C’era una volta un Europeo… vol.2

Si è appena concluso l’Europeo di Francia 2016. Un Europeo molto particolare, dai tassi tecnici e spettacolari non esattamente all’altezza di una manifestazione continentale e vinta dalla formazione forse meno accreditata tra le favorite e con un percorso piuttosto tribolato e poco coinvolgente. Di sicuro, però, è stato uno degli Europei più ricchi di storie, di tutti i tipi, da quelle più strettamente sportive a quelle umane a quelle folcloristiche. Un po’ di cose, insomma, per cui questo Europeo verrà ricordato. Per quelli a cui (come il sottoscritto) le storie legate al Calcio piacciono e piace raccontarle e sentirle raccontare, si è provato a metterne insieme un po’. Per cui…

C’ERA UNA VOLTA…

…UNA TERRA LEGGENDARIA – Che l’Islanda fosse un paese affascinante e un esempio fulgido di armonia con la natura lo si sapeva anche da prima della competizione europea. Che fosse un paese che poteva regalare soddisfazioni calcistiche lo si apprese, invece, proprio durante l’Europeo francese. Una delle Nazionali meno accreditate già solo a parteciparvi, non solo arrivò al torneo in grande stile, ma fece pure un gran figurone, arrivando seconda nel proprio raggruppamento ed eliminando agli ottavi la più blasonata compagine inglese. A fermarla ci pensarono i francesi, ai quarti, in modo anche piuttosto netto, con un 5-2 che, visto singolarmente, avrebbe potuto essere il reale risultato dei valori in campo. E che, invece, non fu così scontato, perché, nel frattempo, gli islandesi avevano incamerato l’interesse e la simpatia del mondo intero, con il loro gioco corale di chi si conosce da una vita e gioca con e per il proprio compagno, con l’affiatamento tra i giocatori, e tra chi stava in campo e chi sugli spalti, con quel tifo così genuino e pittoresco che avrebbe accettato qualsiasi risultato e che si ritrovò, invece, gli occhi pieni di orgoglio per le vittorie dei propri beniamini. Tutte cose che crearono l’incertezza sul risultato fino alla discesa in campo, quando, poi, furono l’esperienza e le individualità ad avere la meglio. Ma l’Islanda aveva già lasciato un segno indelebile in tutti gli appassionati di calcio e le sue splendide “geyser sound”, ripetute anche da un mare di persone al ritorno della squadra in patria, avevano già fatto correre più di un brivido lungo le schiene di tante persone.

…UN POPOLO CHE SI CREDEVA UN IMMORTALE – Ma non inteso come reale vita eterna, ma nel senso più cinematografico del termine, quello lasciato dalla saga di Highlander. Gli immortali della fortunata serie, partita con Christopher Lambert e Sean Connery e proseguita da Adrian Paul, combattevano per restare gli ultimi sulla terra e, in questa lotta, ad ogni taglio della testa dell’avversario, acquisivano la Reminescenza, ovvero tutto l’insieme delle conoscenze e del potere accumulati in vita da quella persona. I francesi dopo il quarto di finale vinto con l’Islanda, si sentirono novelli Duncan McLeod e, quindi, in dovere di acquisire i punti di forza dell’avversario sconfitto. Non si riuscirebbe a dare altra spiegazione, altrimenti, al fatto, che gli stessi giocatori, alla fine della partita vinta contro la Germania, si fossero recati sotto i propri tifosi mimando e scimmiottando la geyser sound islandese. Solo che, mentre i legittimi proprietari di quella coreografia trasmettevano emozioni e grande senso di appartenenza, i suddetti francesi trasmisero solo una grande tristezza ed un enorme senso di ridicolo, che, in tempi di web, fece presto il giro del Mondo, acculando biasimo ad ogni nuovo clic.

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…DANZE E MOSSETTE AL MOMENTO SBAGLIATO – Si disse già del bel risultato ottenuto dal gruppo italiano. Risultato che sarebbe stato più facile da digerire se non fosse stato il frutto dell’inopportuna fantasia di alcuni suoi rappresentanti al momento della battuta del rigore alla fine del quarto di finale con la Germania. Il ridicolo balletto messo in atto da Zaza, con tutto l’insieme di mosse e mossette atte a indurre in errore il portiere avversario, sfruttando le nuove pieghe del regolamento in materia di battuta del tiro dagli 11 metri, si ritorse contro il suo esecutore, portandolo a battere un pessimo penalty. Ancor peggio riuscì a fare il compagno Pellè che alla messe di passetti e fintarelle varie aggiunse pure lo sfottò iniziale al portiere avversario, minacciato di essere punito dal più umiliante del cucchiai. L’umiliazione ricadde, invece, completamente sull’esecutore del pessimo tiro, spentosi sul fondo, soprattutto nei giorni successivi, visto che questi errori contribuirono a rendere ininfluenti quelli altrettanto numerosi dei teutonici, fino ad arrivare al definitivo errore di Darmian, uno che il rigore non avrebbe dovuto neppure batterlo, se tutto fosse andato come doveva andare.

