Fondamentale fu il processo che ne derivò di responsabilizzazione dei club nella dinamica di gestione della sicurezza.

How to do – Forse non fu solo merito della Thatcher e il cambiamento del contest inglese fu un progetto che maturò ben oltre la sua legislatura, ma è sicuro che i suoi passi furono i primi e certamente nella direzione giusta per allontanare la violenza dagli stadi.
E’ chiaro che il “caso italiano” è dotato di una particolarità rara e difficile da inquadrare in altri schemi, sarà di conseguenza giusto individuare delle soluzioni ad hoc.
In particolare, la creazione di nuovi impianti in modo tale da migliorarne la sicurezza e il controllo da parte delle società. Inoltre sarebbe opportuno aumentare il livello di competenza e selezione degli steward allo stadio (come avviene ora nel campionato inglese). Infine adottare una politica di tolleranza zero con tutte le frange violente presenti allo stadio ed eliminare ogni forma di mediazione tra club e tifosi e tra tifosi e giocatori.

Sappiamo che non sarà semplice, ma è il pensare al futuro che delinea il volto del nostro presente.

 

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