Da Riccardo Garrone a Riccardo Garrone: ciao 2014, a mai più rivederci

Ferrero Show

“Intanto anche dicembre è passato”, direbbe Fulvio Abbate. E pazienza se, sul calendario, manchi ancora una manciata di giorni: calcisticamente parlando il 2014 è bello (?) che andato e l’appendice di questa sera della Supercoppa Italiana coi calciatori in mostra (tanto al chilo) nella dorata gabbia qatariota è giusto un doveroso atto ufficiale, che di poco o nulla scalfirà il giudizio complessivo maturato da ieri sera, o forse prima. Che dire, ogni volta, dell’anno che va in archivio e di quello che è alle porte? Nulla. Davvero. Giusto qualche ‘giapponese’ avrà voglia di tirare per i capelli qualche “tema” (skysportianamente parlando) dall’ultima giornata di campionato e, in generale, da un anno calcistico vissuto pericolosamente, si, ma ai margini della noia; anche il discorso ‘disfattista’ interessa poco, dato che a tirar strali son buoni tutti e la decadenza del sistema-Paese, che da anni si rispecchia e anzi trae spunto da quello del Calcio, è così schifosamente evidente che a fare le Cassandre non si beccano più le pietre ma tanta, e solenne, indifferenza. Meglio il silenzio, vah, magari con due o tre spunti lasciati per i posteri, che non sono i nostri eredi del futuro quanto piuttosto gli impagabili mammalucchi che avranno ancora voglia di questo spettacolo ruffiano e pure cafone oltre il limite di guardia. Ma sì, diciamolo, in onore di San Riccardo Garrone: “E anche quest’anno calcistico, s’o semo levato da… (Massimo Ferrero, finisci tu).

[Maestro di vita]

SUPER-COLPA ITALIANA – In attesa del verdetto del campo di questa sera da Doha, dove il calcio italiano è andato a pubblicizzare il proprio brand dopo aver mostrato calcio-champagne a Washington, Torino e Tripoli (appuntamento nella culla del calcio, a dicembre, di lunedì, alle ore 18, mentre l’italiano medio smadonna nel traffico tornando a casa: petrol-brividi), una o due cose sono certe: se c’è qualcosa da vincere -in Italia, benintesi- questa Juve c’è; e, per paradosso, visto che il miglior calcio l’ha espresso la Roma, a contendere i ‘tituli’ ai bianconeri ancora una volta c’è il Napoli che, nel passaggio da Mazzarri a Benitez, ha perso tanto ma quantomeno ha conservato l’appeal quale anti-Madama. Certo, in campionato i giallorossi hanno già seminato gli azzurri con una sgasata, ma vuoi vedere che il primo trofeo stagionale se lo aggiudica il terzo, e scostante, incomodo? Juve permettendo, chiaro. Per carità, la caccia grossa vedrà protagonisti da qui a maggio Allegri e Garcia, ma vincere aiuta a vincere e, anche se parte sfavorito, quello di Benitez è, dati alla mano, il deretano più vincente tra quelli ospitati su una panca di Serie A e, se abbandonerà per una volta dogmi tattici e non lascerà i propri pellegrini a centrocampo soli in quella pressa meccanica composta da Pirlo-Pogba-Vidal-Marchisio, magari la sfanga: gli Higuain e i Callejon sono quasi un lusso per il campionato italiano, per dire; i Mertens e gli Insigne un lasso (di tempo, tra una magia e una pausa); gli Hamsik, ahilui, un lesso e chissà quando la sindrome post-mazzarriana abbandonerà lo slovacco. Al caldo e pezzato pubblico del “Jassim Bin Hamad Stadium” l’ardua sentenza.

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[Maurizio Beretta tra Amboh e Chicazzè: ed è subito Qatar]