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…LA STORIA DEL CHIODO SCACCIA CHIODO – Molto particolare fu anche lo strano percorso che portò le squadre al risultato finale dell’Europeo, in una sorta di matrioska, di chiodo scaccia chiodo tra le squadre che si andavano via via incontrando. Tutto partì con l’ottavo Italia-Spagna: dopo il 1994 la Spagna aveva sempre avuto la meglio contro la squadra azzurra nei confronti giocati durante le competizioni ufficiali, con il culmine nella Finale vinta nettamente proprio nell’ultima edizione dell’Europeo. Ma a vincere l’incontro fu l’Italia, che ai quarti incontrò la Germania: i tedeschi non avevano mai battuto la nostra Nazionale nel corso dei grandi tornei, con il clou rappresentato dalla Finale del Mundial 82 o dalla semifinale persa in casa nel 2006. Ma a spuntarla fu la squadra di Leowe, che in semifinale incontrò la Francia: i transalpini non vincevano un confronto diretto in una grande competizione (solo ai Mondiali i precedenti) dal 1958. E, anche stavolta, furono i Blues ad accedere alla Finale, dove li attendeva il Portogallo: i lusitani non avevano mai battuto i transalpini nei 3 precedenti in tornei ufficiali (Euro 1984 e 2000, Mondiali 2006). Ma la storia, e la cabala, anche stavolta, sovvertirono la storia e l’Europeo 2016 andò al Portogallo.

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…LA FINALE DELLE FALENE – Una delle cose più pittoresche della Finale dell’Europeo 2016 fu, senza dubbio, il numero esorbitante di falene presenti sul campo, sia prima che durante l’incontro. La causa: un trattamento a base di luce fatto al manto erboso la notte precedente che aveva fatto sì che la luce, accesa fino al mattino, costituisse un grande richiamo per le farfalle notturne. Nugoli di lepidotteri che si innalzavano durante le fasi del riscaldamento; tecnici intenti a scacciarle mentre davano disposizioni ai propri giocatori, con l’asciugamano come Deschamps, a mani nude come Santos; inquadrature sporcate dalla presenza dell’insetto sulla lente della telecamera, fino “all’irrispettosa” falena che danzava sulle sopracciglia di Ronaldo mentre, a piena inquadratura, calde lacrime preannunciavano la resa del campione: la finale in cui le emozioni andarono a folate, le azioni da gol si fecero attendere, il gol risolutore arrivò solo alla fine, ebbe un unico comune denominatore nella presenza costante dell’invadente insetto.

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…DA EROE A GIUSTIZIERE – Un calciatore fu, senza dubbio, uno dei massimi protagonisti, nel bene e nel male, del torneo continentale: il francese Dimitri Payet. Sull’altare nelle fasi iniziali del torneo, quando, da attaccante meno atteso della nutrita truppa francese, mise a segno gol importanti nelle prime due partite, segnalandosi sempre tra i migliori in campo, tanto da divenire uno dei giocatori più attesi e seguiti dell’intera competizione. Nella polvere proprio il giorno della Finale, quando si segnalò al mondo solo per essere stato colui che azzoppò il Re, Ronaldo, costringendolo ad abbandonare il terreno di gioco e il sogno di essere il protagonista, sul campo, del trionfo continentale del Portogallo. In realtà, quella che poteva sembrare una mossa tattica a favore dei transalpini si rivelò il fulcro del successo dei lusitani: Payet praticamente sparì dal campo, fino all’ovvia sostituzione; i compagni di Ronaldo trovarono nella sua assenza la forza per compattarsi e lottare per un solo scopo, raggiungendolo meritatamente.

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…LA CONSACRAZIONE DI UN CAMPIONE – Doveva essere il suo Europeo. Avrebbe potuto non esserlo. Il torneo di Ronaldo, una delle stelle più splendenti in campo nella competizione continentale, visse di tanti momenti in cui il confine tra la gloria e il fallimento fu estremamente labile. Un girone superato con tre miseri pareggi, giungendo terza ed essendo ripescata tra le migliori terze, dopo lo 0-0 con l’Austria in cui Ronaldo sbagliò un rigore, ma grazie anche al 3-3 nell’ultimo incontro con l’Ungheria, in cui proprio CR7 fu un assoluto protagonista con due gol (uno con un fantastico tacco) a recuperare i due vantaggi dei magiari che avrebbero significato eliminazione. Un ottavo contro la Croazia superato a 3′ dai rigori. Un quarto vinto proprio ai rigori con la Polonia, con Ronaldo primo battitore e realizzatore. Una semifinale chiusa battendo un coriaceo Galles grazie ai gol di, guarda un po’, Ronaldo e Nani. Poi, infine, la Finale, che doveva essere consacrazione e che invece sembrava volerlo accomunare al suo grande rivale Messi, capace di fare incetta di trofei con la propria squadra di Club, ma del tutto incapace di vincere qualcosa con la Nazionale, fallendo sempre all’ultimo passo, o quasi. A maggior spregio, quell’infortunio che lo toglieva dalla mischia e dalla lista dei possibili protagonisti. Ma lui protagonista lo fu lo stesso: la sua ombra sui compagni si vide per tutto l’incontro, anche solo come collante e motivazione, fino al suo rientro in panchina, nei supplementari, quando diventò “l’allenatore in seconda”, intento a dare più indicazioni dello stesso Santos. Il trionfo finale, quindi, fu anche, e soprattutto, suo. Il Ronaldo arrabbiato perché la squadra non girava come voleva lui, il Ronaldo trascinatore nei momenti bui, il Ronaldo della maglietta non data al Capitano islandese, il Ronaldo dei selfie concessi agli invasori di campo inseguiti dagli steward, il Ronaldo dell’irriverente falena nel suo momento più tragico, trovò in questo Europeo la sua consacrazione.

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