Inter, c’era una volta il progetto…

L’estate scorsa di questi tempi eravamo qui a parlare di “Progetto Inter”, un ambizioso lavoro che, sull’onda della nuova proprietà, avrebbe dovuto creare un’Inter giovane (!), affidata nelle mani del condottiero Mazzarri (!), impostando una base forte, di giocatori affidabili su cui plasmare il futuro e su cui, soprattutto, innestare i nuovi acquisti, stagione per stagione, per creare una squadra sempre più competitiva. Insomma si voleva fare “il lavoro grosso”, da perfezionare solamente, con piccoli innesti mirati, nelle stagioni successive. E, intanto, su questa base, si imprimeva un marchio forte, così da segnarne una netta separazione da quello che era stato un passato, seppur vincente, ma che, secondo i nuovi proprietari, era il retaggio di un’altra mentalità, un modo diverso di vedere il mondo del calcio, che, secondo loro, non appartiene al futuro. Così, sono sparite stelle dal simbolo, sono comparse maglie lontane anni luce dalla tradizione, sono stati detronizzati tutti quelli, ad esclusione di Zanetti, che potessero avere avuto a che fare con la famiglia Moratti e le sue vittorie. I tifosi storcevano il naso, ma, intanto, si mettevano alla finestra a vedere dove avrebbe portato il “Progetto”….

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L’INGANNO DELL’INIZIO, PRESTO SVELATO – In realtà gli inizi del fantomatico progetto sembravano dar ragione ai suoi sostenitori: l’Inter faceva un bel calcio estivo, con risultati importanti conditi anche da belle prestazioni, i nuovi sembravano davvero degli acquisti mirati, la squadra arrivava agevolmente e a suon di gol alla fase a gironi della Europa League e anche nelle prime di campionato le cose sembravano girare al meglio, con i 7 gol al Sassuolo e la squadra nelle zone alte della classifica. A quel punto il pubblico si era dimenticato la stella persa sulla via del futuro, poteva soprassedere sulle maglie strane e poteva essere anche disposto a lasciare credito a quel Mazzarri mai amato, a cui era ancora difficile perdonare il “panchinamento” del Capitano della stagione precedente. Poi, però, è arrivata la svolta ed è bastata una batosta interna col Cagliari, lo stesso che a fine stagione retrocederà, per far crollare, miseramente, il castello di carte. Da lì in poi è venuta fuori la vera Inter: scollegamento fra i reparti, con un centrocampo troppo legato alla vena dei suoi rappresentanti, soprattutto di un Guarin ondivago e rabbioso ed un Kovacic che non è ancora chiaro se sia in grado di prendersi sulle spalle la responsabilità di una squadra; un attacco dove il solo Icardi ha girato con una certa costanza per tutto l’anno, mentre Palacio ha dovuto attraversare un periodo di appannamento e Osvaldo ha sbroccato; e, soprattutto, una difesa ai limiti dell’inguardabile, facilmente perforabile, da cogliere in fallo con fin troppa semplicità, troppo spesso fuori posizione o impreparata sulle ripartenze avversarie, tanto che era sufficiente un attacco un po’ più veloce, fosse anche di una squadra di bassa classifica, per diventare piccola e inadeguata; e, cosa ancor più fondamentale, quasi tutti i nuovi, quelli della base su cui costruire, hanno fallito o si sono persi lungo la strada.

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IL CAMBIO IN CORSA, SENZA UN RISULTATO UTILE – A questo punto, con tutta la buona volontà che uno ci potesse mettere, anche Mazzarri è tornato ad essere indifendibile: vedere un’Inter noiosa, piccola, indifesa, passando i minuti a sperare di non prendere gol, anche, e soprattutto, con squadre, sulla carta, più deboli e meno organizzate, esprimendo un non-gioco onestamente inguardabile, ha fatto finire la pazienza anche del più strenuo sostenitore del nuovo corso, e si è deciso di cambiare. Si è richiamato Mancini, cercando di colmare almeno la lacuna alla guida. Il tecnico dei tre scudetti nerazzurri si è fatto fin da subito l’idea di quali fossero le pecche della rosa e non le ha mai neanche tanto velatamente nascoste, dando, anche nella mimica in panchina e nelle interviste, la sensazione di impotenza. Ha dovuto gestire la grana Osvaldo, ha provato a dare alcune disposizioni in un mercato invernale che, ovviamente, non poteva rivoluzionare la squadra, trovandosi anche lui con qualche gatta da pelare, vedi l’inconcludente Podolski. Ha fatto anche lui i suoi errori, è innegabile, primo fra tutti quello di esporsi sulla possibilità di agganciare il terzo posto, ma il confronto col predecessore l’ha vinto su tutta la linea, nonostante il fallimento nell’obiettivo Europa e, soprattutto, nonostante le tante medie punti apparse sui giornali, talvolta a vantaggio di Mazzarri, buone solo per riempire un articolo, ma fondate su premesse decisamente differenti.

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Un avvilito Mancini davanti alla panchina nerazzurra

LA SPARIZIONE DEL PROGETTO – Così adesso di quell’ambizioso progetto restano ben poche tracce: c’è un allenatore nuovo con una filosofia anni luce diversa dal predecessore, con in mano un parco giocatori che non gli appartiene; la rosa deve essere rattoppata in ogni reparto, ed in alcuni in modo pesante al limite della rifondazione e questo deve essere fatto alla luce delle finanze disponibili e, soprattutto, delle recenti sanzioni inflitte. Si sentono girare nomi importanti, Salah, Melo, Motta, qualcuno è già arrivato, tipo Kondogbia, ma appare chiaro che sia necessario lavorare anche sul piccolo, cioè rivoluzionare addirittura quella base su cui si sarebbe dovuto lavorare solo di rifinitura, negli anni, secondo i progetti iniziali. E questo preoccupa un po’, perché gli anni passano, le altre squadre vincono e l’Inter resta indietro e parlare di progetti a lungo termine, di fronte alla necessità di dover ripartire da zero, fa storcere ben più del naso ai tifosi nerazzurri. C’è la necessità di vincere presto, c’è l’indispensabilità di  fare bene da subito, con tutta una seri di limiti che società e tecnico dovranno essere in grado di arginare nel miglior modo possibile, perché non sarà certo un nome, per quanto importante, che farà un’intera squadra. E intanto torna la maglia a strisce nerazzurre. E intanto in società ricompare Stankovic, uno degli eroi del Triplete morattiano. Ci manca solo di far riscendere in campo Zanetti. Non che avrebbe sfigurato la passata stagione, anzi forse lo avrebbero fatto tanti giovani di fronte a lui. Lo si era detto: queste cose potevano passare inosservate solo con le vittorie. Non sono arrivate, ora bisogna restituire qualcosa anche agli occhi dei tifosi, va recuperata credibilità. E, chi lo sa, magari un domani ritorna anche la stella….

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