Platone in infradito… di medaglie di legno e cultura del risultato

E’ vero, un personaggio temporalmente più vicino a voi aveva ragione: l’importante è partecipare. Ma a tutto c’è un limite. E, soprattutto, tutto è tremendamente relativo. Se sei un giovane con poche velleità, già solo l’esserci e respirare l’aria dei Giochi olimpici (o di qualsiasi altra grande manifestazione) è una soddisfazione enorme. Ne so qualcosa anch’io sull’argomento, che da giovane fui iscritto ai Giochi della Gioventù Ateniese. Partecipai ai 100 metri: 12′ e 28″! No no, nessun errore di battitura, proprio 12 minuti sui 100 metri. Eh, provate voi a correre la gara con la tunica, che ogni due per tre ti va a finire sotto i piedi. Perché correre con la tunica? Beh, se vivi in un tempo dove i grandi eroi sono tutti muscolosi e le ragazzine hanno in camera il ritratto dell’atletico Ulisse, uno con le gambine scarne come le avevo io, un po’ in soggezione si sente e, quindi, si copre. E poi, insomma, son diventato famoso per i miei discorsi, mica per aver attraversato di corsa la piana di Maratona, suvvia! Comunque, per tornare al nostro discorso, se, invece, sei un grande campione con velleità di medaglia non vai là per partecipare e un risultato fuori dal podio è già un fallimento. Per alcuni addirittura l’argento è un mezzo fiasco. Si dovrebbe chiamare “cultura del risultato”, una gestione razionale di quanto conseguito, che dovrebbe permettere di capire che non sempre si può vincere, visto che a farlo, ogni volta, è uno soltanto, e che perdere o, comunque, arrivare secondi, o, nel caso, ai piedi del podio, non è un dramma. Facile, però a dirsi, molto meno accettarlo fino in fondo, soprattutto quando le cose si sono messe in un determinato modo.

Prendiamo, ad esempio, quello che è successo ieri alla truppa azzurra. Da sempre si premia virtualmente il quarto classificato con una simbolica “medaglia di legno” (anche se per Londra 2012 una libreria inglese fece preparare delle vere e proprie medaglie di tale materiale da inviare ai quarti classificati delle varie discipline). Anche se il buon Pigarelli (il “Califano” che accompagna le gare di tiro) l’ha definita “medaglia di platino” (eh, magari!), il materiale, storicamente, è proprio quello. Penso che sia il materiale giusto che può galleggiare sulla marea di imprecazioni che può accompagnare un quarto posto. Sì, perché, parliamoci chiaramente, il quarto, alla fine è il primo degli sconfitti, ma sicuramente quello che la prende nel… medagliere più di chiunque altro. E’ la posizione del “vorrei ma non posso”: son stato talmente bravo da arrivare lì e fare meglio di tutta la marea di persone che stanno dietro di me, ma non così tanto per assurgere alla gloria eterna. Perché la storia alla fine la fanno quei tre lassù. Più o meno, perché, in realtà, nell’Olimpo (non me ne voglia Zeus…) ci va solo il primo e tutto il resto è statistica pura… La Cagnotto di medaglie di legno ne ha prese due consecutive alle Olimpiadi, ma di questo si ricordano soprattutto gli italiani che le vogliono bene, ma quando un ragazzino del 2050 andrà a leggere gli albi d’oro dei tuffi, non troverà sicuramente il suo nome. Insomma, il posto della beffa, talvolta difficile da digerire. Ne sanno qualcosa ben due equipaggi del canottaggio nella miriade di gare recuperate ieri dopo il maltempo dell’altro giorno: al bronzo del due senza, hanno fatto seguito i quarti posti di due di coppia e 4 senza pesi leggeri, due armi che per tutta la gara hanno duellato con l’armo giunto, poi, terzo. E che dire dell’attesissima Zublasing, giunta quarta nella carabina 50 metri 3 posizioni.

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La bolzanina, però, apre un ulteriore discorso circa l’accettazione del risultato, più precisamente di quello che nasce dopo aver “annusato” l’impresa. Difficile da digerire, ma bello arrivare ad una determinata posizione quando lo si fa in rimonta. Pesante, ma accettabile se in quella posizione ci sei rimasto per tutta la gara. Io lo capisco bene. Anche io nelle suddette gare ho vinto le mie medaglie di legno, ma alla partenza eravamo solo in 4 e io era già ultimo dopo mezzo metro e tale restavo per tutta la durata della corsa (anche oltre, visto che, solitamente, giungevo al traguardo che gli altri erano già alla premiazione e c’era ad aspettarmi solo un giudice che mi batteva una mano sulla spalla dicendomi “Vabbe’, dai, bravo lo stesso” e poi se ne andava). Molto più difficile da mandar giù se hai toccato la vetta e lì ci sei ricaduto. La Zublasing, appunto, è arrivata alla finale con la miglior prestazione e il record olimpico, è partita male nella posizione accucciata, ma ha recuperato alla grande in quella sdraiata, arrivando a toccare il primo posto. Poi, quando sono rimaste 6 atlete, un trittico di tiri da dimenticare che l’ha salvata dall’eliminazione nelle prime due occasioni, ma non nella terza, quando ha dovuto appoggiare il fucile ed accontentarsi del quarto posto, mentre le colleghe proseguivano a contendersi i gradini del podio. Ma vogliamo parlare di Fognini? Perso il primo set, domina il secondo, inanellando 5 game di fila che lo portano ad essere in vantaggio per 3-0 nel terzo. Il fatto è che stava giocando contro Murray che è “solamente” il numero 2 al mondo, campione olimpico in carica e recente vincitore dell’ultimo Wimbledon. Purtroppo lì, ad un passo dalla gloria, ha spento la luce ed ha perso 6 game di fila e, di conseguenza, l’incontro. Oppure la Horn, nella Canoa K1 che ha illuso tutti (sé stessa in primis) realizzando il miglior tempo nelle qualificazioni, per poi accedere alla finale con l’ultimo tempo disponibile e chiudere la stessa all’ottavo posto. Ma anche le due squadre di beach volley azzurre hanno sognato contro avversari più quotati, gli statunitensi per Nicolai/Lupo e le tedesche per Piombini/Menegatti, perdendo il primo set, ma aggiudicandosi il secondo e giocandosi fino alla fine il terzo, perdendo in entrambe i casi, seppur col salvagente della qualificazione.

Insomma tanto amaro in bocca. Meno forse di quello che ha lasciato la cicuta al mio caro maestro Socrate, ma, sicuramente una grossa delusione. Ozzeus, che poi, a ben vedere, è una delusione che un qualsiasi campione di divaning come la stragrande maggioranza di noi, pagherebbe per provare almeno una volta…

Firmato Platone

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