Formula 1: il paradosso ungherese salva (di nuovo) la Formula 1

LO SHOW – Anno 1986: Bernie Ecclestone centra uno dei suoi storici obiettivi, riuscendo a portare la Formula 1 sotto la Cortina di Ferro, precisamente nella periferia di Budapest. Da allora, ogni volta che il Circus fa tappa all’Hungaroring, comincia a risuonare un’antica litania fra i tifosi e gli addetti ai lavori: “Pista stretta e lenta, non si supera, prepariamoci al trenino”. A parte qualche caso isolato (oggetto della seconda parte di questo articolo), lo spettacolo del Gp di Ungheria si è sempre attestato su livelli poco lusinghieri, ma la sua importanza logistica, tuttora unica in quella porzione del Vecchio Continente, ha reso l’appuntamento magiaro inamovibile dal calendario in questi trent’anni (per la gioia degli scatenati finlandesi che, nonostante la distanza considerevole, accorrono annualmente in massa a supportare i propri connazionali). L’apoteosi della noia venne raggiunta durante l’edizione del 2013; una gara che, molto semplicemente, non mostrò nulla di sportivamente rilevante. Un disastro. Con l’introduzione dei Turbo-Ibridi, tuttavia, le cose hanno preso una piega ai limiti del paradossale: nelle ultime due edizioni della corsa, infatti, la lenta carovana che ha caratterizzato le passate stagioni si è tramutata in una lotta senza quartiere, una specie di demolition derby fra i piloti che, a causa del caldo torrido e delle impervie caratteristiche del tracciato, sono stati costretti a innalzare sensibilmente il livello di rischio per portare a casa un buon risultato. Certo, questo va a discapito dei costruttori, che rincasando per la pausa estiva hanno dovuto fare i conti con una lunga lista di componenti sbriciolati dalla foga dei loro corridori, tuttavia lo show offerto in Ungheria rappresenta appieno il lungo ma non impossibile percorso che la Formula 1 deve compiere per ricucire il profondo scollamento che, negli ultimi anni, è venuto a crearsi con la sua fanbase. C’è poco da fare, le “Supercazzole” sulla gestione carburante o sulla perdita di potenza della MGU-K di Raikkonen generano decisamente meno interesse della guida aggressiva e dei sorpassi all’esterno. Facciamocene, tutti quanti, una ragione.

I PRECEDENTI – Fra tante annate decisamente sotto le righe, vanno ricordati tre appuntamenti storici della corsa ungherese. La prima edizione fece ben sperare, dando luogo ad un’epica battaglia fra Senna e Piquet, chiusa a vantaggio del secondo dopo un’incredibile manovra in derapata, entrata subito negli annali della Formula 1.

 

Nel 1997 il Campione del Mondo in carica Damon Hill sfiora l’impresa alla guida della modesta Arrows-Yamaha, venendo superato all’ultimo giro dall’ex compagno Villeneuve a causa di un guasto al cambio, fermo in terza marcia: il figlio di Graham riuscirà comunque a cogliere il secondo posto, di gran lunga il suo miglior risultato in quell’infausta stagione.

 

Nel 2006, per la prima volta in ventuno episodi, la gara viene stravolta dalla pioggia; oltre a rappresentare il record in carica per la lunga attesa di una gara bagnata, il Gp fu caratterizzato da una sequela incredibile di colpi di scena, che si accanirono per tutto il week-end soprattutto sui due pretendenti al titolo, Micheal Schumacher e Fernando Alonso. Questo caos risultò nella prima vittoria in Formula 1 di Jenson Button che, così come per il tracciato stesso, stabilì un nuovo record da “ritardatario”, quello di pilota ad aver atteso più tempo prima di vincere un Gran Premio (113 partenze).

 

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