NBA: le Finals parlano (ancora) Aussie

IN CRESCITA – E’ passato un anno dal giorno in cui Patrick Mills, un piccolo australiano di origine aborigena, ha messo a referto 17 punti nella quinta e ultima partita delle Finals NBA, 14 dei quali nel solo terzo quarto, aprendo il break che ha vinto le ultime resistenze dei Miami Heat e ha consegnato l’anello ai suoi Spurs. Da quel momento, così come è successo a Marco Belinelli nel Belpaese, Patty e il compagno Aron Baynes sono divenuti il simbolo di una nuova Golden Age della pallacanestro Aussie, un movimento in rapida e costante ascesa. Se ne sono accorti subito gli Utah Jazz, che prima hanno scelto Dante Exum al Draft (quinta chiamata assoluta), poi gli hanno affiancato il più esperto Joe Ingles, fresco reduce dalla vittoria in Eurolega con il Maccabi di David Blatt. Al Mondiale spagnolo i “Boomers”, seppur privi di Bogut e dello stesso Mills, hanno giocato ad alto livello, qualificandosi facilmente agli ottavi per poi venire sconfitti 65-64 dalla Turchia, in un finale caotico che ha premiato la maggiore esperienza internazionale degli avversari: la competizione globale ha messo in evidenza le qualità di Matthew Dellavedova, fino ad allora poco considerato nelle rotazioni dei modestissimi Cavs. Tanto in Nazionale quanto in NBA, gli Aussie si distinguono per la grande intensità su entrambi i lati del campo, e per il forte spirito di squadra: per loro è normale routine, quando un compagno cade dopo un contrasto, precipitarsi sul posto e aiutarlo a rialzarsi; un piccolo gesto, che, se ripetuto all’infinito, emoziona e contagia chiunque, oltre a dimostrare quanto lo spirito di appartenenza australiano sia votato esclusivamente al risultato collettivo. Dodici mesi dopo quei 17 di Mills c’è un’altra finale NBA da giocare, e gli australiani in campo, anche stavolta, saranno due, uno per parte: ecco come sono arrivati all’olimpo del basket americano.

 

BOGUT – Anno 2005. I Milwaukee Bucks, forti della prima scelta al draft, selezionano un lungo di grande prospetto, Andrew Bogut. Con la franchigia dei Cervi l’australiano cresce enormemente, sia nelle cifre che nella qualità del gioco: nel 2009 viaggia a 16 punti, 10 rimbalzi, 3 stoppate e 2 assist di media, roba da All-Star. La sua carriera incontra una brusca svolta nell’aprile 2010: lanciato in campo aperto, subisce il rientro prepotente di Stoudamire; i due si toccano, il centro perde l’equilibrio, finendo con tutti i 120 kg sul proprio braccio destro. Risultato: gomito dislocato, mano fratturata, polso distorto. Recupera, torna in campo, ma la tecnica di tiro è pesantemente compromessa dal grave incidente all’arto buono. Molti si abbatterebbero, ma lo spirito Aussie di Andrew prevale sulla malasorte. Dall’alto del suo formidabile Q.I cestistico, comprende la necessità di rivoluzionare il proprio gioco offensivo, orientandolo non più alla finalizzazione, ma alla facilitazione del gioco per i compagni. Invece di attaccare il canestro, distribuisce palloni su ogni lato del campo, porta blocchi granitici, legge le difese per sfruttare il movimento degli esterni. In tutta la NBA ci sono solo tre lunghi che vanno in transizione palleggiando: uno è lui, gli altri due sono fratelli spagnoli, e non dico altro. Certo, non tutte le squadre sono adatte a un simile numero cinque; i suoi Milwaukee Bucks, ad esempio, non lo sono affatto. Giunto allo snodo cruciale della sua vita sportiva, il destino gli sorride: nel 2012 entra in una trade che lo porta nella squadra più giusta per lui, i Golden State Warriors. Approdato nella Baia, entra subito nel sistema dei Guerrieri, diventandone l’ancora difensiva, forte di un mirabile istinto come rim protector, oltre che il più grande alleato del gioco veloce e perimetrale delle due giovani macchine da punti, gli Splash Brothers. Non ha grande simpatia per coach Mark Jackson, e l’arrivo di Steve Kerr lo porta al definitivo salto di qualità: l’ex compagno di MJ, conscio della fragilità fisica di Bogut, lo gestisce con estrema sapienza, affiancandogli come sostituto l’agile ed esplosivo Ezili, complementare in tutto e per tutto all’australiano. Potendo giocare 25-30 minuti, Andrew riesce a mantenere costante il livello e la varietà del suo arsenale, su entrambe le metacampo.

