C’era una volta un Europeo… vol.1

Si è appena concluso l’Europeo di Francia 2016. Un Europeo molto particolare, dai tassi tecnici e spettacolari non esattamente all’altezza di una manifestazione continentale e vinta dalla formazione forse meno accreditata tra le favorite e con un percorso piuttosto tribolato e poco coinvolgente. Di sicuro, però, è stato uno degli Europei più ricchi di storie, di tutti i tipi, da quelle più strettamente sportive a quelle umane a quelle folcloristiche. Un po’ di cose, insomma, per cui questo Europeo verrà ricordato. Per quelli a cui (come il sottoscritto) le storie legate al Calcio piacciono e piace raccontarle e sentirle raccontare, si è provato a metterne insieme un po’. Per cui…

C’ERA UNA VOLTA…

…UN TORNEO A DUE VELOCITA’ – Un torneo di per sé costruito già in modo strano, per cui, che so, i padroni di casa vennero inseriti in un girone abbordabile e poi si ritrovarono una strada in discesa fino alle semifinali e, per esempio, una squadra come l’Italia si ritrovò ad affrontare, in sequenza, Spagna, Germania e, se avesse superato il turno, la stessa Francia. Ma che poi, grazie ad alcuni risultati anche inaspettati all’interno dei gironi, si trasformò in una competizione a due velocità, con, da una parte Svizzera, Polonia, Irlanda del Nord, Ungheria, Isole Far Oer, Nazionale dei Puffi, Topolinia FC e, dall’altra, Italia, Germania, Spagna, Francia, Inghilterra, All Blacks, Golden State Warriors e il Lato Oscuro della Forza. La finale che ne scaturì fu comunque degna di riguardo, ma una sfida Islanda-Galles non fu così lontana dal potersi avverare…

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…LE TERRE D’OLTREMANICA – Furono ben 4 le squadre provenienti dalle terre d’oltremanica, di cui 2 addirittura da esordienti assolute e, in qualche modo, furono tutte protagoniste del torneo. Innanzi tutto, tutte in blocco passarono la fase a gironi, dove due di queste ebbero modo di partecipare allo stesso raggruppamento: l’esordiente Galles vinse il gruppo che condivideva con l’Inghilterra, l’unica squadra giunta all’Europeo con 12 vittorie su 12 incontri disputati nelle qualificazioni, e che si aggiudicò lo scontro diretto proprio con i gallesi, ma nonostante questo si posizionò seconda, avendo pareggiato gli altri due match, con Russia e Slovacchia, con cui, invece, gli uomini di Coleman trionfarono; l’Irlanda del Nord si qualificò da terza nel raggruppamento con Germania e Polonia, grazie all’unica vittoria sull’Ucraina; l’Irlanda fu terza nel girone di Italia e Belgio, risultando poi seconda tra le terze qualificate. Agli ottavi andò di scena un altro scontro “fratricida” tra il Galles e l’Irlanda del Nord, vinto, stavolta, dai rossi gallesi, che riuscirono a proseguire addirittura fino alle semifinali, dove, con l’onore delle armi, vennero eliminati dal Portogallo, poi campione. L’Inghilterra, invece, la più accreditata delle 4, finì mestamente il suo cammino agli ottavi, eliminata addirittura da un’altra esordiente, la simpatica Islanda, decretando un fallimento sportivo epocale che costò la panchina al buon Hodgson. Uno che parlava fitto col suo secondo in panchina, ma talmente concentrato sul campo da non rendersi conto di non aver più nessuno seduto accanto…

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…UN GRUPPO DI TERRIBILI ESORDIENTI – Come detto, tra le squadre sopra menzionate quella che sorprese più di tutti fu il terribile Galles: alla prima partecipazione alla fase finale di un Europeo, da completo esordiente, entusiasmò pubblico e critica giungendo fino alla semifinale, fermato solo da un Portogallo che poi sarebbe andato a vincere quel torneo. Un cammino per nulla casuale, ma frutto di un gioco corale, in cui l’orgoglio e la coesione del gruppo ebbero la meglio sulle qualità tecniche di avversari anche più blasonati. Una squadra che avanzò grazie, anche, al peso offensivo e al gol di un armadio come Robson-Kanu, uno che giunse all’Europeo da disoccupato, essendosi svincolato dal Reading, sua ultima squadra. Una compagine che affrontò i momenti difficili grazie ai sapienti balletti apotropaici di Joe Ledley, un giocatore che divenne più famoso per i movimenti di bacino a fine partita che per le abilità pedatorie sul campo. Un gruppo che mise a dura prova il mondo dei Vip, a causa della “Maledizione di Ramsey”, uno che, quando segnava, decretava la morte di un personaggio famoso (sotto i “suoi gol” sono caduti Bin Laden, Robin Williams, Gaddafi, Jobs e David Bowie…). Una Nazionale trascinata da un tale di nome Gareth Bale, che leader doveva essere e leader fu, con tutto il repertorio a sua disposizione, dalle sgroppate ai cross alle punizioni imprendibili.

