NBA Mid-season recap: cos’è successo prima della pausa per l’All Star Game

La pausa dell’All Star Game sancisce ufficiosamente la fine della prima metà di stagione regolare, benché tutte le squadre abbiano superato l’effettiva metà di stagione (41 partite) già da parecchi giorni. Al termine del weekend delle stelle, che per gli appassionati è un avvenimento più che trascurabile mentre per giocatori e celebrità varie è una vera e propria festa, si darà inizio al rush finale, quello che porterà ai playoff, dove tutto ricomincerà da zero. Vediamo come stanno le cose in questa prima parte di stagione NBA.

TUTTI PER UNO – Chi ha visto giocare Atlanta, quest’anno soprattutto ma anche la scorsa stagione, avrà facilmente notato come in squadra non ci sia nessuna superstar ma tanti ottimi giocatori, ciascuno dei quali contribuisce attivamente alla causa. Tutto il quintetto gioca tra i 30 e i 33 minuti di media, mentre le seconde linee tra i 19 e i 15, e non è un caso che, nel mese di gennaio, sia stato proprio lo starting five degli Hawks ad essere stato nominato Giocatore del mese della Eastern Conference, prima volta nella storia della NBA, ovviamente, come premio per il mese passato da imbattuti (17 vittorie e zero sconfitte, altro record di Lega). La disciplina portata in squadra da Mike Budenholzer, storico assistente di Popovich in quel di San Antonio, deriva proprio dall’incredibile esperienza accumulata in Texas, ed è riscontrabile tanto in attacco quanto in difesa. Il modello Spurs viene replicato qua e là in giro per la Lega, con alterne fortune, anche grazie alla miriade di assistenti cresciuti professionalmente alla corte di Popovich, con vari incarichi, assunti come capi-allenatore da molte squadre della Lega. Nel gioco offensivo degli Hawks si predica altruismo e continuo movimento di palla, e quello di extra pass è un concetto chiave: tutto ciò è testimoniato anche dalle statistiche riguardanti il movimento di palla, in cui gli Hawks sono stabilmente nella top 5 (assist totali, assist a partita e passaggi a partita).

Anche in difesa i numeri certificano la qualità del lavoro di Budenholzer, visto che i suoi sono quarti sia per punti subiti a partita (96.8), sia per percentuale dal campo concessa (43.4), mentre le rubate a partita sono 8.8, cifra che vale il quinto posto in coabitazione con Phoenix.

All’All Star Game vedremo ben quattro giocatori del quintetto, Teague, Horford e Millsap quelli scelti proprio da Budenholzer, che sarà il coach dell’Est, e Kyle Korver, scelto per rimpiazzare Wade, infortunato. La scelta dell’ex Sixers e Jazz può essere vista come il premio alla carriera per un giocatore che non è mai stato così determinante ed efficace in nessun altra squadra. Ciò che colpisce di lui, ovviamente, è la sua qualità offensiva, visto che potrebbe essere il primo giocatore di sempre a far registrare un 50-50-90, inteso come percentuali dal campo, da 3 e ai liberi, e la sua assenza dal campo nei momenti di riposo si sente davvero, come testimoniato dall’offensive rating, che passa da un 114.8 quando è sul terreno di gioco, a 101 quando è in panchina. Ma è anche un più che discreto difensore nell’uno contro uno nonché un maestro dei blocchi, sia che si tratti di utilizzarli per sé, sia che si tratti di bloccare per uno dei suoi compagni, come possiamo vedere qui sotto.

Korver blocco1

Korver blocco 2

Korver finta blocco

Korver uscita blocco

Nei primi due casi, Korver si muove attirando, come sempre, le attenzioni della difesa, che teme di dover subire un suo tiro da tre in uscita dai blocchi, ma è proprio lui a creare spazio per Millsap e Mike Scott (altra arma tattica in uscita dalla panchina). Nel terzo caso, invece, KK blocca…per se stesso, traendo in inganno Thompson, che si aspettava un’uscita di un avversario attraverso l’ostruzione proprio di Korver.

Certo, la squadra ha punti deboli, come tutte, ad esempio nei rimbalzi o nella mancanza di un giocatore tecnicamente dotato a cui affidarsi ai playoff quando le partite saranno in bilico, anche se l’esempio della democrazia Spurs fornisce un precedente benaugurante. Garantisce Budenholzer.

