Pensieri di un tifoso: Stade de France, è bello un Mondo che gioca

201441

È bello un mondo che gioca – Era il 12 Luglio 1998, Stade de France. Si giocava la finale dei Mondiali. Il franco algerino Zidane con due incornate vincenti, entrambe su calcio d’angolo, abbatteva il Brasile del fenomeno Ronaldo, sentenziato poi ancora verso gli ultimi minuti da un contropiede vincente di Petit, che firmava così il 3 a 0. La Francia si aggiudicava di fatto il suo secondo titolo mondiale, grazie ad una squadra fortemente caratterizzata dall’integrazione sociale e dal pluralismo etnico, frutto dalla grande migrazione secolare (soprattutto algerina). I Blues, all’insegna del motto del torneo “Il est beau un monde qui joue” (È bello un mondo che gioca) trionfavano così, da padroni di casa, allo Stade de France.

france98joie120708

Ma andiamo con ordine.
La storia di quel team definito “La Generazione d’oro” parte da molto prima, nel Gennaio del 1995 per essere precisi, quando Eric Cantona in un momento di pura follia sferrò un calcio ad un tifoso del Crystal Palace, reo di averlo apostrofato animatamente a bordo campo. Il gesto sconsiderato costò al campione dello United la squalifica per oltre un anno, che rimase quindi fermo ai box.
Da quel momento in poi il CT della nazionale francese, Aimè Jacquet, non potendo più fare affidamento sul suo esuberante capitano, capì che era il momento di cambiare radicalmente volto alla squadra ed escludendo le leggende storiche di quegli anni (naturalmente Cantona per forza maggiori, ma oltre lui anche Ginola e Papin) iniziò a costruire un gruppo intorno ad un giovane talentuoso franco algerino; il suo nome era Zidane.

2015-01-25-cantona

Naturalmente non fu facile per Jacquet i primi anni imporre la scelta dell’esclusione della bandiere tra le fila dei Blues, ma fu bravo a trovare sul campo le conferme attese. Riuscì infatti a qualificarsi per gli Europei successivi, arrivando addirittura fino alle semifinali.
La squadra, all’insegna del pluralismo, vantava ormai un organico di tutto rispetto: accanto a Zidane figuravano infatti giocatori del calibro di Thuram, Deschamps, Vieira, Henry, Desailly, Trezeguet, Blanc, Makélélé, Djorkaeff e Barthez.
Arrivati ai mondiali del 1998, Jacquet superò brillantemente la fase ai gironi e gli ottavi. Ai quarti riuscì a passare solamente ai calci di rigore contro un’Italia decisamente attrezzata per arrivare fino alle fasi finali del torneo. I padroni di casa non ebbero infine problemi né in semifinale (vinta contro la Croazia per 2 a 1) né tanto meno in finale, ove un opaco Brasile non poté nulla per frenare l’impeto dei Blues, che si imposero con il risultato di 3 a 0, giocando in inferiorità numerica.

Dalla Generazione d’oro al 13 Novembre – L’opera di Jacquet fu molto importante. La natura della Generazione d’oro era il risultato di un’ integrazione sociale di portata enorme. Allo Stade de France la Francia alzava la sua seconda Coppa del Mondo grazie soprattutto a giocatori figli di quella migrazione internazionale, che ha portato Parigi, nel corso degli anni, ad essere un melting pot sensazionale. Durante i terribili attacchi del 13 Novembre a Parigi, i terroristi dello stato islamico hanno tentato di colpire come primo obiettivo proprio lo Stade de France, durante l’amichevole tra Francia e Germania. All’interno dello stadio ad assistere la partita circa 80.000 tifosi, tra cui il Presidente della Repubblica francese Hollande. L’orrore e la violenza dei terroristi tentava di scagliarsi con crudeltà sul tempio calcistico dell’uguaglianza e dell’integrazione sociale francese. Nello stadio dove giocatori come Zidane, Henry, Viera e Thuram avevano alzato, insieme ad un popolo intero, una coppa vinta sotto la stessa bandiera, che da più di due secoli inneggia alla fratellanza e all’integrazione. Fortunatamente a Saint Denis, l’attacco è stato parzialmente sventato, causando molti meno morti e feriti di quelli che potevano effettivamente esserci. Resta chiaro che la parabola dello Sport, ancora una volta, ci indica la via maestra; una via all’insegna dell’uguaglianza e del rispetto, ove nè il terrore nè l’estremismo religioso scalfiscono il ricordo di una Francia unita in un abbraccio fraterno sul tetto del Mondo. E forse oggi, quel motto dei Mondiali 1998 rimane più attuale che mai: “Il est beau un monde qui joue” .

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *