NBA Conference Finals: LeBron e Steph Curry trascinano Cavs e Warriors in finale

Non sono state delle bellissime finali di Conference (eufemismo); combattute in alcune occasioni, teatro di grandi prestazioni (chiedere a LeBron, Curry e Harden), ma non esaltanti, né tantomeno incerte. Il verdetto ha stabilito, in maniera piuttosto secca, che saranno Cleveland e Golden State a giocarsi il Larry O’Brien Trophy a partire dal 4 giugno. Vediamo come hanno superato i rispettivi ostacoli prima di ritrovarsi insieme in finale, partendo dai primi a qualificarsi, i Cavs.

LEBRON LOGORA CHI NON CE L’HA – Come James stesso ha dichiarato in un’intervista durante la serie, il 23 di Cleveland è dovuto tornare indietro ai tempi del suo primo periodo con questa maglia, quando era il giocatore più talentuoso ed esperto del roster, una guida spirituale in campo e fuori, ruolo che agli Heat non doveva necessariamente ricoprire vista la presenza di altri grandi giocatori e veterani come i vari Wade, Bosh, Ray Allen, ecc. Di questi Cavs, James è l’uomo di riferimento, dal momento che solo JR Smith. Mozgov e Shumpert (in minima parte questi ultimi) avevano esperienza di playoff, e il loro inserimento in squadra è venuto a stagione in corso con una trade che molto probabilmente ha salvato la stagione di Cleveland e il suo futuro prossimo.
Già da gara 1, LeBron ha messo subito le cose in chiaro, mandando a referto 31 punti, 8 rimbalzi e 7 assist, e vincendo la partita nel secondo tempo insieme al contributo fondamentale di JR Smith (di cui parleremo più avanti), dopo una prima frazione decisamente equilibrata. Gli Hawks hanno avuto 27 punti da Jeff Teague, concentrati però nei primi due quarti: nel primo tempo sono andati a bersaglio sette degli undici canestri messi a segno, mentre nella ripresa ha avuto molte più difficoltà, specie a concludere al ferro (ha concluso la serie con il 40% nel pitturato). Non è andata altrettanto bene ad altri due elementi del quintetto, Demarre Carroll e Kyle Korver, autori di 5 e 9 punti, rispettivamente.
Korver, in particolare, ha sofferto molto la marcatura stretta che i difensori gli hanno riservato, memori della percentuali del (quasi) 50% messa in mostra in stagione; la percentuale di tiri definiti “tight” secondo le voci statistiche NBA (ossia quelli con il difensore a una distanza di 2-4 piedi) è aumentata, dal 34 al 41%, mentre è diminuita di quasi dieci punti percentuali quella relativa ai tiri aperti (da 23 a 14). Merito di ciò va ascritto, nella serie contro Cleveland, alla difesa di Iman Shumpert che, prima che il tiratore ex Utah e Chicago dovesse abbandonare gara 2 e playoff dopo uno scontro con Dellavedova, gli ha impedito ricezioni facili (anche dopo ripetuti screen dei compagni) e lo ha costretto a mettere palla per terra, situazione in cui Korver non è a proprio agio. Nel caso mostrato sotto, Shumpert rimane incollato al suo marcatore, impedendogli di sfruttare lo screen di Millsap, che guarda nella sua direzione ma senza risultati; in un altro caso, in uscita da un blocco, anche Tristan Thompson si para davanti al numero 26 di Atlanta, impedendogli una soluzione comoda.

