NBA Finals: la stagione dei Warriors giunge a compimento, sono i nuovi Campioni

La stagione NBA è finita. Con qualche incertezza più del previsto, ma è finita. I Warriors terminano un’annata trionfale con il loro titolo numero quattro, quaranta anni dopo l’ultimo, portato sulla Baia da Rick Barry. Quella con i Cavs è stata una serie magari non di altissimo livello tecnico, ma sicuramente molto intensa e tattica, che ha premiato giustamente la squadra più talentuosa e profonda, dove proprio la possibilità di pescare dalla panchina ha fatto la differenza. Prima di parlare dei vincitori, soffermiamoci un attimo sui vinti, e su chi, vinto, si può definire solo a parole: la serie finale di LeBron James è stata una da consegnare ai libri di storia, a prescindere dal finale.

SOLO CONTRO TUTTI – Partendo dalle cifre, le medie di LBJ in finale dicono 35.8 punti, 8.8 assist e 13.3 rimbalzi, primo giocatore di sempre nella storia delle Finals a guidare la propria squadra nelle tre categorie statistiche principali. L’impatto di James su questi Cavs è stato incalcolabile, e lo si era già capito nella prima partita, figuriamoci dopo gara 1, in cui Cleveland è stata costretta a fare a meno di Irving, costretto al forfait dopo la rottura della rotula. Da qui, la scarsa rotazione dei Cavs è stata messa a dura prova, pur mascherata dallo splendido lavoro di James che, finché ha potuto, ha fatto pentole e coperchi per una squadra costretta a spremere all’inverosimile LeBron e gli altri. Il numero 23 è stato in campo per 46 minuti di media, e nelle sei gare, sono stati solo 7 (!) i possessi che non hanno visto l’ex Heat in campo, per uno usage rate di 41% (tre punti percentuali in più del leader di categoria in stagione regolare, Westbrook). Fare diversamente era, oggettivamente, sconsigliato, se si pensa che, con James in campo, i Cavs hanno tirato con il 40% – dato comunque non eccelso – e con una efficienza offensiva di 97.3. Nei 23 minuti in cui ha ripreso fiato in panchina, le due cifre sono precipitate a 17% e 51, rispettivamente. In questa serie, abbiamo rivisto – seppur ad un livello superiore – il LeBron dei primi anni di Cleveland, costretto a fare e disfare in una squadra da talento complessivo mediocre, mettendo in mostra tutta la sua straordinaria versatilità, sia quando si è trattato di prendere un rimbalzo e guidare la transizione, di gestire un pick and roll, o di giocare spalle a canestro, finendo per sovrastare fisicamente il marcatore di turno. A proposito di marcatori, più di uno si è alternato su James, da Barnes (che ha patito decisamente il confronto), a Green, passando per Thompson e, soprattutto, Andre Iguodala, il cui ingresso in lineup, dopo zero partenze in quintetto durante la stagione, lui che è stato un titolare durante la sua decennale carriera NBA, ha permesso ai Warriors di svoltare la serie, mettendo il miglior difensore possibile contro il 23 e di aprire il campo, tornando a predicare la pallacanestro che avevano messo in mostra fino alla serie con Houston.
Non si può chiedere di più ad un giocatore che ha creato, tra canestri e assist, il 68% dei punti della propria squadra. Il massimo che si sarebbe potuto chiedere era un po’ di fortuna in più, per vedere, a ranghi completi, cosa ne sarebbe stato di queste Finals. Nonostante ciò, quello che abbiamo visto fare a James in queste due settimane è qualcosa di leggendario.

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LE FINALS DI CLEVELAND – Fondamentalmente, ai Cavs bisogna rimproverare ben poco, viste le condizioni in cui si sono presentati all’appuntamento, che non sono andate certo migliorando con l’infortunio di Irving, e il valore dell’avversario, già più forte in partenza. Il vero merito di Cleveland, e di coach Blatt, è stato quello di aver fatto in modo che fosse Golden State ad adeguare il proprio stile di gioco al loro, e non viceversa, grazie ai frequenti isolamenti di LBJ, che ha tenuto il pallone in mano almeno 6 secondi nel 59.5% dei tiri che si è preso, ai tiri scoccati quanto più tardi possibile – oltre il 35% dei tiri presi dai Cavs è arrivato con 7 o meno secondi sul cronometro – e ai tanti rimbalzi offensivi conquistati, probabilmente la caratteristica migliore di Cleveland, sfruttata contro un avversario che non eccelle nella specialità. Dopo LeBron, Tristan Thompson è stato il miglior giocatore dei suoi, per le qualità di rimbalzata offensivo, che lo rendono probabilmente il miglior giocatore nella Lega in questa parte del gioco (di cui, fino ad ora, non si era mai visto uno specialista) e anche un rispettabilissimo difensore: al ferro concede il 52% in questi playoff, non certo numeri da rim protector d’elite, ma gli avversari marcati da lui tirano con il 41%. Mozgov ha fatto il suo contro Bogut, vincendo il duello personale con l’australiano, salvo poi sparire quasi dal campo nelle ultime due partite, a seguito del cambio di lineup apportato da Kerr: i suoi playoff sono comunque positivi, per l’impatto difensivo che ha saputo dare sotto canestro, e il suo feeling con James nelle situazioni di pick&roll.
Per quanto riguarda Dellavedova, sicuramente bisogna fargli un plauso per il modo in cui ha saputo farsi trovare pronto dopo l’infortunio di Irving, tartassando difensivamente Curry e prendendosi anche alcune responsabilità offensive in gara 3, dove ha fatto registrare il proprio career-high di 20 punti. L’australiano ha saputo sfruttare le situazioni in cui la difesa dei Warriors lo ha lasciato libero, cioè quasi sempre: sui pick and roll da portatore di palla (su cui Curry passava regolarmente sotto), sia da bloccante per LeBron, situazione che spesso i Cavs hanno disegnato, in cui i Warriors raddoppiavano sistematicamente James, lasciando un tiro aperto a Dellavedova, situazione che, chiaramente, non si è verificata in gara 1, quando Irving era ancora in campo. Dopo gara 3, Delly è tornato sulla terra, in chiaro debito di ossigeno e di talento (7 su 17 in gara 3, 8 su 38 nelle altre 5 gare): si è comunque rivelato un giocatore utilissimo, ancorché inadeguato per il ruolo da titolare in un contesto del genere.
Male Shumpert e JR Smith, infine: il primo ha avuto un buon impatto difensivo su Thompson, ma ha faticato tantissimo al tiro, e lo stesso vale per l’ex Knicks, che ha tirato 16-51 da tre, senza mai rivelarsi un fattore in uscita dalla panchina.
Si preannuncia un’estate importante per i Cavs, che non hanno spazio di manovra, ma hanno importanti decisioni da prendere sul fronte Love, Shumpert, Smith e Mozgov, che sono in diverse situazioni salariali, che però possono comportare l’uscita dal contratto: starà al GM David Griffin decidere quale sarà il futuro prossimo di questi giocatori che, possiamo dirlo tranquillamente, hanno salvato la stagione di Cleveland.

LE FINALS DI GOLDEN STATE – Non sono iniziate decisamente nel migliore dei modi. Era qualcosa che avevamo già visto, contro Memphis, un avversario comunque più temibile sulla carte di questi Cavs azzoppati. Come già detto prima, Cleveland è stata bravissima a far sì che fossero gli avversari ad adattarsi al proprio gioco, e non viceversa, ed ecco che, di colpo, il gameplan preparato da Kerr e i suoi assistenti sembrava non essere abbastanza. Cleveland ha fatto in modo di prendere in consegna speciale gli Splash Brothers, lasciando che fossero gli altri 3 uomini ad eventualmente batterli. É stata una strategia che ha sicuramente pagato dividendi per una squadra che, in evidente inferiorità numerica (a livello di rotazione) e tecnica, doveva per forza inventarsi qualcosa per sopperire alle proprie mancanze. Nelle prime tre gare, i Warriors hanno tirato decisamente male, 41% da 2 e 31% da tre, mentre i tiri di Curry, francobollato da Dellavedova sbattevano sul ferro, e Thompson non veniva mai abbandonato dal proprio marcatore.

CLEVELAND, OH - JUNE 09:  Stephen Curry #30 of the Golden State Warriors drives against Matthew Dellavedova #8 of the Cleveland Cavaliers in the third quarter during Game Three of the 2015 NBA Finals at Quicken Loans Arena on June 9, 2015 in Cleveland, Ohio.  NOTE TO USER: User expressly acknowledges and agrees that, by downloading and or using this photograph, user is consenting to the terms and conditions of Getty Images License Agreement.  (Photo by Jason Miller/Getty Images) ORG XMIT: 556889445 ORIG FILE ID: 476511284
CLEVELAND, OH – JUNE 09: Stephen Curry #30 of the Golden State Warriors drives against Matthew Dellavedova #8 of the Cleveland Cavaliers in the third quarter during Game Three of the 2015 NBA Finals at Quicken Loans Arena on June 9, 2015 in Cleveland, Ohio. NOTE TO USER: User expressly acknowledges and agrees that, by downloading and or using this photograph, user is consenting to the terms and conditions of Getty Images License Agreement. (Photo by Jason Miller/Getty Images) ORG XMIT: 556889445 ORIG FILE ID: 476511284

