Dazeroaquattordici: cosa resterà dell’anno appena trascorso

Scolari e Neymar

Dal ‘Mineiraço’ al sistema… solare CR7, passando per il sovrumano Diego Godin e il prismatico Antonio Conte: i principali volti e fatti di un 2014 degno di essere ricordato per non essere poi così tanto degno di essere ricordato.

Il meglio e il peggio di un anno che doveva essere memorabile e, in fondo in fondo, lo è pure stato. Ma in maniera tutta sua, ed esclusi i vari vincitori, ça va sans dire. Ecco il pagellone finale da quattoridici a zero. A.k.a: caro 2014, grazie di tutto: ora, però, anche basta.

Dioscuri, e altri culti prossimi a essere venerati

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1) Manuel Neuer (voto 10) – La parte (con i guanti) per il tutto, ovvero la Nazionale, che celebriamo tutta sotto quella sua maestosa arcata di braccia aperte. Portiere, e oramai pure libero, del club e della selezione tedesca iridata nel 2014, raramente si ricorda una performance così sontuosamente silenziosa per salire sul tetto del mondo: come per Iniesta nel 2010, lo scandalo sarà non dargli il Pallone d’Oro. Risarcirebbe Buffon di un analogo scippo e darebbe finalmente a Lev Jascin un degno erede. Ciò che disarma, anche più di alcuni interventi sovrumani (vedi contro la Roma), è la calma con cui riesce a ricondurre entro i binari dell’ordinario anche le situazioni impossibili o le gare che valgono una carriera (la finale con l’Argentina). Che evoluzione rispetto al portierino che, nel 2011 con lo Schalke, si faceva ‘uccellare’ da Stankovic con un pallonetto siderale…

2) ‘Mineiraço’ (voto 9,5) – Ci sono gare che, letteralmente, escono dalla Storia per entrare nell’immaginario comune, assumendo i tratti di fiaba, tanto quanto più sono lontane nel tempo. Ecco: se il anche celeberrimo ‘Maracanaço’ del 1950, la madre di tutte le leggende risalente a un’epoca pionieristica del calcio -che da lì ha dato vita, in un certo senso al football moderno, quello che vive e sopravvive anche di immagini e supporti audiovisivi- diventa, da pietra miliare una pietra di paragone, allora vuol dire che quello che  è successo l’8 luglio, allo stadio di Belo Horizonte, fra altri 50 anni sarà diventata la mitteleuropea favola della buonanotte, o il Babau verdeoro che i nipoti di allora ascolteranno dai ragazzi di oggi. Nel bene e nel male, segnerà un’epoca: un applauso anche a noi che c’eravamo, anche solo per la fortuna di esserci stati.

3) Diego Godin (voto 9) – Anche qui, leggi Diego (Godin) ma in realtà intendi anche l’altro Diego (Simeone) e un gruppo di eroi che rimarrà nella memoria della gente ‘colchonera’ e, si spera, di tutti coloro che ancora non sono stati anestetizzati dai lustrini della solita vittoria dei soliti noti. Tre ‘cabezazos’ (contro il Barcellona all’ultima di campionato, contro il Real in finale di Coppa, contro l’Italia nel match decisivo del girone) per ricordare che i Dioscuri hanno il viso incavato, le origini proletarie e non hanno bisogno di mettere in mostra la ‘tartaruga’ dopo ogni gol. Ha sfiorato la leggenda con un dito, e con lui tutto l’Atletico Madrid e il suo Spartaco dal capello impomatato e la ‘mise’ da becchino in panchina: questa piccola imperfezione lo rende più umano, troppo umano. Ma, per fortuna, non ancora macchina (pubblicitaria).

(MVF) Most Valuable Facts

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4) Bayern Monaco (voto 9) – La difesa a 3 a cui è arrivato, per gradi, con Alaba trasformato in una sorta di Gareth Bale, Neuer libero, Lahm davanti alla difesa e Gotze centravanti nella seconda parte del 2014 è una di quelle cose che diverranno materia di studio. Ma mica nei trattati di calcio: proprio a scuola, in qualche corso interdisciplinare. Dopo il Barcellona schierato con 10 centrocampisti più Messi, ha aggiunto un altro mattoncino-Lego al Calcio Totale che tutti sistematicamente esaltano e poi danno morto e che, a dispetto delle fette di salame che tanti hanno sugli occhi, torna ciclicamente: quelli intonano il ‘de profundis’ per il tiki-taka e Guardiola lo ripresenta sotto altre vesti (e maglie). Migliorare questo Bayern Monaco era impossibile: lui, come già a Barcellona, ha ricordato a tutti che il vero centravanti “è lo spazio” e, nel nulla, ha tracciato l’impossibile solco di un passo in avanti. Magari non vincerà nulla a fine anno ma chissene, a questo punto.