CORSA ALL’OTTAVO SEED, PT.1 – In entrambe le Conference la corsa per un piazzamento ai playoff è apertissima, sia per quanto riguarda i seed, sia per quanto riguarda le squadre partecipanti. Partendo da Ovest, in posizione ben poco invidiabile troviamo gli Oklahoma City Thunder. Vista la situazione attuale dell’Ovest, una vera e propria tonnara, l’infortunio di Durant, occorso peraltro all’inizio della stagione, ha complicato non poco i piani della squadra di Scott Brooks che, per colpa dei problemi fisici patiti da Durant e Westbrook, ha cominciato la stagione con un record di 4-10, dovendo così rincorrere le prime 8 della classe, di cui ovviamente tutti erano convinti che i Thunder facessero parte. Al di là delle 34 partite (combinate) saltate dai due fenomeni, il rendimento dei Thunder è stato solo discreto (ad oggi il record dice 28-25, con una partita di vantaggio sui Pelicans, decimi, e mezza di svantaggio sui Suns, ottavi), nonostante le cifre da MVP di Russell Westbrook. Il prodotto di UCLA sta giocando con la solita aggressività che lo contraddistingue, e forse anche di più, e sta facendo registrare 25.8 punti (massimo in carriera) con 7.6 assist, 2.2 rubate (altro career high) e ben 8.7 gite in lunetta a partita, una in più del suo precedente massimo, risalente alla stagione 2010-11. Vista la prolungata assenza di Durant, per problemi al piede e alla caviglia, e un rendimento non sempre al massimo per il nativo di Washington, il numero zero dei Thunder si è preso molte più responsabilità offensive, e nelle ultime sei partite è arrivato ad avere medie di 31 punti, 8 rimbalzi e 9 assist, con quasi 11 liberi di media tentati (e segnati col 92%). Poi certo, lo stile di Russell è decisamente poco ortodosso e molto discutibile specie quando le cose vanno male: ad esempio, il numero 0 dei Thunder si prende il 26% dei suoi tiri ad inizio azione, tra i 22 e i 18 secondi, dopo aver palleggiato 7 o più volte (28% delle occasioni),e nel 24% dei casi con il difensore letteralmente in faccia (tra 0 e 2 piedi, quindi più o meno mezzo metro). Ma questo è Russell Westbrook, prendere o lasciare. E per come vanno le cose adesso, i Thunder lo prendono volentieri, visto il rischio di doverlo lasciare (insieme a KD) nell’estate 2016.

Le rivali dei Thunder nella corsa all’ottava testa di serie sono, come detto Suns e Pelicans. La squadra di Hornacek sta tenendo duro, nonostante il ritorno di OKC e la sfortuna, che pende dalla loro parte (in questa stagione ci sono stati finora 15 buzzer beater, quattro dei quali hanno visto i Suns dalla parte sbagliata del miracolo).

I Suns, dallo scorso anno, hanno messo nel motore un Isaiah Thomas ed un Alex Len in più. L’arrivo dell’ex Sacramento Kings garantisce molta più pericolosità dalla panchina, e soprattutto grande versatilità, visto che le sue percentuali sono ottime sia da 3 punti (quasi 40%), che al ferro (60%, dato strabiliante se pensiamo che Thomas è solo 1.75 m).

Ecco la shot chart di IT:

Schermata 2015-02-14 alle 11.43.35

L’arrivo di Thomas, però, sembra aver tolto un po’ di sicurezza a Goran Dragic, che rimane comunque il miglior giocatore della squadra da un punto di vista del talento. Nonostante i tre riescano a convivere spesso nei finali di partita, il rendimento di Dragic ha risentito della presenza di Thomas, come possiamo notare dal calo complessivo delle cifre da una stagione all’altra: da 20 a 16 punti, dal 41% da tre al 35, da 6 assist a partita a 4 e da 5.5 a 2.5 viaggi in lunetta, segno di una minore aggressività.

