Platone in infradito… Elogio della fatica

Lo ammetto: io e la fatica non abbiamo sempre percorso le stesse strade. Insomma, non sono uno che abbia dovuto versare particolari quantità di sudore nella sua esistenza, ma la mia storia parla per me a sufficienza, visto che tutti voi mi conoscete per quello che ha prodotto il mio pensiero e non certo le mie braccia. Per filosofeggiare non servono particolari muscoli o un determinato allenamento. Lo si fa, spesso, in situazioni di totale sedentarietà. Dirò di più: una buona parte dei pensieri che ho prodotto sono nati mentre ero seduto nelle pubbliche latrine della mia Grecia. Oh, ma guarda un po’! Vorreste farmi credere che quando siete seduti lì anche voi non vi sentite dei grandi pensatori. E allora perché vi portate quelle cose che chiamate “Parole crociate”? Se devo essere sincero qualche pensiero l’ho prodotto anche durante l’attività, in quel breve periodo in cui lavorai presso la bottega di un fabbro. I pensieri partivano liberi quando mi scappava una martellata e mi colpivo un dito. Ma quei pensieri non hanno mai prodotto degli scritti. Forse perché sarei stato accusato di blasfemia…

Comunque, per tornare al nostro discorso, io non ho mai faticato granché, ma, nonostante tutto, ammiro la fatica. O meglio: ammiro profondamente chi nella fatica trova una ragione di vita e, da tale condizione, produce risultati rilevanti. La fatica dello sforzo fisico prodotto in quella determinata occasione. Una fatica non necessariamente concentrata in un singolo momento, ma dilazionata nel tempo e nello spazio. Talvolta una fatica che è più un logorio psicologico. Le Olimpiadi sono, a mio modo di vedere, il grande calderone in cui tutte queste sfaccettature si fondono insieme.

La fatica fisica. Quella prodotta dalla Bruni nella 10 km di nuoto di fondo. Io quelle ragazze – quegli atleti in generale – le invidio profondamente, perché vederle là, nuotare in mare aperto, in quel movimento confuso e indefinito di schiuma, braccia e cuffie, con tutti gli imprevisti che il mare può portare, dai suoi abitanti, alle correnti, alle onde che scompaginano traiettorie, un po’ di apprensione me l’ha sempre creata. Quando ero giovane certe gare si facevano anche dalle mie parti: si partiva in mare aperto e si arrivava a nuoto fino a Scilla e Cariddi. Chi arrivava vivo dall’altra parte vinceva. Non so: sarà la soggezione che mi mette il mare aperto, sarà la digestione lenta di cui ho sempre un po’ sofferto, sarà che, come dicevo, non son mai stato portato per la fatica, ho sempre guardato i miei amici partire (e non sempre ritornare…) ma io non me la sono mai sentita. Per cui ammiro profondamente chi, invece, di un tale sforzo fisico ne fa uno scopo di vita e un’intera carriera. Ancor di più, poi, chi un tale sforzo lo trasforma in una medaglia, come le tre eroiche ragazze di ieri, tra cui la vostra Bruni, promossa dopo essere stata oggetto di una “aggressione” in piena regola. Ozzeus, un po’ anche l’altra la capisco: dopo tutto quello sforzo, che a rovinare lo scatto per l’argento fosse una traiettoria sbagliata che porta contro un pallone e non contro il traguardo avrebbe reso nervoso anche me. Da qui a cercare di affogare l’Italiana per arrivare a toccare la plancia, un po’ ce ne passa… Brave davvero. E bella anche la dedica dell’italiana: l’amore è sempre una fortissima spinta, anche nelle situazioni più dure. L’amore è amore punto e basta. E non venite a raccontare strane chiusure mentali proprio a noi greci antichi…

La fatica protratta nel tempo. Quella di Viviani, oro nell’Omnium di Ciclismo su pista. Innegabile che affrontare 6 gare nello spazio di 2 giorni sia uno sforzo fisico non comune. Logorante soprattutto, in particolare quando tutto si svolge anche in un contesto di ripetitività come è il ciclismo su pista. Non solo da un punto di vista fisico, ma anche psicologico e mentale, perché è indispensabile mantenere un livello di concentrazione altissimo. Intanto è necessario un eclettismo enorme, perché serve a poco essere supercampione in una specialità e arrivare tra gli ultimi nelle altre. In una competizione in cui si sommano i punti di tutte le gare disputate, a volte basta una gara storta per gettare alle ortiche quanto fatto nelle altre 5. Lo sa lo stesso Viviani, che 4 anni fa, a Londra, arrivò primo in classifica all’ultima prova e lì buttò via tutto, arrivando 6°. Stavolta è stato diverso. Stavolta ha fatto un percorso contrario che ha voluto una pessima partenza alla prima gara, da cui l’atleta italiano si è ripreso alla grande, sommando punti nelle successive come un moderno Pollicino che, anche stavolta, è arrivato primo alla soglia dell’ultima prova. Ma, stavolta le forza mentale nuova e diversa rispetto a 4 anni fa gli ha permesso di reggere la botta (anche quella fisica, visto il colpo preso in terra a più di 100 giri dalla fine, che avrebbe potuto compromettere il risultato), di resistere alla fatica fisica e alla pressione mentale e di portare a casa l’oro. Le lacrime in pista erano del tutto comprensibili.

La fatica mentale e psicologica. Quella che, senza dubbio, prova un qualsiasi atleta che mira a raggiungere la Regina di tutte le gare, il Palcoscenico Supremo, quello Olimpico. Ci sono fior fiore di sportivi che volgono l’impegno di ogni singolo giorno all’aspirazione suprema di giungere a partecipare ai Giochi. Le fatiche fisiche proiettate al più grande degli obiettivi. Soprattutto per determinati sport. Fatiche che, poi, diventano anche psicologiche, quando quell’obiettivo diviene lo scopo di una vita e di una carriera. Pressioni, talvolta, più difficili da gestire che il sudore su un campo d’allenamento. Quattro anni di lavoro per essere là ed esserci da protagonista, magari. Ecco perché capisco tutta la tristezza e la frustrazione di uno come Tamberi, che la sua gara di salto in alto, quella che l’ha visto protagonista in tutti questi mesi e in questi anni, al punto da raggiungere i vertici della specialità e da diventare uno dei favoriti alla medaglia, il sogno supremo, la deve guardare seduto in tribuna o dallo scranno di un Tg Olimpico. Quelle lacrime calde che ha versato nei giorni scorsi le capisco davvero in pieno. Come capisco la rabbia dei tanti tifosi italiani che vedevano la possibilità di tornare a conquistare una medaglia in una specialità che di soddisfazioni non ne dava più da tanto tempo e che, invece, anche stavolta, dovranno veder esultare gli altri.

Ecco, mi pare di aver scritto abbastanza e, visto che, come si diceva, non sono così avvezzo alla fatica, penso sia giunto il momento di salutarvi e di rimandare il nostro appuntamento a domani. Ora andrò a riposarmi.

Firmato Platone

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