5) Costarica (voto 8,5) – Solo i rigori con l’Olanda hanno spezzato il sogno di veder trionfare in Brasile la difesa a 5 e la commovente abnegazione dei ragazzi di Jorge Pinto che, ne siamo sicuri, avrebbero trovato anche la maniera di imbrigliare l’Argentina in semifinale. La finale coi tedeschi sarebbe stata solo il revival e la chiusura del cerchio della gara inaugurale del Mondiale 2006 contro quella Germania che allora più di quest’anno partiva favorita. Qualificazioni da leccarsi i baffi, gli scalpi di Italia e Uruguay nel girone, la vittoria contro il calcio sparagnino della Grecia ai quarti dopo i rigori; e tanti onesti pedatori trasformati in una macchina perfetta, per quanto di cilindrata ridottissima. Con tutti i limiti e le spintarelle da parte della Fortuna, hanno dimostrato che quasi nulla è impossibile: forse non battere il Fato (in quello ci è riuscita proprio la Grecia, nel 2004, e nessun’altro più da qui all’eternità), ma quantomeno arrivare a guardarlo negli occhi con spavalderia, si.

6) Yaya Touré (voto 8,5) – Il centrocampista più decisivo attualmente in circolazione. E lasciamo anche stare i 20 gol della scorsa Premer, che l’hanno visto lottare per il titolo di capocannoniere, e il bis del titolo col City: è che sa fare tutto e questo tutto, al momento, lo fa meglio di tutti. Pellegrini può, saltuariamente, fare a meno pure di Dzeko, Kompany e (ma il meno possibile) degli altri due ‘califfi’ in rosa, ovvero David Silva e Aguero: ma di Yaya Touré proprio no. Resta il dubbio se a Barcellona avrebbe continuato a fare da comprimario o se, sbarcato prima in Inghilterra, oggi sarebbe pure lui da Pallone d’Oro. Solo ai Mondiali non ha lasciato il segno e, a guardare il ben di dio dell’attuale generazione di calciatori da cui la Costa d’Avorio ha potuto attingere, viene il rammarico a ripensare alla definizione del calcio africano quale ‘calcio del 2000’. L’utopia non si è realizzata, vero, ma quegli stessi protagonisti non sanno quanto ci sono andati vicino.

7) L’addio di Javier Zanetti (voto 8) – Il tributo di un’altra ‘leggenda’ quale Ryan Giggs e la triste, ultima panchina a ‘San Siro’ contro la Lazio decisa da Walter Mazzarri. Inutile affastellare parole sul cumulo del ‘già detto’: vale la pena però ricordarne la misura, la sobrietà (senza sceneggiate, vittimismi o eccessive glorificazioni) e l’auto-consapevolezza nel decidere quando dire basta e come. Niente fanfare o mega-partite di addio (ci sarà sempre tempo, in fondo), certo, ma a pensare al dolce-amaro addio di Maldini o a quell ‘forzato’, a mo’ di esilio per Del Piero, beh, tanta roba.

8) Di Maria (voto 8) – Ha rischiato seriamente di prendere il posto di alcuni giocatori citati in questa classifica. Praticamente decisivo sempre, ma sempre anche un passo dietro gli altri, quasi a farne da scudiero e fionda per innescarli. Imprescindibile per l’annata storica del Real, da cui è stato frettolosamente scaricato per andare dietro al fenomeno di turno (tanto di cappello a Rodriguez, peraltro più giovane di soli 3 anni, ma l’impressione è che l’argentino, pur avendo meno colpi, sia più giocatore ‘a tutto tondo’), vera anima dell’Argentina che, esaurita la spinta di Messi, è arrivata scarica ai due appuntamenti decisivi del Mondiale: l’infortunio del ‘Fideo’ ha pesato più del calo finale di Messi. Potenzialmente potrebbe essere da top five di questa generazione, però il fatto di non essersi ancora evoluto (e forse mai lo farà, visto che altre sono le sue caratteristiche) in centravanti ‘totale’ alla Cristiano Ronaldo finirà per tenerlo sempre un gradino dietro ai grandi: quello stesso Ronaldo che ha alzato la Coppa in una finale ‘spaccata’ solo grazie a Di Maria, quello stesso Messi che si sarebbe preso tutti i flash se l’Albiceleste avesse trionfato in Brasile.