Finalmente sano anche nei playoff, ha giocato con intensità impeccabile, contribuendo in modo fondamentale al raggiungimento delle Finals, che mancavano da quarant’anni alla squadra di Oakland. Lo aspetta un match-up difensivo durissimo con Mozgov, che, tuttavia, sarà facile preda della sua fantastica circolazione di palla.

 

DELLAVEDOVA – La carriera NBA di Dellavedova comincia in senso diametralmente opposto, non venendo scelto al Draft 2013 nonostante i buoni anni trascorsi al St.Mary College of California, che ritirerà la sua maglia numero 4. I Cleveland Cavaliers lo chiamano alla Summer League, e decidono di non tagliarlo: si ritrova a fare il vice-Irving in una squadra abbastanza sgangherata, che non gli da grandi prospettive. Poi c’è il ritorno di Lebron, che cambia tutto. Matt freme, voglioso di giocare per vincere, e lo dimostra guidando con grande personalità i “Boomers” al Mondiale, attirando finalmente l’attenzione dopo il silenzioso approdo nella Lega. La stagione dei nuovi Cavs di King James, tuttavia, non comincia certo nel migliore dei modi: tante sconfitte, difesa colabrodo, potenziale offensivo sprecato dall’eccessivo utilizzo del gioco individuale. In questo caos, Matt D ha un unico compito: dare tutto quello che ha. Non è fisicamente debordante, non è un tiratore puro, non è un passatore istrionico, eppure la sua presenza in campo è sempre encomiabile. A metà stagione, con il record 21-20, Lebron chiama i rinforzi: identifica come uno dei problemi la mancanza di un vero playmaker di riserva, e per Dellavedova sembra giunta la fine dell’avventura in maglia Cavs. David Blatt, tuttavia, dice no. “Già qui non difende nessuno, -avrà pensato- se mandiamo anche via il più cattivo di tutti siamo rovinati”. LBJ se la beve, arrivano altri difensori voluti dal coach (Mozgov e Shumpert), oltre all’incognita JR Smith. In un batter d’occhio, i farraginosi Cavs diventano una corazzata. Lebron comincia a smazzare più palloni di un edicola di Milano Marittima, mentre le bocche da fuoco le recapitano nel cesto da dietro l’arco; il Re trova l’equilibrio, cominciando a migliorare il suo gioco ma soprattutto quelli dei compagni, la qualità che denota da sempre i veri fuoriclasse. Lo stesso vale per Matt, che innalza ancora, per quanto impossibile, il vigore del suo gioco. La tenacia lo rende il vero outsider della squadra, nonché fan favourite del pubblico di casa, che lo vede come un vero trascinatore.

Nei playoff ha fatto molto discutere per il suo atteggiamento al limite della correttezza: contro i Bulls ha stretto a morsa le gambe di Gibson fra le sue, durante una lotta a rimbalzo, causando la reazione del lungo di Chicago, poi punita con il flagrant 2; nella serie con Atlanta, prima è stato la causa involontaria dell’infortunio di Korver, poi, sempre alla caccia del rimbalzo, ha istigato Horford a una reazione, nuovamente sanzionata con la massima punizione. Risulta evidente, tuttavia, come la vera ragione di questi scontri non sia da ricercarsi in una potenziale scorrettezza della guardia dalle chiare origini italiane, quanto nel suo desiderio di lottare su ogni pallone come se fosse l’ultimo della sua carriera. Più semplicemente, è la dimostrazione di quanto anche un uomo fisicamente normale, grazie alla tenacia e al duro lavoro, possa emergere in una Lega di Superuomini come l’NBA. Un messaggio vero e forte, in puro stile Aussie.

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