LO STATO DELLE COSE – E se, sulla bancarella di Doha, il calcio nostrano mette in mostra la meglio argenteria (mi raccomando, niente figure di guano e risse in diretta: già per convincere i calciatori a venire alle nostre latitudini è difficile, se poi anche la Supercoppa si trasforma nel campo di gioco della Longobarda all’ultima giornata, il brand reputation ti si ammoscia), nei confini nazionali il 2014 va in archivio con una classifica corta, cortissima che ripropone l’annoso quesito: torneo avvincente o pezze al culo? Più la seconda, ma non vorremmo passare per disfattisti, quindi diciamo che, in fondo, è un’avvincente torneo tra morti di fame. Prendi l’Inter: perde col Chievo e vede lo spettro della B, vince magari con la Lazio e farnetica di Champions; i nerazzurri hanno mille problemi e due fuoriclasse: Kovacic e Mancini, divisi solo da trent’anni e tante panchine. La lotta per il terzo posto è una bagarre che, per fortuna, vede le genovesi scombinare i piani delle grandi, o presunte tali, mentre il Milan più ha le toppe e più tira fuori il meglio di sé. Il resto è tutto un magma di incompiute (basta leggere la classifica dell’anno scorso) e di piacevoli sorprese (Empoli, Udinese, Sassuolo, Palermo) mentre solo l’Emilia (Parma) e la Romagna (Cesena) paiono davvero inguaiate: anche se i crociati hanno un capitale, tra Donadoni, senatori in infermeria e nuova proprietà, che la loro retrocessione sarebbe davvero una delle più clamorose degli ultimi anni. Novità? Niente. Anche qui: davvero. Qualsiasi cosa vogliate dire, fidatevi, è già stata detta, vista e ri-twittata. Certo, ci sarebbe Massimo Ferrero ma sul serio vogliamo chiamarla ‘novità’? E facciamolo, ma stiamo attenti a non metterle in mostra queste nostre innovazioni, che già all’estero ci guardano da anni manco fossimo dei portatori sani di virus Ebola; le boutade e le ‘simpatiche’ (sempre skysportianamente parlando, eh) gaffes del neo-presidente doriano fanno mettere le mani nei capelli e venire voglia di strapparseli tutti solo per emulare la leggendaria capigliatura di Attilio Lombardo, a mo’ di risarcimento morale. E non ce ne vogliano i tifosi sampdoriani, deliziati da un progetto tecnico serio, aiutato da una nidiata di prospetti in rampa di lancio e da un tecnico che, fosse andato alla Juventus questa estate, non avrebbe cambiato di una virgola né atteggiamenti né resa sul campo della propria rosa: Ferrero, al netto della persona che, nel privato, sarà anche gioviale e gradevole, nelle uscite pubbliche mostra la faccia più sconcertante e reazionaria -si, reazionaria: questo c’è dietro tanto ostentato e infantile e twitteriano anti-conformismo, condito da furbe lisciate allo stomaco peloso del tifoso medio- di un calcio che forse, oggi più che mai sente la mancanza di un altro Garrone, un altro Riccardo, compianto presidente blucerchiato scomparso nel 2013 e, si, finito in Serie B ma solo sul campo, mai nella vita. La maglietta (peraltro, pare, ricevuta da un tifoso: la tristezza) mostrata contro il deferimento per il “filippino” a Thohir -deferimento peraltro sbagliato, a nostro avviso: l’ignoranza è una battaglia persa a combatterla così- che recitava, testuale, “Thohir, che me la stiri questa?” è la pietra tombale del nuovo che avanza nel nostro calcio. “Avanza” nel senso che solo quello, oramai, ci era rimasto in fondo al frigo. Addio 2014, non ci mancherai: e col cavolo il “benvenuto” al 2015 se queste sono le premesse.

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[Buoni propositi per il 2015: la panchina lunga. Falegnami in allerta]

“MI SI NOTA DI PIU’ SE…” – “… se alleno la Nazionale e non me ne sto in disparte, o se mi dimetto e non la alleno proprio?”. Anche qui, nel dubbio, noi due cose le diciamo. Primo: se un dio del calcio esiste, che salvi l’Empoli di Maurizio Sarri, e non ce ne vogliamo i supporter delle altre squadre coinvolte nella lotta per la salvezza, non è un ‘endorsement’ alla più simpatica o alla gonnella di Cenerentola, il nostro. Secondo: indipendentemente dai risultati, e chissene dell’esperienza, vogliamo un anno di Sarri quale commissario tecnico della Nazionale di calcio italiana. Con notevole risparmio sull’ingaggio e sulla bile di chi, dall’esterno, deve assistere a ridicole manfrine come quella degli ultimi giorni sugli stage dei calciatori convocati. Vuoi mai che l’azzurro ritrovi pure l’appeal con questo educato ma pure ruvido signore di provincia che doveva arrivare in A affinché gli stolti turisti dei salotti televisivi (seeeeempre skysportianamente parlando, eh, non si fraintenda) si accorgessero di lui. In tempi in cui chiunque abbia poco poco di visibilità si mette a piagnucolare e si lamenta, cercando attenzioni manco si trattasse di ‘disturbi istrionici della personalità’, un bagno di umiltà rappresentato dal tutone in acrilico dell’ex impiegato di banca Sarri (peraltro tutto azzurro di suo: lo vedete che non è tanto peregrina questa idea?) non sarebbe male. E costituirebbe un buon esempio di meritocrazia oltre che di lezione a chi si sente primadonna senza averne i titoli. Con Sarri non si arriverebbe agli Europei? Poco importa. Un sogno, un’utopia, una promessa di bellezza: il tecnico di Napoli a Coverciano e Mirko Valdifiori suo alfiere a guidare per mano giovani e meno giovani di una selezione forse meno competitiva (perché poi tanta sicumera su questo aspetto?) sarebbe uno spiraglio di salvezza nel raglio continuo che oramai è diventato la colonna sonora del calcio italiano e dei suoi pseudo-fenomeni alla ricerca di riflettori. Una diagonale di Tonelli vi seppellirà: ce lo deve.

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[Il team manager della Nazionale a colloquio col futuro ct della Nazionale]

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