Alex Len è stato invece una piacevole sorpresa, visto il calo (conseguente?) di Miles Plumlee, il cui rendimento lo scorso anno aveva sorpreso un po’ tutti. L’ucraino era stato scelto nella perplessità generale allo scorso draft, a causa dei problemi fisici patiti al college, che si sono protratti anche al primo anno tra i pro. L’ex Maryland, però, ha avuto un ottimo impatto nella sua seconda stagione, fino a scalzare Plumlee dal ruolo di titolare. Len ha complessivamente una buona mano, al ferro tira con il 71% e, sebbene il sample size sia molto ridotto (neanche 100 tiri complessivi), ha dimostrato di aver un tiro dalla media su cui, a lungo termine, si può lavorare per ottenere risultati più che discreti. Non è un rim protector, concede il 52% agli avversari al ferro, ma è un giocatore piuttosto mobile e lungo abbastanza da lavorare bene sui pick and roll.

Terza e ultima squadra a giocarsi con Thunder e Suns l’accesso alla postseason è New Orleans. I Pelicans, nonostante un gioco offensivo stagnante come pochi, hanno già fatto parecchie vittime in casa propria (Rockets, Clippers e Spurs su tutti), trascinate da un Anthony Davis mostruoso, che non vincerà l’MVP per il record di squadra che lo penalizza, ma che ha tutte le carte in regola per essere inserito nel lotto dei favoriti: 24.5 punti, 10 rimbalzi, quasi 3 stoppate con il 55% dal campo e l’83% ai liberi sono tanta roba, così come lo è il suo miglioramento da un anno all’altro nel suo gioco offensivo, come testimoniano le due shot chart seguenti (la prima si riferisce alla stagione 13-14, la seconda a quella in corso).

Schermata 2015-02-14 alle 11.43.03

AD shot chart 14-15

Il suo impatto va valutato all’interno di una squadra che, se non fosse per lui, sarebbe davvero da bassifondi, sia per profondità, che per qualità in alcuni reparti (Luke Babbitt e Dante Cunningham hanno giocato ampi minuti da titolari nel ruolo di “3”, Jimmer Fredette, Alexis Ajinça e John Salmons sono uomini abituali di rotazione, e via dicendo). Tyreke Evans, dopo anni bui passati a Sacramento, sta facendo vedere ottime cose, che ricordano molto quelle messe in mostra nel suo anno da rookie (in cui fece registrare 20 punti, 5 rimbalzi e 5 assist di media): il suo talento viene decisamente esaltato da un attacco onestamente brutto da vedere, con tanti isolamenti e pochi passaggi, in cui evidentemente Evans, viste le sue caratteristiche, si esalta. La squadra, che può contare su una frontline top con Davis, Asik e Ryan Anderson (candidato al premio di Sesto Uomo dell’anno), ha tanti buchi, tappati da Davis, che deve tornare in forma il prima possible dopo l’infortunio alla spalla destra patito la scorsa settimana, per continuare a dare speranze di playoff ai suoi.

CORSA ALL’OTTAVO SEED, PT.2 – Anche ad Est la lotta per i playoff è decisamente serrata, nonostante la qualità media delle formazioni implicate sia, come ben sappiamo, decisamente inferiore. Al sesto posto, staccata per ora dalle ultime due posizioni, abbiamo Milwaukee, una delle sorprese della stagione. Il lavoro di Jason Kidd fino a qui è stato davvero encomiabile, per come ha saputo dare un’identità (difensiva) alla squadra e coesione, nonostante i problemi fisici di Jabari Parker e quelli personali di Larry Sanders. L’impronta difensiva di Kidd è stata visibile anche lo scorso anno alla guida dei Brooklyn Nets, che, nonostante l’infortunio di Brook Lopez, sono riusciti a fare discrete cose anche nei playoff, con una delle migliori 10 difese della Lega (a 99.5 punti subiti di media). Attualmente, i Bucks sono la sesta miglior difesa del campionato, alla pari con Indiana, e sono al vertice in tante categorie statistiche, come i punti concessi in transizione (primi, 1 punto di media subito), primi a pari merito con gli Hawks per punti concessi al portatore di palla nel pick and roll, nella top 10 per punti concessi a giocatori che effettuano un taglio (concedendo loro solo il 58%), e sono secondi nella classifica delle rubate, con quasi 10 a partita: certamente aiuta il fatto di avere giocatori dall’ampia apertura alare, come Middleton, Henson, che sta facendo vedere buone cose adesso che l’infortunio di Parker gli ha aperto maggiormente le porte della rotazione, Larry Sanders (finché c’è stato) e Giannis Antetokoumpo.

