Platone in infradito… Biscotti e fair play

Ieri mi aggiravo per il villaggio olimpico e, all’improvviso, ho sentito parlare di “biscotto”. Visto che mi trovavo nei pressi della zona occupata dagli italiani e dai francesi, due scuole culinarie che con i dolci ci sanno ben fare, ed essendo io, notoriamente, un goloso di prima categoria, ho subito alzato le antenne. Ma, poi, ascoltando meglio, ho sentito che i toni erano piuttosto alti e le parole che volavano non erano proprio delle più amichevoli. A quel punto ho pensato che, per arrabbiarsi così, quel biscotto doveva proprio esser immangiabile. Ne so qualcosa io, che da giovane ho provato a dilettarmi con le obleios, le cialde che si preparavano ai miei tempi stendendo la pastella su una superficie calda tondeggiante. Oggi qualcosa di simile potrebbe essere una crepes. I risultati che ottenni non furono da ricordare, visto che le cialde che preparai erano talmente dure che mio padre le vendette al comitato olimpico di quel tempo per utilizzarle nella gara di lancio del disco. Se Mirone fosse stato attivo ancora a quel tempo, probabilmente il suo Discobolo terrebbe in mano una mia cialda… Comunque, indagando più a fondo, ho scoperto che il motivo del contendere era tutt’altro che culinario, ma assolutamente sportivo e, più precisamente, era riferito alla partita di Volley persa dall’Italia contro il Canada, che aveva consentito la promozione al turno successivo dei nordamericani, proprio ai danni dei transalpini. Ho voluto documentarmi meglio ed ho scoperto che quella buffa definizione deriva dal mondo dell’ippica, quando si fa gareggiare un cavallo dopato, somministrandogli la sostanza illecita attraverso, appunto, un biscotto. Insomma qualcosa di molto scorretto che mi è sembrato piuttosto esagerato e mi ha mosso qualche considerazione.

Purtroppo la gestione di una classifica a punti, lascia sempre adito a situazioni di questo tipo. Ne sanno qualcosa i tifosi di calcio, soprattutto quelli delle squadre in lotta per la salvezza, che nelle ultime giornate dei tornei devono sperare che squadre che hanno già raggiunto i propri obiettivi stagionali garantiscano, comunque, il proprio impegno fino in fondo per non condizionare la classifica con sconfitte impensabili in altri momenti del torneo. Quando i tornei si sviluppano con brevi fasi a gironi, in cui, nel giro di poche partite, si decidono promozioni ed eliminazioni, è ancor più facile assistere a episodi di questo tipo. In fondo in fondo, a mio parere, si tratta, pur sempre, di antisportività, perché ognuno dovrebbe dare tutto quello che ha fino in fondo, per non creare disparità, ma, spesso, non c’è premeditazione in quello che viene fatto, ma solo leggerezza. Insomma il confine tra irresponsabilità, menefreghismo, tattica e furbizia è molto labile e, talvolta irriconoscibile.

Scenario 1: ho giocato al top le prime gare, al punto che dopo poche ho già raggiunto la qualificazione al turno successivo e, magari, pure con una posizione ben definita. Scelgo di far riposare i migliori nell’ultimo turno, dando spazio alle seconde linee, gente che, probabilmente vedrà il campo solo in quella occasione. Se anche queste vincono la partita, non c’è problemi. Se non lo fanno scattano, ovviamente le recriminazioni. E’ un diritto farlo ed è anche un riconoscimento ai cosiddetti panchinari, nonché un vantaggio tattico per i titolari che il turno successivo saranno freschi. Diventa poco digeribile se la seconda squadra è talmente sbilanciata da perdere un incontro che, normalmente, sarebbe stata una passeggiata.

Scenario 2: ho sempre giocato bene ed ho una bella posizione di classifica. Nell’ultima partita esiste un risultato che potrebbe portare vantaggi a tutte e due le squadre coinvolte nell’incontro. Mettersi preventivamente d’accordo è criminale. Ma sono anche piuttosto convinto che, questo, accada molto raramente. Più spesso subentra una forma mentale negli stessi interpreti che scendono in campo che, all’urlo di “chi me lo fa fare” condizionano essi stessi l’andamento dell’incontro, così che se basta un pareggio tutti si trotterella stancamente in campo, se deve vincere una delle due, questa giocherà alla morte, mentre l’altra non si troncherà le reni per contrastarla fino in fondo. Ecco, questo, seppur fatto senza malizia e quasi inconsciamente, non è, a mio modo di vedere, un bel gesto di sportività, perché qualcuno, comunque, ne verrà danneggiato, suo malgrado.

Scenario 3: io sono tranquillo perché ho già conseguito il risultato. Ma dal parziale della partita che dovrò disputare dipende l’eliminazione di qualche mio avversario temibile, che non mi dispiacerebbe se non proseguisse la corsa. Ecco, forse sì che qui si entra nel premeditato e nello scorretto, perché si provoca volutamente danno a qualcun altro attraverso un determinato risultato. Difficile negarlo quando il risultato che si deve realizzare è eclatante. A scandali di questo tipo, anche nelle edizioni di passati Mondiali di calcio si è assistito. Certo, anche in questo caso si potrà dire che, in fondo, è una competizione che deve vedere un solo vincitore e lo scopo di eliminare tutti gli altri è quello finale. Quindi, anche quello è un modo per conseguire il risultato, che ai perbenisti piaccia o meno. Plausibile, ok, ma non giustificabile a pieno, dal mio punto di vista. Soprattutto quando ti trovi dall’altra parte della barricata. E, c’è da star sicuri, visto che è una grande ruota che gira, che alla fine un po’ tutti ci si trova in quelle condizioni. In quel caso è difficile filosofeggiare. Molto più facile imprecare.

E così ha fatto N’Gapeth, il giocatore transalpino che gioca a Modena, che non le ha certo mandate a dire in questi giorni, puntando il dito contro la correttezza dei pallavolisti italiani. Ognuno sostiene le proprie tesi, ma resta, comunque, una cosa poco bella a cui assistere, soprattutto per me che sono imparziale. Che però voglio lo stesso fare una considerazione: ma se i francesi, campioni d’Europa in carica, avessero disputato un girone più decente, che non li avesse messi a lottare per il quarto posto e a dipendere dal risultato del Canada per sapere se restare in corsa o no, non sarebbe stato molto più facile? E, allora, non è più giusto che, come dice un proverbio dei vostri tempi, chi è causa del proprio male pianga sé stesso?

E allora, quale cosa migliore, dopo aver parlato di scorrettezze e combine, che chiudere il pezzo con uno di quei gesti che, invece, riconciliano con lo sport e con la magia olimpica, una di quelle cose che restano impresse e che verranno ricordate forse più dei vincitori della medaglia. Batterie dei 5000 donne. Per una frenata del gruppo, la neozelandese Hamblin e la statunitense D’Agostino cadono, con la seconda che,nonostante il dolore al ginocchio, si gira a soccorrere l’avversaria. Le due riprendono la corsa, ma l’atleta a stelle e strisce ha troppo dolore e si getta a terra altre due volte. In entrambe i casi la Hamblin, rinunciando del tutto alla qualificazione, è lì con lei a soccorrerla e sostenerla. La gara si conclude con il loro abbraccio e l’applauso dell’arena. E quello della giuria, che decide di riammettere entrambe, anche se le condizioni fisiche, probabilmente, impediranno loro di gareggiare.

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Lo avevo detto: è soprattutto per questo che son venuto a seguire questi Giochi. Viva lo Sport!

Firmato Platone

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