Korver no screen

Anche nelle successive tre gare, LeBron ha mostrato una superiorità imbarazzante contro qualunque difensore gli venisse messo alle calcagna (e, per giunta, il problema al ginocchio patito da Carroll sul finire di gara 1, che sembrava far presagire il peggio, non ha aiutato le operazioni di contenimento del numero 23). Bazemore, Carroll e Millsap non hanno potuto fare nulla per arginare lo strapotere fisico di James, mentre molto meglio è andata quando, specie in gara 3, la difesa degli Hawks gli ha concesso dei tiri dalla media: sfidarlo al tiro è l’unico modo per farlo faticare.
Di certo non lo è mandarlo in post, dove LeBron ha imparato a giocare con continuità e intelligenza. Da lì, sono varie le opzioni: giro e tiro, tiro su una gamba alla Nowitzki, penetrazione a canestro sfruttando il fisico o assist per un compagno. In questi playoff, LBJ è il primo, tra le ali piccole di ruolo, per la frequenza con cui utilizza questa situazione di gioco (15%), quattordicesimo per punti segnati in post (0.88) e settimo alla pari con Kawhi Leonard per % (50). In gara 2 poi ha ucciso Atlanta con le sue penetrazioni, che hanno portato alla causa 20 punti, 12 suoi e 8 creati da lui.
Gara 3 è quella in cui s è visto tutto quello di cui può essere capace LeBron, nel bene e nel male. Nel primo tempo, il tabellino dice 3/11, con 0 canestri segnati sui primi 10 tentativi: il piano di Atlanta, di tenerlo lontano dall’area e lasciargli spazio per i jumper ha funzionato (ma anche nei pressi del ferro il risultato non è stato molto migliore). Però è in questi momenti che capisci perché, da qualche anno a questa parte, James sia il giocatore più forte del pianeta. Con l’assenza di Irving, a causa di un problema al ginocchio che lo ha costretto a saltare anche gara 3, Blatt ha dato grande spazio al quintetto piccolo, con Thompson da centro e LeBron…da play! Il basket moderno, in molti casi, prescinde dal ruolo, che talvolta si riduce ad una mera definizione, mentre il campo parla diversamente; con questo schieramento, l’ex Heat sarebbe un’ala forte, se non fosse che Madre Natura lo ha dotato di un talento spropositato, che va oltre il fisico da centro, e arriva fino ad un ball-handling e ad un generale IQ cestistico che lo rendono capace di assolvere con continuità i compiti di playmaker, ruolo che, nel terzo episodio della serie ha svolto con continuità, attorniato dai vari Dellavedova, Smith e Shumpert: la tripla doppia da 38-17 rimbalzi-13 assist (con anche la tripla dall’angolo che ha portato avanti i suoi per l’allungo decisivo) è solo la conseguenza di avere un giocatore in grado di farti la differenza su più fronti nella stessa azione.

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SOPRA LA PANCA – Oltre a LeBron, la differenza sostanziale tra Cleveland e Atlanta è stata la capacità dei Cavs di trovare qualche arma utile dalla panchina, capace di indirizzare partita e serie dalla propria parte (nonostante le opzioni non abbondassero nemmeno in casa Cleveland, va detto)
JR Smith ha chiuso la serie a 18 punti di media, secondo miglior realizzatore di squadra, e vero e proprio “microonde” al servizio di coach Blatt. Quando l’ex Knicks e Nuggets viene messo nelle condizioni di non nuocere, e si sente responsabilizzato, allora sa essere un grandissimo giocatore, soprattutto per la capacità di accendersi in un amen e di mandare a bersaglio tiri contestati. Ne è la prova la splendida gara 1, terminata con 28 punti, frutto di un 8-11 dalla lunga distanza, e in generale tutta la serie contro gli Hawks, in cui il 50% delle sue conclusioni sono arrivate senza aver messo palla per terra nemmeno una volta e, perché no, quando il cronometro sta per scadere (15.5% delle volte).
Per non parlare dell’impatto difensivo di Dellavedova, capace di cambiare l’inerzia della partita con quelle che si definiscono hustle plays, giocate di intensità: se c’è da portare un raddoppio, prendere uno sfondamento, buttarsi su una palla vagante (chiedere per informazioni a Horford e Korver), lui c’è.
Quello che è mancato ad Atlanta è stato proprio un J.R. Smith, o un Lou Williams, che lo scorso anno era proprio il sesto uomo della squadra della Georgia. La squadra ha tirato malissimo da tre punti, un orribile 23% di squadra, e dalla panchina nessuno è riuscito a mettere una pezza. I vari Antic, Scott (0-12 dalla lunga), Muscala, Bazemore e Schroeder sono stati impalpabili, e l’unico a venire in soccorso dei titolari, un po’ a sorpresa, è stato Shelvin Mack, che in stagione regolare aveva sempre trovato poco spazio. Schroeder ha avuto grossi problemi al tiro in questi playoff, e con Cleveland non è stato diverso; la difesa dei Cavs gli concedeva tiri aperti che lui, ingolosito, non ha potuto esimersi dal tentare, con conseguenze disastrose (12% da 3 punti, 33% dal campo nella serie). L’ex Butler University è stato scongelato in gara 3, rispondendo con 13 punti – il massimo, in coabitazione con Schroeder, fatto registrare da una riserva degli Hawks nella serie- pur inutili al fine del risultato (anche se proprio Mack ha avuto due occasioni per pareggiare la partita negli ultimi secondi dell’overtime).