Il ragazzo greco ha dato dimostrazione della sua aggressività e del suo atletismo, tutto questo senza un tiro credibile dalla media (dove spesso tende a rifiutare tiri aperti per prendersi tiri contestati in entrata); la sua altezza e le sue braccia lunghissime (2.20 circa di apertura alare) lo rendono adatto anche a giocare da “4” tattico e a creare seri problemi agli avversari durante i pick and roll, situazioni in cui la difesa di Milwaukee crea con successo molta pressione. La grande stagione dei Bucks può essere riassunta con un primato che li riguarda: sono la prima squadra di sempre ad arrivare alla pausa per l’All Star Game con il doppio delle W della stagione precedente.

Detroit Pistons vs Milwaukee Bucks

Al di sotto dei Bucks, le cose si fanno molto complicate, nel senso che abbiamo sei squadre separate da sole due vittorie di distanza, e cioè: Charlotte, Miami, Brooklyn, Boston, Detroit, Indiana. Da un punto di vista statistico, Charlotte e Miami, che attualmente occupano le ultime due posizioni utili per i playoff, sono molto simili; entrambe hanno ottime difese (sesta e terza, rispettivamente), entrambe fanno fatica a segnare (quartultima e terzultima, rispettivamente). L’esperimento Stephenson con gli Hornets sembra essere deragliato totalmente, e non è un caso che, quando Lance è stato fuori infortunio, la squadra di Steve Clifford si sia ripresa dopo un inizio di stagione scioccante. In estate, l’idea era quella di aggiungere ad un attacco molto disciplinato e decisamente “old school”, in cui gran parte del gioco ruota attorno ad un big man vecchio stampo come Al Jefferson, di aggiungere, dicevamo, una variabile impazzita come l’ex Indiana, che porta grande creatività dal palleggio, oltre ad una grande aggressività in difesa: ad oggi, quando Born Ready è in campo, l’offensive rating della sua squadra cala di 6 punti e mezzo (da 97.2 a 103.6) e anche il defensive rating peggiora di quasi 3 punti. Gli Hornets stanno cercando in tutti i modi di rimediare almeno in parte all’errore commesso, sondando il terreno per una trade.

Per quanto riguarda gli Heat, c’è grande curiosità attorno alla squadra per via dell’esplosione di Hassan Whiteside, centro scelto nel 2010 da Sacramento dopo un solo anno di college, che, dopo due anni di nullafacenza NBA, ha preferito continuare la sua carriera altrove (anche nel super-competitivo campionato libico…), per poi venire chiamato da Pat Riley in questa stagione. Sappiamo che i lunghi hanno tempi di maturazione molto ampi, ma i risultati che ha saputo produrre Whiteside dall’inizio del 2015 sono decisamente incredibile per un giocatore di cui si erano ormai perse le tracce a livello professionistico. Nove doppie-doppie in 16 partite, con anche una tripla doppia condita da 12 stoppate (record di franchigia, che neppure Alonzo Mourning e Shaq hanno saputo battere) rappresentano il ruolino di marcia nel 2015 di questo ex-sconosciuto che si sta prendendo le luci della ribalta.

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A Detroit, sfortuna a parte, Stan Van Gundy sta cominciando a far quadrare i conti. Certo, il record di 21-33 non induce all’ottimismo, ma l’ottavo posto è lì ad un passo, e, dal taglio di Josh Smith, la squadra ha iniziato ad assimilare i concetti di Van Gundy, e i risultati si stanno vedendo. Da quando Josh Smith è stato lasciato andare, il record dice 16-10, e sebbene la rottura del tendine d’Achille patita da Brandon Jennings, che stava probabilmente giocando il basket più convincente della sua carriera, possa aver complicato il loro cammino verso la post-season, c’è ottimismo per il modo in cui Monroe e Drummond stanno in campo insieme, soprattutto visto il fatto che l’ex Georgetown sarà free agent, in estate, e il suo status all’interno della squadra si sta cementando, dopo un primo periodo di incertezza circa il suo futuro. Adesso che la squadra sta prendendo forma secondo i dettami del loro coach (un centro che occupa l’area e quanti più tiratori possibile attorno a lui), i Pistons potrebbero essere pronti al ritorno ai playoff, dove mancano da cinque anni. Van Gundy è l’uomo giusto.

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