9) Juventus (voto 7,5) – Devastante -e chissà quando mai sarà battuto il record di punti in Italia- in campionato, da psico-dramma in Europa. Quale la vera? Quella che ha stritolato la prima, meravigliosa Roma di Garcia o quella ‘capace’ di perdere punti con Copenaghen e Galatasaray, compromettendo un agevole passaggio agli ottavi di Champions’? Quella che pareva all’altezza di giocarsela con tutte le big d’Europa almeno fino alle porte delle semifinali o quella che butta alle ortiche la possibilità di una finale di Europa League ‘apparecchiata’ in casa con il Siviglia per uno sciagurato 0-0 (cosa rara allo ‘Stadium’) col Benfica? In attesa che il dilemma si riproponga questa stagione, forse sarebbe bastato trasferire un po’ di record e punti inutili dal campionato alle coppe per rendere la stagione indimenticabile.

10) Lionel Messi (voto 7,5) – Si, ha perso tutto. E, si: doveva essere il suo anno (come tanti, come tutti: no?). Eppure ha trovato il tempo di: diventare il top-scorer di tutti i tempi in Liga, battendo il leggendario record di Telmo Zarra (250 gol); diventare il top-scorer all-time di Champions League (75 gol) battendo, prima lui di Cristiano Ronaldo, il record dell’altro madridista Raul; diventare il top-scorer di tutti i tempi del Barça, superando Paulino Alcantara; diventare il goleador di tutti i tempi nel ‘Clasico’, anche qui battendo un ‘blancos’, oltre che il connazionale, Di Stefano; e, tanto per gradire, diventare pure miglior marcatore nella storia dei derby con l’Espanyol (11 reti). Per paradosso, immeritato invece il ‘Pallone d’Oro Mondiale’ in Brasile, una sorta di beffa per compensare tanta opulenza di record ma non di trofei. Chiamatela crisi, dai.

Miti a metà

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11) Liverpool 2014 (voto 6) – La splendica cavalcata della primavera 2014 rovinata, ahilui, dallo scivolone di Gerrard che ha dato il ‘la’ al dramma contro un Chelsea arrivato ad ‘Anfield’ addirittura con le riserve in vista della Champions’ League. Da lì il tracollo e il regalo a un City che non aveva più il destino nelle proprie mani. Forse è la sintesi della carriera di Gerrard, centrocampista d’altra epoca, ogni epoca, ma a cui manca quel maledetto titolo in Premier. L’impressione è che l’impresa di Brendan Rodgers e di un gruppo irripetibile (Suarez ai suoi massimi, Sterling e Coutinho baby inemoniati, Sturridge mai cosi bomber) sarebbe stato l’incantesimo per fermare il tempo di Gerrard: che ora, invece, corre inesorabile verso un lento e malinconico declino. Un giorno verrà il momento del Liverpool: spiace che non sia toccato celebrarlo al giocatore-simbolo dell’epopea moderna (oltre che uno dei centrocampisti più grandi della storia del calcio). You’ll never slip alone.

12) Antonio Conte c.t. (voto 5,5) – L’uscita un po’ piagnucolante sui club cattivi che non aiutano la brava e buona Nazionale (beninteso: la sua) sarebbe encomiabile se non fosse che, alcuni mesi prima -come altre volte in passato- aveva risposto con boria e sufficienza a chi gli chiedeva numi circa la convocazione di Vidal: “E’ prima un giocatore della Juve, poi del Cile”, ipse dixit. Lo specchio, uno dei tanti, del Paese: un prisma, di facce, voltafacce e convenienze che rovinano quanto di buono fatto con la Juve e inaugurano la sua vicenda azzurra sotto una luce ancora più isterica e lamentosa che in bianconero. Una sua risata, se mai avverrà, ci seppellirà.