Non è un membro della panchina, ma lo è stato per tutto l’anno (e lo sarebbe ancora senza l’infortunio di Love), Tristan Thompson, che ha avuto un impatto straordinario sulla serie e sulle sorti dei Cavs in generale in questa edizione dei playoff. Già in sede di preview della serie, si poteva immaginare che l’ex Texas potesse essere un fattore grazie alle sue doti di rimbalzista offensivo, specie contro una squadra che per scelta ritiene i rimbalzi in attacco non indispensabili, anzi, deleteri in quanto forieri di transazioni difensive inefficaci (Spurs docet). La battaglia sotto canestro ha premiato nettamente i Cavs, grazie ai 208 rimbalzi presi (contro i 157 degli avversari): di questi, 55 sono offensivi, e 17 sono stati catturati dal solo Tristan Thompson- tutti gli Hawks arrivano a 27. Riassumendo, TT ha portato a casa il 15,2% di rimbalzi disponibili, per non parlare del 15,3% di Mozgov che sta giocando dei playoff strepitosi, soprattutto per quanto riguarda la presenza sotto canestro – il russo concede il 40,7% al ferro, dato migliori di quello dei vari Howard, DeAndre Jordan, e co – e per l’efficacia nel pick & roll con James.

Menzione finale per coach David Blatt, a cui vanno grandi complimenti per il modo in cui ha saputo tenere salda la nave, di fronte allo scetticismo dei tifosi, della stampa, magari anche dei suoi stessi giocatori, e agli infortuni: chiaramente, i Warriors sono un grosso ostacolo che lo separa dal titolo, ma negli ultimi mesi ha dimostrato di avere gli attributi necessari a stare dov’è e giocarsela fino in fondo.

TROPPO CURRY – Le prime tre partite della serie portano la firma indelebile di Steph Curry (34, 33 e 40 punti segnati, rispettivamente). Posto che difendere su giocatori del genere non significa di certo annullarli, ma fare in modo che i loro 20-25-30 punti canonici siano il più indolore possibile nell’economia della partita, i Rockets in più di una occasione sono stati decisamente permissivi nel modo in cui hanno cercato di contenere Curry e, soprattutto, piuttosto lenti nell’eseguire aggiustamenti (che si sono visti solo in gara 5 in maniera più consistente). La decisione dei Rockets era quella di cambiare sui pick & roll tra Curry e Green, in modo tale che sul numero 30 dei Warriors finisse Josh Smith. Peccato che l’ex Hawks e Pistons si sia reso di protagonista di alcuni episodi difensivamente indegni contro Curry (e in generale di una serie con alti, specie quando portava palla in attacco, e bassi), specie off-ball, e che il play di Golden State finisse il più delle volte per lasciarlo sul posto dal palleggio, con risultato un passaggio per Bogut sotto canestro, se Howard faceva tanto di uscire incontro a Curry, oppure era proprio l’ex Davidson a finire a canestro.