La svolta della serie è arrivata in gara 4 per mano – come ha candidamente ammesso Steve Kerr – di Nick U’Ren, il guru che si occupa di studiare i filmati delle partite, e corrisponde al nome e cognome di Andre Iguodala, inserito in quintetto al posto di uno spento Andrew Bogut. Tutto questo, per aumentare il famoso spacing, far viaggiare di più e meglio il pallone, sperando di alzare anche la qualità dei tiri. L’inserimento di Iguodala ha dato una gran mano dal punto di vista difensivo – contro di lui LeBron, pur viaggiando a cifre stellari, ha faticato parecchio, soprattutto in isolamento – ma anche, soprattutto, nell’altra metà campo, dove c’era assoluto bisogno di un cambio di marcia. Il primo a beneficiarne è stato Draymond Green, le cui medie nelle prime tre partite recitavano 9.7 punti, 7.7 rimbalzi e 2.7 assist, con il 26% dal campo e il 12(!) da tre. Le sue cifre negli ultimi tre episodi della serie? 16.3 punti, 9 rimbalzi e 7.3 assist con il 48% dal campo e il 36% da 3. Nel suo gioco non è cambiato nulla – sui pick and roll giocati con Curry, il numero 30 veniva sempre e comunque raddoppiato e Green, qualora avesse ricevuto il pallone, sarebbe stato invitato ad entrare in area con Mozgov ad aspettarlo, per un floater o un tiro dalla media che raramente è entrato. Con l’ingresso in quintetto dell’ex Sixers, Green ha avuto un giocatore in più a cui scaricare il pallone dal p&r, per di più libero.

CLEVELAND, OH - JUNE 11:  Andre Iguodala #9 of the Golden State Warriors shoots against Timofey Mozgov #20 of the Cleveland Cavaliers in the first quarter during Game Four of the 2015 NBA Finals at Quicken Loans Arena on June 11, 2015 in Cleveland, Ohio.  NOTE TO USER: User expressly acknowledges and agrees that, by downloading and or using this photograph, user is consenting to the terms and conditions of Getty Images License Agreement.  (Photo by Ronald Martinez/Getty Images)
CLEVELAND, OH – JUNE 11: Andre Iguodala #9 of the Golden State Warriors shoots against Timofey Mozgov #20 of the Cleveland Cavaliers in the first quarter during Game Four of the 2015 NBA Finals at Quicken Loans Arena on June 11, 2015 in Cleveland, Ohio. NOTE TO USER: User expressly acknowledges and agrees that, by downloading and or using this photograph, user is consenting to the terms and conditions of Getty Images License Agreement. (Photo by Ronald Martinez/Getty Images)

CURRY E L’MVP – Ci saremmo aspettati di trovare un accento su quella “e”, e invece no, Curry e il miglior giocatore delle Finali sono due persone diverse, lui e quell’Andre Iguodala che ha saputo svoltare la serie a favore dei suoi.
Sarà la difesa strenua di Dellavedova, sarà la botta in testa presa contro i Rockets, sta di fatto che Curry ha dovuto giocare in condizioni estremamente disagevoli. Non ha dominato come ci poteva aspettare, ma ha comunque fatto vedere qualità altrettanto importanti, cioè quella di saper dimenticarsi degli errori precedenti e di rimanere sempre calmo anche quando la difesa prova a toglierti il respiro, cercando di trovare la miglior lettura dell’azione possibile. E, soprattutto, anche quando il pallone sembrava non voler entrare, ha saputo accendersi quando contava, nel quarto quarto. Queste alcune cifre.

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Per quanto riguarda Iguodala, bisogna togliersi il cappello per la professionalità con cui ha gestito la propria stagione, iniziata con la decisione di un head coach alla prima esperienza su una panchina NBA di “declassarlo” a uomo di rotazione. Lui, che in 11 anni di carriera era sempre partito titolare, con un contratto da 12 milioni a stagione. Tutto questo, per cercare di recuperare mentalmente e tecnicamente Harrison Barnes, reduce dal più classico dei sophomore slump. I 16 punti-6 rimbalzi-4 assist con il 52% dal campo e il 40% da 3 con cui ha concluso la serie sono la diretta conseguenza (ben oltre ogni rosea aspettativa, comunque) dell’impatto avuto da Iggy su entrambe le metà campo. La possibilità di poter contare su giocatori del genere in uscita dalla panchina è anche uno dei motivi per cui i Golden State Warriors sono i nuovi Campioni NBA.

OAKLAND, CA - JUNE 19:  Klay Thompson #11 of the Golden State Warriors talks to the fans while they celebrate the Warriors 2015 NBA Championship at The Henry J. Kaiser Convention Center during thier Victory Parade and Rally on June 19, 2015 in Oakland, California.  (Photo by Thearon W. Henderson/Getty Images)
OAKLAND, CA – JUNE 19: Klay Thompson #11 of the Golden State Warriors talks to the fans while they celebrate the Warriors 2015 NBA Championship at The Henry J. Kaiser Convention Center during thier Victory Parade and Rally on June 19, 2015 in Oakland, California. (Photo by Thearon W. Henderson/Getty Images)

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