13) Nazionale Italiana (voto 4) – Che bel disastro. Il tanto ‘umile’ e coccolato dalla critica Prandelli (che poi è stata lestissima ad abbandonarlo: mitici pure i pennivendoli italiani) fa peggio quasi del Lippi bollito del 2010. Spiace che Balotelli sia diventato l’unico capro espiatorio di una spedizione che tante altre mele marce e clan aveva al suo interno: ah, ma di questo non si può parlare nella democristiana Italia. Di cui Cesare era il massimo sacerdote. Rifondazione? Operazione-simpatia? Ribaltoni in Federazione? Nuovo corso tecnico? Polemiche velenose, Tavecchio, Conte e isterismi sugli stranieri sono le uniche risposte che ha saputo partorire il nostro calcio. Auguroni.

And the “Tutto Pilates e Distintivo Award” goes to…

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14) Cristiano Ronaldo (voto 1) – Il festeggiamento dopo l’ultimo, e ininfluente, gol contro l’Atletico in finale -peraltro su rigore: che EGLI doveva tirare, mai sia che lo lasciava a un altro- e l’esibizione dei muscoli in mondovisione per la gigantesca impresa compiuta in una finale giocata in modo anonimo (gli eroi Sergio Ramos e Di Maria oscurati in un  batter di ciglia dai suoi pettorali pubblicitari) surclassano e umiliano, facendolo sembrare un episodio da ‘Libro Cuore’, la sguaiata esultanza di Inzaghi nel corso di un Milan-Torino 6-0. Bravo CR7, industria ambulante di te stesso e del calcio che presto farà l’eutanasia al calcio: simbolo di un calcio schiavo degli addominali metrosexual e prepotenti del grande campione che ha fame pure di briciole. Ma si, dateglielo un altro Pallone d’Oro: sul lato calcistico è già nella top ten dei calciatori più forti di tutti i tempi, ma a naso ci pare non sarà mai ‘il’ simbolo del Real come è stato Di Stefano, dovesse fare anche 1000 gol, come non sarà mai il n.1 di questa generazione a causa di quel piccoletto argentino un po’ sgraziato che si ostina a ostacolare il suo dominio, come non sarà mai all’altezza di un Bryan Ruiz o chicchessia capace di portare la Costarica (non il Portogallo, ancora una volta clamorosamente umiliato) fino ai quarti. E lui? ‘Aveva un problemino che ne ha condizionato il Mondiale’: già, la maglietta buttata via e la ‘tartaruga’ mostrata nella finale di Lisbona erano un supremo e cristologico grido di dolore del campione ferito ante litteram, sistema solare autoreferenziale: mica il tributo allo sponsor di turno di sé stesso, che avevate capito. Il calcio -e, perché no?- anche l’umiltà sono ancora un’altra cosa. Si spera. Quantomeno.

6 Comments

  • Va bene essere antironaldiani, caro Raffaele G. Flore, e non apprezzarne le esultanze(ovviamente esagerata quella della finale), ma il trafiletto su Ronaldo, dai, è ridicolo.
    Il rigore lo batte il rigorista di solito, ed è così per ogni squadra mi pare, anche se vinci 3-0 è pur sempre la finale di Champions. Lo zampino di CR7 poi c’è in 3 dei 4 gol delle merengues, o il recupero di palla in difesa che da il via all’azione del gol del vantaggio di Bale non conta?
    Al mondiale non ha brillato, ma il Portogallo, che s’è messo d’impegno per complicarsi la vita (leggi alla voce Pepe…), ha potuto lottare fino alla terza partita grazie proprio ad un colpo di Ronaldo (cross lanciato da “casa sua” contro il Ghana ) o neanche questo conta? (Magra consolazione, ma CR7, il Portogallo, lo ha già portato ad un passo dal trionfo, sebbene fosse un Europeo, o no?)
    E poi “come non sarà mai il n.1 di questa generazione a causa di quel piccoletto argentino un po’ sgraziato”… dai va là.

  • Non sono antironaldiano: è che non mi piacciono i TeleTubbies. Ho smesso a 5 anni di guardarli: li danno ancora in tv? 🙂

  • Ahahah, vabbè, ti lascio al tuo Vangelo secondo Messi.
    ps. la tua ‘foto profilo’ è top!

  • ahahaa, ma lo vedi che sei tu quello che prende posizione tra ‘ronaldiani’ e ‘messiani’: il mio Vangelo è solo, sempre e forever Juan R. Riquelme, spazio per altri non c’è! 😀

    p.s. è da un film di Takashi Miike!

  • Ho parlato di Vangelo per la frase nell’articolo, comunque sempre in argentina rimaniamo eh?;)
    Takashi Miike invece non lo conosco, fortunatamente c’è Wiki

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