Tornando a gara 1, la partenza lanciata dei Rockets è stata fermata nel secondo quarto con un parziale di 23-6 in cui Kerr ha deciso di impiegare il quintetto piccolo con Draymond Green da 5: grazie alla grande difesa dell’uomo da Michigan State, e i frequenti raddoppi su Howard per forzare palle perse, i Warriors sono andati a riposo in vantaggio. Certo, la fortuna ha dato una mano alla squadra di casa, fortuna che ha indossato per un attimo i panni di Josh Smith, che, su un’azione da rimbalzo è franato sul ginocchio di Howard, costretto a giocare solo 26 minuti totali e a fare da spettatore per quasi tutto il quarto periodo.
L’infortunio patito, peraltro, non gli ha impedito di giocare complessivamente un’ottima serie, tanto in attacco quanto in difesa. Howard ha chiuso i playoff con 16 punti, 14 rimbalzi e 2.3 stoppate di media, compreso un importantissimo lavoro di intimidazione sotto canestro, zona in cui ha concesso il 45% agli avversari.

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Uno dei problemi avuti dai Warriors in gara 1 è quello relativo a Bogut; non tanto per lo “0” alla voce punti segnati, o i soli 4 rimbalzi, quanto per il motivo di tutto ciò, vale a dire i falli che lo hanno condizionato fin dai primi scampoli di gara e che lo hanno costretto a giocare solo 16 minuti. In gara 2, l’australiano ha nettamente cambiato marcia, stando alla larga dai falli e dando un grandissimo apporto alla causa, distribuendo 5 stoppate, concedendo il 47% scarso al ferro e mandando anche a referto 14 punti più 8 rimbalzi.
Anche in questo caso, Curry è monumentale: 33 punti con il 62% (!) dal campo. Ancora una volta, i Rockets sono apparsi molto molli in svariate situazioni, soprattutto in transizione (una delle croci della squadra di McHale nelle prime quattro partite contro i Clippers) e anche in marcatura su Curry stesso, che ha anche potuto beneficiare di ben 8 tiri non contestati, quattro dei quali mandati a bersaglio. Continuano ancora i problemi per Klay Thompson, provato dalla marcatura su James Harden e dalla difesa di uno strepitoso Ariza, che chiude la partita con 13 punti e 1/7 da tre.

Gara 3, invece, è stata la sublimazione del gioco dei Warriors, condito da aggiustamenti difensivi e da un quarantello di Curry (su soli 19 tiri) nell’ennesima giornata di onnipotenza cestistica.

I Warriors si sono dimostrati molto più aggressivi su James Harden, cercando di collassare l’area nelle sue penetrazioni, e aggredendolo con dei raddoppi dal pick&roll, situazione in cui l’ex Thunder ha fatto malissimo agli avversari, soprattutto in gara 2 (ne parleremo dopo), e il risultato è una partita da 3/16 dal campo per 17 punti, 11 dei quali arrivati dalla lunetta.
Houston è partita molle fin dall’inizio e, tra errori difensivi, scarse percentuali offensive e una netta supremazia a rimbalzo per gli ospiti (60-39), le bellissime – ancorché inutili – prime due gare della squadra di McHale vengono spazzate via in un amen.