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…LA FORZA DI UN GRUPPO UNITO – Arrivò come una delle squadre meno accreditate tra le favorite alla vittoria finale: troppi i discorsi extracalcistici attorno ad una Nazionale, quella Italiana, che giungeva all’Europeo già sicura di perdere il proprio condottiero, Conte, al termine del torneo, attirato dalle sirene della Terra d’Albione. Discorsi, mezze voci, nervosismo, amichevoli pre-Europeo non del tutto convincenti ed entusiasmanti, più d’uno preventivava la solita brutta figura e, addirittura, un’uscita anticipata, ancora in tempi di girone di qualificazione. Figurarsi, nonostante il passaggio del turno, da prima, dopo solo due partite, prima e unica del torneo, quali furono le considerazioni alla scoperta dell’avversaria degli ottavi: la bestia nera Spagna. E, invece, il gruppo si seppe compattare come solo l’Italia riesce a fare nella sua lunga storia e solo poco peggio di come ci riuscì in due illustri occasioni precedenti, i Mondiali dell’82 e quelli del 2006, in cui schiacciati dalla pressione esterna delle Cassandre che ne preconizzavano il fallimento alla luce di fattori troppo grandi (un allenatore considerato inadatto e una rosa definita sconclusionata e senza senso in un caso, Calciopoli e le sue sentenze nell’altro), gli azzurri riuscirono a creare un gruppo talmente cementato e impermeabile al male esterno da arrivare alla vittoria finale. Stavolta il grande e trascinante affiatamento creato dentro al gruppo e il contagioso compattamento dei tifosi attorno alla propria Nazionale sfiorarono il nuovo miracolo, portando a matare, senza appello, il toro spagnolo, e a fermarsi di fronte ai panzer tedeschi, ben più atletici e organizzati, solo ai calci di rigore. Le lacrime a fine partita di Barzagli furono lo specchi migliore di cosa quell’esperienza rappresentò per la Nazionale azzurra.

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…UNA CANZONE UN PO’ ABUSATA – Originariamente era solo un motivo del 2003, composto dai The White Stripes, con il titolo di Seven Nation Army. Nel 2006 diventò il “popopopopopopo” che accompagnò tutta l’avventura azzurra ai mondiali, scandendone i gol e le vittorie fino alla Finale e alla sua conclusione trionfale. Un inno di liberazione di una Nazione e di festa di un popolo che tornava alla vittoria mondiale e, come tale, identificabile con essa. Al punto da venir associato anche ad altre vittorie italiane in altri sport, come quelle di Valentino o della Ferrari. Poi, un po’ inspiegabilmente, il coro cominciò ad essere fatto proprio anche da altre Nazioni, senza una precisa ragione: l’uso da parte della Nazionale spagnola dopo la vittoria dell’Europeo 2008 ne fu la dimostrazione. All’Europeo francese si arrivò all’abuso: alla realizzazione di ogni gol erano gli stessi altoparlanti dello stadio a diffonderne la melodia nell’ambiente, per la gioia dei tifosi che “popopoeggiavano” con molto entusiasmo. Particolarmente quelli francesi, che ne fecero un coro molto sentito e molto personale. Forse solo perché gli fu sbattuto in faccia in una notte di un lontano luglio 2006 e, quindi, lo vollero trasformare in un rito propiziatorio per scacciare i fantasmi del passato. Capire, ancora una volta, che quella non era una canzone per loro, fu, di nuovo, molto duro. Farlo a casa propria fu quasi umiliante.

…UN UOMO E IL SUO PIGIAMA – Elegante sicuramente no, con quei pantaloni della tuta grigi che ricordano una partita del campionato Amatori, di quello che si mette in porta ma non vuol grattarsi le ginocchia. Si narra che la scelta fu dettata da una casualità, poi divenuta consuetudine visto l’esito positivo dell’esordio, a mo’ di rito scaramantico. Stilisticamente bello a vedersi nemmeno. I Buffon, i Casillas, i Courtuis sono un’altra cosa. Ma molto efficace nel suo ruolo, quello di portiere, decisamente sì, se è vero che riportò l’Ungheria ad un Campionato Europeo dopo l’ultima esperienza datata 1972. E, in quello stesso torneo, condusse i suoi compagni fino agli ottavi, dove, non solo per colpa sua, fu travolto dal Belgio. Kiraly fu comunque un simbolo evidente (forse proprio grazie anche a quei buffi pantaloni) di un’Ungheria comunque positiva. Uno che simbolo lo diventò davvero della stessa storia degli Europei, essendo il più vecchio esordiente di una manifestazione continentale, ma, allo stesso tempo, il primo a disputarla a 40 anni, battendo anche il record di Matthaeus che arrivò fino a 39. Uno che simbolo per la sua patria e il suo popolo lo fu. Un popolo orgoglioso e, comunque, riconoscente verso la propria squadra e il cammino intrapreso. L’immagine della squadra sotto la curva, impegnata in un coro spontaneo con i propri tifosi, cantando l’inno nazionale ne fu l’immagine più splendente.

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…UNA STORIA DELL’ORRORE – Tra tante storie belle dell’Europeo, ce ne fu anche qualcuna che di bello ebbe ben poco. Per esempio quella che narra di un allenatore tedesco, impegnato per tutto il corso dell’incontro non solo a dare disposizioni tattiche, ma anche ad esplorare con le dita e con le mani diversi orifizi del suo corpo, passando dal naso alle orecchie a floridi ( e produttivi) ravanementi dentro i pantaloni. Sempre regolarmente inquadrato dalle telecamere. Al punto che la stessa Federazione gli chiese gentilmente di tenere le mani a posto per dare un maggior contegno all’area tecnica teutonica. Un’altra narra di un altro tecnico, quello gallese, impegnato a masticare boli di sostanze indeterminate (pensare fossero solo gomme pare difficile…) di dimensioni sempre maggiori. Perse per strada in seguito ad un urlo. Attaccate ai denti a tal punto da dover richiedere un suo impegnativo intervento con le dita. Semplicemente ruminate in faccia ai propri giocatori che manco una mucca mentre passa un treno. Un’ultima storia, infine, narra di un giocatore, giunto all’apice del successo con la maglia della propria nazionale che, ricercato dalle telecamere per carpirne l’emozione negli occhi, la sua emozione, in realtà, la vomitò sul prato verde in mondovisione…

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Continua…

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