Platone in infradito…. ammira la mira

Ieri, mentre guardavo la Boari impegnata nella prova di singolo di tiro con l’arco, una delle “cicciottelle” di certa carta stampata (a volte la magrezza di spirito veste peggio che qualche centimetro in più sui fianchi), e aspettavo che da un momento all’altro Pigarelli cominciasse a cantare “Tutto il resto è noia” (se il buon Franco non ci avesse lasciato qualche anno fa, il dubbio sarebbe lecito…) ho pensato a quanto, soprattutto in questa terza giornata, fosse preponderante il concetto di “Mira”. Per chi, come me, appallottola la carta e sbaglia il lancio nel cestino da 20 centimetri (lo so, anche la mira ce l’ho platonica, e allora?), vedere persone che, in un contesto come quello dell’Olimpiade, in cui hai giusto quei miliardi di occhi addosso, hanno la freddezza di mirare ad un bersaglio, spesso con risultati di perfezione assoluta, è grande fonte di ammirazione. La suddetta Boari la mira, in realtà, l’ha un po’ tradita, visto che ad un perfetto 10 sono seguiti una serie impressionante di 6 e 7 che tutta quella tensione l’hanno trasmessa al mondo, compromettendone la prestazione e la qualificazione.

Mira perfetta l’ha avuta Campriani, terzo oro azzurro a questa Olimpiade. Un attrezzo ipertenologico che ben poco ha a che fare con una normale arma da fuoco, un bersaglio piccolissimo in cui, a detta degli stessi interpreti, in una frazione di secondo la vista passa dal 6 al 10 e bisogna solo azzeccare l’attimo giusto, ma pure con un tempo che trascorre inesorabile. Eppure tutto si gioca sul filo dei centesimi di punto, tra un 9.9 e un 10.6. Io, probabilmente, sparerei nel bersaglio di quello a fianco. Ma, a mia scusante, c’è da dire che ai miei tempi le pistole ad aria compressa non c’erano e le mia mise in infradito poco ha a che fare con i giubbotti ipertecnologici che indossano questi atleti della concentrazione. Che se io dovevo tirare in mezzo al casino che facevano i tifosi indiani ad ogni tiro del loro rappresentante, vedevi a cosa miravo! Poi ci si chiede come mai Campriani, alla fine, ha esultato che manco per un gol in rovesciata.

Mira quasi perfetta ce l’ha avuta Pelliello, che ci ha portato un altro argento in carniere facendoci rivivere le emozioni dei rigori con la Germania agli Europei. Gli shoot out per la medaglia d’oro sono stati uno stillicidio di tensione e apprensione. Il discorso è sempre quello del paradosso di cui si parlava ieri: i due terzi di noi non sanno neppure imbracciare un fucile, se vedessero, durante l’anno una gara di tiro su un canale sportivo cambierebbero rapidamente frequenza. Eppure ieri tutti lì col fiato sospeso, ad esultare per il primo tiro buono del nostro atleta e a smoccolare per l’altrettanto tiro buono dell’avversario, consapevoli che la tensione sarebbe ripartita, per l’ennesima volta, da capo. Alla fine il risultato è stato lo stesso della lotteria dei rigori francese, ma, almeno, senza l’indecenza di vedere strani balletti o sboronate da guasconi. E, comunque, la mia ammirazione resta, perché, probabilmente, in un contesto simile, inseguendo un piattello, io colpirei un giudice di gara.

Mira stravagante ce l’ha, invece, il “nostro” Carambula, beach voller mezzo uruguaiano e mezzo statunitense, nato in sudamerica e trasferito nel Paese delle grandi opportunità, più precisamente in Florida, all’età di 13 anni. E con l’azzurro che c’azzecca? Potere di una nonna. Esordio vincente per lui, in coppia con Ranghieri, nel match contro l’ Austria e medesimo risultato vincente, ieri, con il Canada. Ma la cosa più bella è che ha tolto un dubbio atavico a tutti i figli degli anni ’80: la Goccia di ciclone di Mimì Ayuara esiste davvero! Solo che si chiama skyball. E’ una battuta del tutto particolare, figlia degli studi di un atleta che in un palazzetto non ha mai messo piede, ma ha sviluppato la sua carriera agonistica solo sulla spiaggia e sugli spazi sconfinati che offre. Il pallone parte e si impenna ad un’altezza siderale, colpito da Carambula come lo se stesse lanciando via con disappunto. Ok non scenderà girando come nel cartone animato, sdoppiandosi in una marea di palloni che mandano nel dramma il malcapitato ricevitore, ma l’effetto rotante con cui piomba giù da un’altezza imbarazzante, e sempre regolarmente in campo, desta più di una preoccupazione a chi si trova in traiettoria. E desta anche la mia ammirazione, che quando gioco con Socrate, Euripide e Pitagora (vedeste che angoli trova quell’uomo…) e tocca a me battere, la butto sempre contro la rete.

A domani per nuove riflessio… ahia! Scusate mi stavo infilando le infradito, ma ho sbagliato la mira ed ho urtato il mignolino contro il comodino…

Firmato Platone

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