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ROTAZIONI INFINITE – Il problema di affrontare questi Warriors è quello di doversi preoccupare di 10 giocatori che possono farti male in più modi. Chiaro, gli Splash Brothers te ne possono mettere 50 senza che te ne accorga, Draymond Green è il coltellino svizzero che tutte le squadre vorrebbero avere, Bogut è l’ancora della difesa di Golden State. Ma c’è di più, e durante la serie coi Rockets, e in generale durante tutto l’arco della stagione, ne abbiamo avuto più di una dimostrazione. In gara 1, la rimonta che poi ha permesso alla squadra di Kerr di rimanere avanti per tutta la partita è arrivata col quintetto piccolo, in cui peraltro c’è un giocatore che piccolo non è, Shaun Livingston. Il cambio di Steph Curry ha messo a segno 18 punti, 16 dei quali nel secondo quarto, sfruttando perlopiù la sua altezza, che gli consente di portare in post basso buona parte dei play con cui si trova accoppiato (nella fattispecie, Jason Terry). Harrison Barnes e Andre Iguodala sono altre armi fondamentali nell’arsenale dei Warriors, come si è visto, ad esempio, in gara 5 – vinta proprio da Barnes, possiamo dire. In una serata in cui i padroni di casa hanno fatto una tremenda fatica a trovare il fondo della retina, l’ex North Carolina, ha risposto con 24 punti, di cui 9 nel quarto quarto per indirizzare partita e serie dalla propria parte. Per non parlare dell’ottimo lavoro svolto in difesa contro Harden, tenuto ad un solo punto quanto Barnes lo marcava. A proposito di grande lavoro difensivo, impossibile non citare Andre Iguodala, terzo giocatore più pagato a roster, sempre in quintetto durante tutta la sua avventura NBA eccetto quest’anno, dove è stato reinventato arma tattica in grado di prendere in consegna il miglior attaccante avversario (chiedere ad Harden, costretto da lui in gara 5 a soli 4 punti in quasi 5 minuti, con tre palle perse) e, all’occorrenza, di prendere tiri da 3 dagli scarichi – il 58% dei suoi tiri avviene senza aver messo palla per terra, e il 37% dei tiri in condizione di totale libertà, secondo la categorizzazione della NBA – o di attaccare il ferro, convertendo il 76% dei tiri tentati in questa posizione in stagione.

Menzione d’onore anche per Festus Ezeli, centro chiamato in causa da Kerr dopo l’infortunio di Marreese Speights e in grado di dare una mano prevalentemente come difensore al ferro (ma è migliore di quel che si pensi quando si tratta di concludere, soprattutto spalle a canestro).

FINCHÉ C’É IL BARBA C’É SPERANZA – I playoff di James Harden non sono finiti come si sarebbe augurato. Non tanto per la sconfitta, quella era pronosticabile, quanto per lo scarsissimo impatto che l’ex Thunder ha avuto sui suoi in gara 5, in cui, anzi, è stato deleterio (13 palle perse, primato all-time nei playoff di un singolo giocatore). Chiariamoci, la serie di Harden contro i Warriors è stata monumentale, 28 punti, 7 rimbalzi e 6 assist sono cifre fantastiche, che raccontano tutto il merito avuto da un giocatore che, dal suo arrivo in Texans, è cresciuto esponenzialmente nel proprio gioco, diventando un attaccante pressoché incontenibile (basta chiedere a Klay Thompson, che ha avuto l’onere di marcarlo per gran parte della serie, senza riuscire a fermarlo), un ottimo assist man, in particolare dal pick&roll (1.03 punti di media in questa situazione, dove riesce a giocare benissimo il penetra e scarica per i compagni sull’esterno) e uno dei migliori rimbalzisti del campionato nel ruolo (ai playoff, 5.7 rimbalzi di media, sesto tra le guardie). Le gare 1, 2 e 4 sono state un vero e proprio clinic offensivo (28, 38 e 45 punti rispettivamente), seppur macchiate dalla palla persa sul finale di gara 2, che, se gestita meglio, avrebbe potuto portare Houston al tiro della vittoria. Poco male, Harden è l’ultimo di questa squadra ad avere colpe, e la sua stagione (culminata con un secondo posto nella classifica per l’’MVP, non per demeriti suoi, ma per meriti di un irreale Curry) parla per lui e per i suoi Rockets.

RocketsNets

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